Reader’s – 7 luglio 2022

Del governo britannico nel caos scrive Piero Orteca, naturalmente su Remocontro. Titolo: “Dopo la sciagura BrExit, l’ostinato NoExit di Boris ridotto a caricatura”.

Si dimettono i ministri Rishi Sunak, Sajid Javid e Will Quince. Lo strappo nella serata di martedì, poi la discussione rovente al Question Time. Il destino politico di Boris Johnson è appeso a un filo che appare di ora in ora più sottile. Martedì sera le dimissioni contemporanee del Cancelliere dello Scacchiere , il ministro del Tesoro e del ministro della Salute hanno inferto un colpo probabilmente fatale al suo governo e alla sua credibilità. Ieri nuovi addii e un question time rovente, in cui Johnson ha promesso di andare avanti nonostante la sfida, plateale, del suo ex ministro delle finanze.

Conservatori inglesi in rivolta

“Boris Johnson, vattene!” Il già molto discusso premier britannico questa volta rischia la poltrona. Mezzo Partito conservatore si è ribellato contro di lui e due importanti ministri e una raffica di sottosegretari e alti funzionari si sono dimessi. Le opposizioni, laburisti e liberaldemocratici, naturalmente soffiano sul fuoco. Motivo? Una nomina “sbagliata” e una difesa a oltranza dell’errore commesso. 

Parolaio imbroglione

Ma, in realtà, c’è di più. In molti hanno smesso di credere al parolaio imbroglione, che aveva chiesto i voti per abbassare le tasse e che invece le ha aumentate di 12 miliardi di sterline all’anno. Battendo un record che durava da settant’anni. Comunque, va anche detto che chi è al potere in Occidente, in questo momento storico, paga pegno. Gli umori popolari divergono, in maniera sempre più chiara, dalle visioni del Palazzo. Una frattura che allarga il fossato tra il Paese “legale” e quello “reale”. Ma, per fortuna, le democrazie hanno la cura adatta: sottoporre i “potenti” al giudizio degli elettori. E se non dimostrano capacità e sincero interesse per il bene comune, beh allora i cittadini li rispediscono a casa. 

Prima o poi alla prova del voto

Nel Regno Unito non si è ancora a questo punto, ma poco ci manca. Ci siamo già occupati, estensivamente, della crisi del Partito conservatore, messo a soqquadro da un premier, Boris Johnson, che, per la verità, i danni “collaterali” del suo operato è riuscito a distribuirli ecumenicamente. Tra i “Tories”, nel suo Paese e pure in Europa. Ha cavalcato la Brexit per “smarcarsi” geopoliticamente dall’Unione e acquisire “meriti” (servili) con Washington. Nella crisi ucraina, mentre Draghi, Macron e Scholz facevano i salti mortali per trovare, almeno nelle segrete stanze, una via d’uscita, lui ha sempre giocato a sparigliare. Lui e la sua Ministra degli Esteri, Liz Truss, più cinica e guerrafondaia del suo capo.

Trump ‘mal riuscito’

Ma ora a codesto “Trump malriuscito” (la stampa britannica può essere feroce) è arrivata addosso la montagna della mezza catastrofe finanziaria. Provocata anche dalle sue politiche ispirate (forse) dal sogno di resuscitare il vecchio Impero vittoriano. Che però, purtroppo per lui, è già morto, sepolto e “digerito” dalla storia.

Deliri di onnipotenza oltre il Cremlino

Come vedete, i deliri di onnipotenza non esplodono solo tra le mura del Cremlino. Dunque, Mr. Johnson cercava un passato onusto di glorie e allori, in stile “Rule Britannia” e invece ha trovato un presente pieno di rogne, a cominciare da un’inflazione quasi a due cifre. Se lo merita, perché ha gestito l’economia e la società inglesi come una rivendita di “fish and chips”. Senza curarsi degli avvertimenti della Banca d’Inghilterra e pensando, solo, ad alimentare lo scontro con Bruxelles su tutti i fronti possibili e immaginabili. 

La rissa come prassi politica

Dal “protocollo irlandese”, ai finanziamenti culturali, dai diritti per le zone di pesca ai trucchetti per aggirare i dazi doganali. Niente da fare. Se parlate di Boris Johnson alla Commissione Europea, a microfoni spenti, vi diranno che assomiglia a un boss gregario di Broccolino, che però si dà arie da capo. E, infatti, rimane ancora incollato alla poltrona di Downing Street, nonostante la gragnuola di dimissioni che ha colpito il suo Gabinetto. In testa, tanto per far capire che la lingua batte dove il dente duole, il Ministro del Tesoro Rishi Sunak. 

Contro l’analfabeta finanziario

Stanco di avere a che fare con un analfabeta finanziario come Johnson, che si rimangia un giorno si e l’altro pure tutto quello che promette. Risultato: ha rianimato i laburisti, ha rinvigorito i liberaldemocratici e ha finito di frantumare i conservatori. Tanto da perdere, recentemente, due elezioni suppletive, facendo scappare, disgustato (si è dimesso senza manco voltarsi), persino il Presidente del partito, Oliver Dowden. Assieme a Sunak hanno mollato il caicco di Johnson, che ormai imbarca acqua come uno scolapasta, anche il Ministro della Sanità, Sajid Javid, e una sfilza di sottosegretari. 

Prima che la nave affondi

Certo, il governo di Sua Maestà non poteva dire che l’equipaggio scappa perchè il capitano viene giudicato alla stregua di un mozzo. No, la scusa è stata la nomina (prepotente) di un collaboratore “chiacchierato”. Ovviamente, questa è una storiella per i gonzi e per la “disinformacjia” di Stato. Si capisce benissimo che mezzo Partito conservatore (oltre a tutto il resto del Regno Unito) è contro la politica economica del premier. E, per la, proprietà transitiva, anche contro scelte di politica estera sinceramente poco europee. Londra ha sempre giocato a sfavore di una strategia comune, di difesa e sicurezza, del Vecchio continente. 

Stessi valori, interessi diversi

Crediamo negli stessi valori, senz’altro, ma abbiamo interessi diversi. Gli inglesi guardano all’Indo-Pacifico, a tutto il blocco ex coloniale del Sud e del Sud-est, all’Australia, alla Nuova Zelanda. E alla Cina. La loro palese sudditanza diplomatica verso gli Stati Uniti, in Europa e in Ucraina, in particolare, è figlia di questo calcolo strategico un po’ ruffiano. Hanno bisogno dell’America, dall’altro lato del mondo.


Povertà educativa

di Massimo Marnetto – La povertà educativa esclude dalla cittadinanza. Chi non sa parlare e scrivere in un italiano decente – quasi la metà degli alunni della primaria (Invalsi) – sarà uno che da adulto ”si fa i fatti suoi”, perché non capisce i ”fatti di tutti”, cioè la politica.

Non voterà o lo farà solo se qualcuno gli promette meno tasse, così gli rimangono più soldi per farsi i fatti suoi. Insomma, la povertà educativa crea povertà politica e impermeabilità agli ideali, l’addensante che genera la coesione di una comunità.

Il tema si fa più drammatico quando si scopre che l’abbandono scolastico colpisce oltre mezzo milione di giovani. Che se non fanno parte di una comunità educativa spesso si aggregano in baby gang e iniziano così il loro percorso criminale, perché in strada dove regna la violenza, chi non si affilia e resta solo è spacciato.

Ci sono tonnellate di studi che sviluppano questi concetti eppure la scuola è trascurata: docenti precari, strutture fatiscenti e scarsissimi programmi seri di recupero degli abbandoni. La posta in palio è enorme: la democrazia non regge senza cittadini scolarizzati. Chi cresce nella violenza capisce solo la violenza. Che in politica si chiama dittatura.


La terza alleanza

di Raniero La Valle*

Il 29 giugno scorso nel vertice di Madrid la NATO ha prenotato la III guerra mondiale, con l’idea che possa essere non nucleare, ripristinando la Russia come Nemico e per la prima volta assumendo la Cina come il Nemico potenziale di oggi e il Nemico finale di domani.

Cortina d’acciaio

Si spezza pertanto l’unità del mondo, acquisita a fine secolo dal capitalismo ed esaltata nella globalizzazione, e si riproduce la cortina di ferro che la rivista “Limes” definisce oggi come “cortina d’acciaio”. Da questa parte di essa accorrono anche Giappone, Corea del Sud, Australia e Nuova Zelanda, presenti al vertice su invito. Si includono nell’Alleanza Svezia e Finlandia con l’assenso della Turchia di Erdogan pagato con la vendita dei Curdi, e si conferma l’uso dell’Ucraina come vittima, approfittando dell’offerta fattane da Zelensky per innescare il conflitto ieri e prolungarne poi il sacrificio per tutto il corso della crisi fino ad ora.

La guerra, cominciata con l’aggressione russa e personalizzata per il volgo come l’aggressione di Putin, si ritorce dunque contro di lui: come ha detto Biden, egli “puntava al modello Finlandia per l’Europa e invece ottiene il modello Nato”. Tanto meno essa potrà servirgli per l’annessione dell’Europa all’Impero di Pietro il Grande, che perseguiva come nuovo Zar, secondo le intenzioni attribuitegli dalla stampa occidentale.

Quanto all’esercizio vero e proprio della guerra esso viene assicurato dalla NATO con le armi largamente fornite all’Ucraina (che ne denuncia il fabbisogno di 5 miliardi di dollari al mese) per sostituire e integrare quelle ex sovietiche con le armi “atlantiche”, e viene predisposto con lo schieramento annunciato da Stoltenberg di 300.000 uomini (come si diceva una volta quando non si teneva conto delle donne) lungo la frontiera europea della Russia.

Ius ad bellum

Come già era accaduto nel 1998 quando aveva intrapreso in proprio la guerra contro la Jugoslavia la NATO si attribuisce pertanto quello “ius ad bellum” che era stato finora prerogativa ed espressione degli Stati sovrani. Essa si presenta perciò come un soggetto a se stante, come un nuovo Leviatano nel concerto delle Nazioni, più che come una alleanza tra Stati stipulata dai governi e ratificata, quando si dà democrazia. dai rispettivi Parlamenti.

Si tratta dunque di una Terza alleanza. La Prima Alleanza fu quella scaturita dal Patto Atlantico del 4 agosto 1949 per gestire la guerra fredda. Nel novembre 1991 dopo la guerra del Golfo essa, nonostante lo scioglimento del Patto di Varsavia e il raggiungimento del suo scopo sociale, fu confermata dal vertice di Roma, che tuttavia ribadì la sua natura difensiva e la sua area di competenza geograficamente limitata: perfino con enfasi i documenti di Roma affermavano che “nessuna delle sue armi sarà mai usata se non per autodifesa, né essa si considera avversario di alcuno”.

Tuttavia ciò viene meno quando, nell’aprile 1999 nel pieno della guerra jugoslava il vertice di Washington dà alla luce una seconda Alleanza, che introduce un nuovo “concetto strategico” e abbandona il vecchio limite di competenza territoriale per abbracciare tutta “l’area euro-atlantica” compresa la Russia e l’Ucraina, venendo a coincidere così di fatto con l’emisfero Nord del mondo.

Il governo del mondo

Al compito di preservare l’equilibrio in Europa, si sostituisce quello della “risposta alle crisi” e di “gestione delle crisi”, anche sul piano militare. La riserva della natura esclusivamente difensiva dell’impiego della forza armata, stabilita dall’ONU e ribadita dalla risoluzione del ‘91 viene lasciata cadere, e vengono contemplate espressamente operazioni fuori area non coperte dagli art. 5 e 6 del Trattato istitutivo.

La questione non è più la difesa dell’Europa ma è il mondo, è il governo del mondo.
La ragione è che il mondo è diventato troppo pericoloso, e ciò viene ben presto dimostrato l’11 settembre 2001 con l’attacco alle Torri gemelle. Un anno dopo, nel settembre 2002, gli Stati Uniti rendono nota la nuova “Strategia della sicurezza nazionale” che viene fatta consistere in un dominio esteso a tutta la Terra.

Nessuna Potenza (nemmeno l’Europa) dovrà mai eguagliare la forza militare degli Stati Uniti, la prevenzione non basta più, “la miglior difesa è l’attacco” prima ancora che la minaccia si riveli. Questa dottrina viene estesa alla NATO; del resto quando Putin e Clinton avevano nel 2000 a Mosca discusso un eventuale ingresso della Russia postsovietica nella NATO, la delegazione americana presente ai colloqui si era opposta perché un’alleanza (come uno Stato) non può sussistere senza nemici. Anzi il nemico, inteso hegelianamente come l’estraneo, lo straniero, è secondo la dottrina schmittiana corrente in Occidente, il criterio stesso del politico.
Il nuovo “concetto strategico” adottato a Madrid segna ora l’avvento della Terza Alleanza.

Quale risposta può essere data all’altezza di questa sfida? Essa non può essere né quella di un’alleanza contro l’altra (i Paesi del BRICS, Brasile, Russia, Cina, Sudafrica, contro quelli della NATO) né di un’uscita unilaterale dall’Alleanza, che sarebbe catastrofica e inefficace. In un’assemblea popolare che, per una fortuita coincidenza, si è tenuta a Messina il giorno successivo al vertice di Madrid, si è condivisa una proposta che avevamo formulato anche noi, quella di una risposta propriamente politica.

Occorre che almeno uno Stato sovrano si faccia promotore di una visione del mondo diversa, di una politica internazionale inclusiva, di una casa comune abitata non da nemici ma da una stessa umanità. Questo Paese sovrano può essere l’Italia, per la sua stessa vocazione costituzionale,

La proposta perciò è di promuovere una legge costituzionale di iniziativa popolare per aggiungere alla Costituzione una norma transitoria e finale per la quale l’Italia operi perché il ripudio della guerra in tutte le sue forme, comprese le sanzioni e le altre modalità di genocidio, sia fatto proprio da tutti gli Stati, siano ridotte consensualmente le armi e le spese militari, siano sciolte le alleanze di parte, sia salvaguardata la Terra e si persegua il fine di una Costituzione mondiale che garantisca giusti ordinamenti e il godimento universale dei diritti e dei beni fondamentali per tutti, nessuno escluso. Alle alleanze di guerra imposte dai poteri, può far seguito una Nuova Alleanza voluta dai popoli.


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