Reader’s – 9 maggio 2022 (rassegna web)


Avevo appena 7-8 anni quando, poco meno di un’ottantina di anni fa, vidi cadere e scoppiare le prime bombe dal cielo sopra Firenze e i giorni seguenti camminavo tra polvere e macerie nei dintorni di casa mia. Erano solo bombe “convenzionali” ma aiutarono a rendere poi indelebili anche per un ragazzo come me le terribili immagini del fungo atomico che negli anni successivi annunciarono l’inizio di una nuova era della Terra, con le tragedie umane e non solo umane di Hiroshima e Nagasaki. Non passò molto tempo che le bombe atomiche prima e quelle ad idrogeno dopo riempivano già gli arsenali degli Stati Uniti, dell’Unione Sovietica e di alcuni altri Paesi.

Noi figli della bomba

“Noi figli della bomba” titolava stamani su Facebook Luca Billi, uno dei commentatori più seguiti da me come anche, credo, dai miei amici. E poiché scopo di questa breve rassegna è anche diffondere quel tanto di buono, originale e interessante si riesce , spesso casualmente, a trovare in rete, ho pensato di riproporvelo in gran parte.

“Razionalmente – racconta dunque Billi – sapevamo che quelle bombe erano efficaci solo se non scoppiavano, anzi proprio perché non sarebbero mai scoppiate, che servivano a quella che si chiamava deterrenza. Eppure ne avevamo comunque paura, perché i loro effetti sarebbero stati imprevedibili. Avevamo paura che una bomba scoppiasse per errore o per mano di un folle, dando così il via a un conflitto dagli esiti catastrofici per l’intero pianeta”

“La paura della bomba era qualcosa che tentavamo di esorcizzare in molti modi, perfino a scuola, nei disegni in cui ingenuamente rappresentavamo gli uomini di Paesi diversi, un bianco, un nero, un cinese e così via – anche se i neri non avevano la bomba – tenersi la mano in un girotondo di pace, in un mondo finalmente libero dalla bomba. Capita ancora qualche volta di imbattersi in cartelli con la scritta Comune denuclearizzato; anche quello era un modo per esprimere, in maniera certamente velleitaria, l’impegno per la pace e per un mondo senza bombe. Quei cartelli avevano la stessa efficacia dei disegni che noi facevamo alle elementari. Quella bomba era un pericolo reale e incombente, contro cui le nostre speranze e anche il nostro impegno finivano inevitabilmente per soccombere”.

Qualche anno dopo, racconta Luca Billi,

Abbiamo smesso di avere paura della bomba.

“Le bombe c’erano – e ci sono – ancora, sono sempre là dov’erano prima, custodite negli stessi arsenali – anche se in qualche caso è cambiata la bandiera che ci sventola sopra. Molte negli anni sono state distrutte, ma non tutte, e sappiamo che quelle poche che sono rimaste sarebbero sufficienti per distruggere il pianeta. Non c’è ragione per essere tranquilli, eppure non abbiamo più paura. Forse è successo perché adesso abbiamo una paura più concreta, più reale, più probabile, come quella di rimanere vittime di un attentato terroristico. O abbiamo paura della pandemia. In fondo la bomba ci proteggeva, perché contribuiva a dare un ordine al mondo che, mancata la paura della bomba, è andato inesorabilmente perduto.

Quelli che non avevano la bomba

“Ovviamente questo è qualcosa che riguarda soltanto noi, che abbiamo avuto la fortuna di vivere in questa parte del mondo, quella che aveva la bomba, perché nei quasi cinquant’anni in cui è durata la “pace delle bombe”, negli altri Paesi del mondo, quelli che non avevano la bomba, le guerre sono continuate e in quei paesi le donne e gli uomini hanno continuato a morire per colpa delle bombe “normali”.

Noi vivevamo protetti dal fungo atomico, mentre là fuori i poveri si scannavano, quasi sempre in conflitti in cui combattevano al nostro posto.

Allora qualcuno di noi pensava e diceva che le guerre, tutte le guerre, dovevano finire, che non avrebbe più dovuto esserci la bomba, ma che avremmo dovuto anche rimuovere le cause che provocavano quei conflitti, che si continuavano a combattere con i fucili, in alcuni casi perfino con le spade e i coltelli.

Non è successo. La bomba è stata in qualche modo disinnescata, ma le cause di quei conflitti sono ancora tutte lì, anzi sono state in qualche modo acuite, perché è cresciuto il divario tra i pochissimi che hanno quasi tutto e i moltissimi che non hanno quasi niente, perché la guerra di classe che i ricchi combattono contro i poveri è sempre più violenta e crudele. E così la guerra delle bombe “normali”, dei fucili, perfino dei coltelli è tornata anche qui, dove ci eravamo dimenticati cosa significasse.

“Per questo- conclude la nota di un comunista anarchico di vecchio stampo ( ma ha l ‘età di mio figlio) Luca Billi – dobbiamo riannodare il filo del nostro impegno politico, ricordare cosa dicevamo un tempo, fare in modo che la nostra lotta sia la lotta di quella degli altri popoli, che non devono più essere nostri nemici, ma diventare nostri alleati. Dobbiamo ricordare, a noi e a loro, che i poveri del mondo devono combattere la stessa guerra, perché hanno gli stessi nemici, mentre ora ci fanno combattere su fronti opposti. E che, se vinceremo, vinceremo insieme”.


“Se comincia a muoversi anche il New York Times, allora significa che la casa rischia di bruciare” , annota oggi Piero Orteca su Remocontro. E il prestigioso quotidiano “liberal”, che ha sempre sostenuto l’attuale Amministrazione Democratica Usa, non è certo sospettabile di simpatie “filoputiniane”, come potrebbe gridare, scandalizzato, qualche profeta del giorno dopo che galleggia nella “mainstream” mediatica europea quando si parla della guerra in Ucraina.

‘Alcune riflessioni’ che prima mancavano

Ora infatti, nel New York Times, affiorano, come si dice dalle nostre parti, “alcune riflessioni”. Anche perché gli ultimi sondaggi continuano a dire che il “job approval” (diciamo, il consenso) di Biden rimane basso, mentre i “polls” elettorali premiano, addirittura, i Repubblicani.

Lo ribadiamo, per la centesima volta: le “Midterm”, a novembre, sono votazioni cruciali. Se Biden (il suo partito) esce sconfitto perderà il controllo del Congresso, dovrà sudare di brutto per far passare le leggi di spesa e, last but not least, probabilmente si troverà al centro di un’indagine del Senato, che riguarda anche il figlio Hunter.

Ma la cosa più importante ( e preoccupante, aggiungo io) è che potrebbe riaprire le porte della Casa Bianca, tra due anni e mezzo, agli avversari Repubblicani.

Che sono assetati di rivincita, mentre gli Stati Uniti appaiono un Paese sempre più profondamente spaccato: tra Est e Ovest, tra aree rurali e grandi insediamenti urbani, tra gruppi etnici e confessioni religiose, tra i pochi che si arricchiscono e i molti che tirano a campare. È un’America “democratica” solo sulla carta, prosegue Orteca, con il “Financial Times” che ricorda come, per ora, grazie anche alla guerra in Ucraina e ai prezzi fuori controllo dei carburanti, Oltreoceano, i “padroni del vapore” stiano facendo affari d’oro. Per non parlare, aggiungiamo noi, della fabbrica trilionaria di dollari rappresentata dai produttori di armi.

Guerra in Ucraina sempre più pericolosa

Uno degli opinionisti più conosciuti del “New York Times”, Thomas Friedman scrive: “La guerra in Ucraina sta diventando sempre più pericolosa per l’America e Biden lo sa. Più a lungo va avanti questa guerra, maggiori sono le possibilità di errori di calcolo catastrofici”. Un concetto condiviso da molti analisti e molto spesso ricordato, anche dagli ufficiali superiori del Pentagono.

Miscalculation e misperception

Friedman, nel suo articolo, passa poi dal concetto di “miscalculation” a quello di “misperception”. In sostanza, ciò che per gli Stati Uniti è solo un aiuto lecito (neutralità qualificata), può invece essere percepito dalla Russia come “cobelligeranza”? E cita le recenti rivelazioni dell’Intelligence americana, pubblicate dal NYT, sull’aiuto fornito agli ucraini per colpire l’incrociatore Moskva e per uccidere diversi generali di Putin. Comunque, se non altro, Friedman lancia una ciambella di salvataggio a Biden (almeno lui crede), dicendo che la fuga di notizie non era “pilotata” e che il Presidente non sapeva nulla del pastrocchio.

Combinato da qualche alto funzionario, ansioso di mettersi in evidenza con il New York Times (o di fare le scarpe a Biden?).
Friedman scrive che Biden ha convocato il Segretario alla Difesa, Lloyd Austin, e i responsabili dell’Intelligence e li ha insultati a sangue, “per chiarire che questo tipo di discorsi liberi è sconsiderato e deve cessare immediatamente, prima di finire in una guerra non intenzionale con la Russia”.

Pericolosamente verso una guerra diretta

Stiamo parlando del governo democratico della più grande potenza del pianeta, dove però il Presidente non si può fidare nemmeno del suo Ministro della Difesa e dei servizi segreti che, speriamo solo per “omesso controllo”, sono in grado di inguaiare l’America e, a seguire, l’Europa e il resto del pianeta.

Lo sbalorditivo risultato – conclude un esterrefatto Thomas Friedman – di queste fughe di notizie è che suggeriscono che non siamo più in una guerra indiretta con la Russia, ma piuttosto stiamo andando verso una guerra diretta – e nessuno ha preparato il popolo americano o il Congresso per tutto questo”.


Per finire, Marnetto e la partenza del Giro. Il prossimo anno da Mosca?

E’ passato in sordina l’avvio del Giro d’Italia in Ungheria. Non sono un appassionato di ciclismo, ma ritengo irresponsabile coinvolgere in un evento così mediatico un governo sotto procedura UE per la violazione dello stato di diritto. Orban ha imbavagliato la stampa, rimosso giudici e pubblici dirigenti indipendenti, emarginato politici di opposizione, perseguitato minoranze sessuali. Era il partner peggiore per lanciare la più importante gara ciclistica nazionale, ma aveva un grande pregio: essere amico di Salvini (e della Meloni) e questa partenza fu decisa dal Governo di cui faceva parte la Lega.

In più, questi autocrati sono generosi quando si tratta di rifarsi l’immagine rovinata dagli abusi. E i nostri dirigenti sportivi non vanno tanto per il sottile se c’è da assecondare un politico influente. Anzi, la processione di bici farà persino un ”inchino” ad Orban, con un traguardo volante posto a Székesfehérvár, sua città natale. Allora viene un dubbio: vuoi vedere che il prossimo anno il Giro inizierà da Mosca?


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  • Reader’s – 8 febbraio 2023 rassegna web
    All’attenzione di Elly Schlein, che ritengo il candidato alla segreteria più adatto a favorire quest’ultima possibilità per il PD di darsi un’identità di sinistra, vorrei rivolgere oggi l’invito a dare un’occhiata ed eventualmente sottoscrivere un appello internazionale che ripropone con forza la via negoziale ad un conflitto che “rafforza la politica dei blocchi contrapposti e fomenta la corsa gli armamenti e la militarizzazione, generando l’aumento delle spese militari degli stati ed enormi profitti per l’industria bellica”.
  • Reader’s – 7 febbraio 2023. Rassegna web
    I grandi quotidiani ieri oggi e domani Alessandro Gilioli su Facebook E’ interessante vedere come i quotidiani, in Italia, reagiscono alla crisi mondiale dei quotidiani. Il Corriere, ad esempio, prosegue la sua trasformazione veloce verso la formula del settimanale super popolare: tanti personaggi (quasi sempre televisivi), gossip, intrattenimento, casi umani, storie di vita, un po’ […]
  • Reader’s – 5 / 6 febbraio 2023 rassegna web
    Cospito peserà sulle coscienze. Altro che citare a pappagallo l’indifferenza è reato. Occorre riprendere a tessere una politica realmente alternativa a quella della destra che fa esattamente la sua politica. Oggi se la prendono con i ragazzini in piazza, puniscono con durezza i lanciatori di vernice lavabile che si battono per salvare la terra, domani continueranno. È il loro modo di essere, non lo scopriamo adesso.   Ma se ha senso la democrazia, occorre ripensare alla banalità del male, soprattutto quando veste la disumanità delle istituzioni.
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    Il molisano Michele Prospero, ordinario di Filosofia del diritto all’Università “La Sapienza” di Roma, pur essendo relativamente giovane (63 anni) è, tra gli intellettuali marxisti più noti, un avversario accanito di quelle che chiama le “soluzioni nuoviste” per la sinistra italiana, a cominciare da Conte e i Cinque Stelle. Non sorprende che tra le candidature […]
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