Reader’s – 7 giugno 2022 (rassegna web)

Voto di fiducia su Boris Johnson in casa Tory. Comunque l’inizio della fine

(da Remocontro)

Boris Johnson si salva

BORIS JOHNSON SI SALVA PER UN SOFFIO
211 voti a favore di BoJo, ma ben 148 contrari all’interno del partito conservatore. «Un’anatra zoppa, anche se non ancora un’anatra abbattuta»

Voto di fiducia su Boris Johnson in casa Tory. Comunque l’inizio della fine. Oltre lo scandalo del Partygate politica estera Ue e Ucraina.

La cronaca di ieri, l’inizio della fine

Tecnicamente il voto sarà sul ruolo di Johnson quale leader di partito, ma in caso di sfiducia di oltre la metà dei suoi (180 deputati) egli si dovrà dimettere anche come premier. Downing Street da parte sua ha fatto sapere che ‘BoJo’ accoglie con favore questa svolta che permetterà di mettere un punto sullo scandalo Partygate, ci informa Nicol Degli Innocent, dell’ANSA. Mentre lui, ovviamente parla d’altro.

La guerra para scandali

«Il governo britannico rivendica come giustificata la prevista fornitura di sistemi missilistici multi-testata a lungo raggio all’Ucraina». Lo scrive il premier Boris Johnson in un messaggio in cui ignora il cruciale voto di fiducia di stasera sulla sua leadership in casa Tory per tornare a sfidare invece la Russia di Vladimir Putin. I sostenitori del premier sono certi che supererà facilmente l’ostacolo e potrà continuare a governare senza più la spada di Damocle sulla testa.

Meno certa l’analisi altrui

«Arriva il momento della verità per Boris Johnson, che stasera dovrà affrontare un voto di fiducia. Anche se, come probabile, sopravvivrà al voto il premier britannico si troverà in una posizione fortemente indebolita», la lettura del Sole24Ore. L’annuncio è arrivato stamani da Graham Brady, presidente della Committee che gestisce i deputati conservatori. Brady non ha voluto rivelare il numero esatto di lettere che ha ricevuto ed è quindi difficile prevedere esattamente l’esito del voto. Per vincere, Johnson ha bisogno del consenso del 50% dei deputati più uno, quindi almeno 180 voti favorevoli.

I problemi però sono due

«Innanzitutto le regole possono essere modificate, come ha ammesso oggi lo stesso Brady. L’altra questione riguarda il numero di voti contrari: se Johnson vincerà di stretta misura sarà una vittoria di Pirro che non taciterà le voci dei suoi detrattori». Nessuno nel partito conservatore ha dimenticato che Theresa May, precedessore di Johnson, aveva vinto il voto di fiducia all’apice delle divisioni nel partito a causa di Brexit, ma pochi mesi dopo era stata costretta alle dimissioni.

Lo scudo della guerra

I suoi sostenitori ritengono che rimuovere Johnson dall’incarico e cercare un nuovo leader farebbe scattare una “guerra civile all’interno del partito conservatore” e sarebbe irresponsabile in un momento di crisi economica e durante la guerra in Ucraina. Ma In realtà la ‘guerra civile all’interno del partito è scoppiata da tempo’ e «un numero crescente di ex-sostenitori del premier hanno preso le distanze o lo hanno criticato sia per avere violato le regole da lui stesso imposte che per avere mentito al Parlamento quando aveva dichiarato più volte che non c’erano state feste a Downing Street».

Non solo Partygate

Le critiche al premier non sono limitate allo scandalo partygate. «Molti deputati non condividono la linea dura contro l’Unione Europea e la minaccia di abrogare unilateralmente il Protocollo irlandese, che temono possa avere ripercussioni negative sia economiche che politiche per la Gran Bretagna». E molto altri, pur sostenendo una politica di immigrazione controllata, sono contrari alla provocatoria e irreale decisione del Governo di spedire gli immigrati illegali in Rwanda senza possibilità di appello o di ritorno.

L’alternativa Jeremy Hunt

A favore del premier gioca il fatto che non c’è un chiaro successore che abbia il sostegno di gran parte del partito. «Tra i vari papabili, il candidato con più esperienza è Jeremy Hunt, ex ministro della Sanità e degli Esteri, che nell’ultima sfida per la leadership del partito era arrivato secondo dietro a Johnson. Hunt non nasconde le sue ambizioni e ha già dichiarato che stasera voterà contro il premier».

L’opposizione laburista

Il leader dell’opposizione, il laburista Keir Starmer, oggi ha dichiarato che anche se Johnson dovesse vincere il voto di stasera «questo sarà per lui l’inizio della fine».


Trapezisti

da Massimo Marnetto: Il 21 Giugno è il giorno in cui si discuterà la mozione contro la guerra. L’evento viene enfatizzato perché c’è un cospicuo gruzzolo di consenso pacifista ”ses-sem” (senza se e senza ma), che cerca casa.

Ma niente paura di crisi: nonostante le drammatizzazioni della vigilia, sarà pura logomachia. Una battaglia di parole, tesa a limare un avverbio, stemperare un aggettivo, affusolare un impegno, affinché tutti possano dire di aver imposto le loro condizioni agli altri.

E qui, occorre rivolgere la nostra riconoscenza a quei trapezisti del lemma, pagati per accontentare tutti i partiti e scrivere documenti che dicono tutto e il suo contrario.


In my humble opinion

Io credo che siano proprio i se e i ma a salvarci dall’ illusione di avere la verità in tasca. L’alternativa è sempre il pregiudizio, il giudizio affrettato che impedisce di approfondire con il dubbio le ragioni di chi la pensa diversamente da noi. Certo, non soltanto con il dubbio, che può facilmente degenerare nel qualunquismo e incoraggiare all’ipocrisia, ma con il dialogo e il confronto .

Non è difficile notare in queste settimane come una guerra faciliti il “partito preso” facendo delle opinioni delle professioni di fede, così moltiplicando le ragioni dello scontro, armato di parole prima, di armi vere poi. Incoraggiati ovviamente dalla pigrizia mentale e dall’ignoranza più o meno colpevole. Dalla vita concepita come obbligata competizione o peggio scontro amico/nemico non possono derivare che guai. (IMHO nandocan)


Come le sanzioni puniscono il mondo senza distinguere tra buoni e cattivi

Alberto Negri su Remocontro

Il Fondo monetario stima nel 2022 un calo dell’economia russa dell’8,5% e con il crollo delle esportazioni occidentali mancheranno i pezzi nel settore tecnologico anche per le industrie di base. Ma Putin è riuscito a mantenere un rublo forte e ha il tempo per trovare nuovi partner disposti ad aggirare le sanzioni. Alberto Negri che prima sul Manifesto e poi su Remocontro non fa sconti.

Una guerra senza vincitori

Sarà una guerra senza vincitori, dice l’Onu. Ma già si vedono molti perdenti. Le sanzioni a Mosca non funzionano – almeno per ora – scrive Larry Elliot nell’editoriale del Guardian.

Peggio ancora, stanno avendo effetti perversi sui prezzi dell’energia e alimentari mondiali. E anche sulla politica. Al punto che invece di punire i dittatori come Putin, Biden è costretto, per frenare l’impennata del petrolio, ad andare in visita in Arabia saudita dal principe assassino Mohammed Bin Salman (quello che ha fatto uccidere il giornalista Khashoggi e che Biden stesso aveva definito un “pariah”). E a chiudere due occhi, non uno, sui raid di Erdogan contro i curdi – alleati nella guerra all’Isis – che si oppone anche all’ingresso nella Nato di Finlandia e Svezia.

I cattivi utili e quelli da cancellare

Mettiamo sanzioni a Putin ma non alla Turchia, che invade il territorio siriano e iracheno e vìola sistematicamente le regole (come Israele, per esempio, Ankara non ha imposto sanzioni a Mosca) ma allo stesso tempo sta negoziando con Putin sulle rotte nel Mar Nero del grano da cui dipende la vita di centinaia di milioni di persone nel mondo. Vale la pena ricordare, tra l’altro, che le primavere arabe esplosero nel 2011 dopo un anno di siccità che fece impennare i prezzi alimentari. Gran parte di questi Paesi dipendono dal 60 all’80% dalle importazioni da Russia e Ucraina.

Guerra economica a perdere

In un certo senso le sanzioni invece di costringere Putin a fermare l’invasione dell’Ucraina la stanno incoraggiando. Nei primi quattro mesi dell’anno il surplus dei conti correnti russi, grazie all’impennata delle quotazioni di gas e petrolio, ha sfiorato i 100 miliardi di dollari, il triplo rispetto al 2021. E appena l’Unione europea ha annunciato il bando parziale al petrolio russo (quello via mare), il Cremlino ha beneficiato di un’altra valanga di entrate. Non solo, per il momento la Russia non sta incontrando difficoltà a trovare mercati di esportazione: in aprile le sue vendite energetiche in Cina sono già aumentate del 50% rispetto all’anno scorso.

Sanzioni, arma crudele ma non mortale

Questo non significa che le sanzioni non avranno effetto: il Fondo monetario stima nel 2022 un calo dell’economia russa dell’8,5% e con il crollo delle esportazioni occidentali mancheranno i pezzi nel settore tecnologico anche per le industrie di base. Ma Putin è riuscito a mantenere un rublo forte e ha il tempo per trovare nuovi partner disposti ad aggirare le sanzioni.

L’Iran che insegna

Ci riuscirà anche con l‘aiuto di un Paese maestro nel farlo, l’Iran, da 40 anni sotto embargo, fatta eccezione per il breve momento dell’accordo sul nucleare del 2015 poi cancellato da Trump, il presidente Usa artefice di quel patto di Abramo anti-Teheran tra Israele e le monarchie petrolifere del Golfo, che con la guerra in Ucraina stanno facendo miliardi attirando ex nemici come Turchia e Siria.

Embargo perenne

In realtà viviamo da decenni, per un motivo o un altro, in un mondo sotto embargo, solo che non lo vogliamo ammettere. Giustamente Luciana Castellina sottolineava sul manifesto una notizia largamente ignorata sui media, ovvero che a fine giugno il vertice Nato non discuterà solo di strategie militari ma anche di scelte energetiche. Lo fa da sempre senza dirlo, con i fatti e le armi. Perché siamo arrivati alla vigilia della guerra alla dipendenza dal gas e dal petrolio della Russia è semplice e brutale.

Libia occasione mancata

Le alternative potevano essere in questi decenni la Libia (con cui l’Italia ha un gasdotto), distrutta dall’intervento francese, Usa e Gran Bretagna nel 2011, l’Iran rimesso sotto embargo dopo l’accordo sul nucleare del 2015, che possiede le seconde riserve al mondo di gas dopo Mosca, l’Iraq, invaso nel 2003 dagli Usa dove gli europei ormai contano poco. «Siamo qui a proteggere anche le rotte del gas e del petrolio», mi disse in un’intervista in Kosovo il generale britannico Mike Jackson nel lontano (lontano?) 1999 dopo il bombardamento Nato di Belgrado.

Le vere cause della guerra in Siria

Robert Kennedy junior, nipote del presidente John Kennedy, ha spiegato qualche tempo fa in un articolo per la rivista Politico le vere cause della guerra in Siria. La radice del conflitto armato sono sorte in gran parte dal rifiuto del presidente siriano Bashar Assad di consentire il passaggio di un gasdotto dal Qatar verso l’Europa. Lui il gasdotto voleva farlo con l’Iran, alleato del padre Hafez dal 1979.

Storia dimenticata o raggirata

L’Europa continentale – la Germania e l’Italia in particolare – dalla seconda guerra mondiale non aveva più il controllo su nessuna fonte energetica. Gli accordi con Mosca erano una strada obbligata (e conveniente) ma questo lo hanno voluto le potenze vincitrici come gli Usa. Gli errori, imputati alla Merkel e alla politica energetica italiana, come si vede, stanno da tutte le parti.

Per colpire Mosca, fame sul terzo mondo

L’embargo e le sanzioni contro Mosca sono state viste come un’arma – finora spuntata – per costringere Putin a negoziare. Ora si progetta di dare sempre più armi all’Ucraina ma potrebbe non bastare mentre con l’escalation bellica si rischia qualche cosa di peggio e intanto le sanzioni a Mosca possono ridurre alla fame il cosiddetto terzo mondo. Per questo, prima o poi, servirà trovare un compromesso.

«Dobbiamo fare in modo che si arrivi alla pace, anche se non si tratta proprio della pace completamente giusta», lo dice persino il segretario del Pd Letta.


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