Reader’s – 6 settembre 2022 – rassegna web

Non volevo crederci quando questa mattina ho letto su Facebook (Pina Fasciani) questa citazione tra virgolette del nuovo premier britannico, Elisabetta (Liz) Truss:

“Se la situazione mi richiederà di premere il pulsante nucleare, lo farò immediatamente. E non importa se moriranno milioni di cittadini, per me la cosa principale è la democrazia e i nostri ideali. I leader occidentali, per come la vediamo, sono pronti per una guerra nucleare e competono per vedere chi sarà il primo a ricevere l’onore di premere il pulsante”.

Ora, è vero che dopo l’elezione di Trump e il linguaggio da lui usato in campagna elettorale possiamo aspettarci di tutto, ma la signora in questione – anche se in campagna elettorale e anche se non ancora in carica come primo ministro – è pur sempre l’attuale ministro degli esteri del Regno Unito.

Una dichiarazione come questa, fatta pubblicamente durante una riunione di Conservatori lascia allibiti e anche un po’ preoccupati. Tanto più nel corso di una guerra in cui molti vedono la minaccia di un’escalation mondiale e la Gran Bretagna, potenza nucleare accanto agli Stati Uniti, ha nella NATO un ruolo di primissimo piano.

Cercando una conferma alla notizia sulla stampa britannica, l’ho trovata sul “Guardian” sotto un titolo che accenna all’entusiasmo con cui quel linguaggio sarebbe stato accolto tra i tories. Eccola:

https://www.theguardian.com/world/2022/aug/25/three-tory-cheers-for-the-apocalypse-after-liz-truss-nuclear-pledge

E sull’elezione del ministro degli esteri, ansiosa di misurarsi con l’eredità della Tatcher, un prestigioso quotidiano francese, “Le monde diplomatic” ha scritto: L’ex capo della diplomazia del Regno Unito, con una linea dura nei confronti di Mosca, si è recentemente distinta per le sue molteplici dichiarazioni controverse e persino per i suoi errori. Un assaggio del mandato di questo ammiratore della Lady di ferro?

(L’ancienne chef de la diplomatie du Royaume-Uni, tenante d’une ligne dure à l’égard de Moscou, s’est dernièrement distinguée par ses multiples déclarations polémiques voire ses bourdes. Un avant-goût du mandat de cette admiratrice de la Dame de fer ? )

da “Le Monde diplomatique”:

Conflitto ucraino: Liz Truss ipotizza una possibile escalation militare

Dottrina nucleare, Ucraina e rapporti con Mosca: Liz Truss verso una linea dura diplomatica?1

Pochi giorni prima del lancio dell’offensiva in Ucraina, (Liz Truss) aveva commesso un notevole errore geografico durante una visita molto tesa in Russia. Di fronte a Sergei Lavrov, aveva affermato che Londra non avrebbe mai riconosciuto come russe le regioni di Voronezh e Rostov, entrambe situate nel sud-ovest del paese, prima di tornare in seguito alle sue osservazioni. «Durante l’incontro mi è sembrato che il ministro Lavrov stesse parlando di una parte dell’Ucraina», ha corretto, precisando di aver confermato al ministro che il suo Paese riconosceva naturalmente la sovranità russa su queste aree.

Sostenitrice, come Boris Johnson, del risoluto sostegno del Regno Unito all’Ucraina, Liz Truss aveva dichiarato ad aprile che la vittoria di Kiev rappresentava “un imperativo strategico” e aveva affermato che anche Mosca avrebbe dovuto evacuare la Crimea. Una posizione intransigente che ha mantenuto fino ad oggi, anche ipotizzando una grande escalation militare.

Regno Unito: Liz Truss eletta Primo Ministro 

Durante la campagna, ha spiegato senza batter ciglio di essere pronta a usare armi nucleari, a qualunque costo. “Lei, Liz Truss, come Primo Ministro, potrebbe dare l’ordine di scatenare le nostre armi nucleari”, le ha chiesto un giornalista il 23 agosto, specificando nella sua domanda che usarle significherebbe il “totale annientamento” del pianeta. “È una delle responsabilità importanti di un Primo Ministro”, ha risposto freddamente il ministro degli Esteri britannico. “Sono pronto a farlo. Sono pronta a farlo”, ha martellato, scatenando gli applausi del pubblico.

Dottrina nucleare, Ucraina e rapporti con Mosca: Liz Truss verso una linea dura diplomatica?2

Altrettanto ostile nei confronti della Cina, Liz Truss ha promesso alla fine di luglio di rafforzare i legami economici e commerciali con i paesi del Commonwealth – un’alleanza che riunisce principalmente ex colonie britanniche – per contrastare quella che ha definito “la crescente influenza malevola” di Pechino . Ha mostrato sostegno a Taiwan, tuttavia ha escluso di andare sull’isola come Primo Ministro.

Affermazioni ambigue sui rapporti con gli alleati

Le osservazioni acide di Liz Truss non si limitavano ai nemici designati del Regno Unito: durante una riunione elettorale di agosto, si è rifiutata di commentare il rapporto che intendeva mantenere con il presidente francese. Quando la giornalista che ha ospitato la serata le ha chiesto “Macron, amico o nemico?”, Liz Truss ha risposto che “la giuria” stava “ancora deliberando”, facendo ridere la sala. “Se diventerò primo ministro, lo giudicherò dalle sue azioni e non dalle sue parole”, ha aggiunto. Questa battuta gli è valsa la replica di Emmanuel Macron, che ha dichiarato che “non è mai bello perdere l’orientamento nella vita” e ha riaffermato la solidità dell’alleanza franco-britannica, grattando di sfuggita “osservazioni dalla piattaforma”.


In Cile resta la costituzione di Pinochet.

Il nuovo testo elaborato dalla costituente eletta a maggio 2021, progressista, ambientalista e aperto al riconoscimento delle nazionalità indigene, è stato rigettato nel plebiscito di ieri con oltre il 60% dei no. Il neo presidente (di sinistra) Gabriel Boric ha varato un rimpasto di governo e ha proposto di avviare un tavolo trasversale per la riforma. (il Fatto Quotidiano)

di Livio Zanotti

Non ha un significato univoco e men che meno conclusivo ilplebiscito che a larga maggioranza (61,87% contrari, 38,13% favorevoli) ha respinto in Cile la nuova Costituzione. Certamente costituisce una secca battuta d’arresto del processo di radicale rinnovamento politico e istituzionale del paese, tumultuosamente aperto dalle continue proteste di piazza del 2019, poi incanalate nella convenzione costituente che ottenne il 78% dei voti nel 2020. Gli stessi 15 milioni di elettori, i rispettivi partiti, dovranno tuttavia -inesorabilmente- trovare il modo di riprendere e continuare il dibattito. Le elezioni immediatamente precedenti dimostrano che la Costituzione di Pinochet ha il sostegno di una ridotta minoranza, che non rappresenta neppure tutta la destra.

Nondimeno a tutt’oggi rimane vigente. E lo sarà fintanto che non verrà sostituita da un’altra. Mentre c’è un’ampiamaggioranza che considera indispensabile e urgente alla vita del paese, al suo sviluppo economico e civile, trovare nella Charta fondamentale la forma giuridica capace di rendere compatibili interessi materiali e sensibilità sociali storicamente diversi e tutt’ora divisi (grosso modo) in 3 terzi. Detto in termini tradizionali: un 30% alla sinistra, un 30% al centro e un 30% alla destra. Se, com’è avvenuto più volte in passato e di nuovo con questo plebiscito, il centro si spacca e una parte vota con la destra, il centro-sinistra perde. Ma in quest’attuale contesto il prevalere della conservazione sulla riforma, evidentemente rilevante è tuttavia circostanziale.

E’ stata anche una rivincita del vecchio sul nuovo; ma la bocciatura referendaria della nuova Costituzione cilena non ha un significato univoco nè risolutivo. La maggioranza del paese ha già scartato la Costituzione imposta da Pinochet. Le forze politiche non hanno altro cammino che riprendere quello costituente e il centro-sinistra è condannato a trovare un’intesa che circoscriverà la radicalità dei giovani e il conservatorismo degli anziani.

Settembre non è storicamente un mese dei più felici per il riformismo cileno. Dalla tragedia di quasi mezzo secolo addietro, dall’indimenticabile sacrificio di Salvador Allende, però, la storia nazionale ha riconquistato con piena convinzione (la tenacia è nel carattere cileno) il cammino del confronto democratico. Di cui, entro i limiti delle tensioni sopportabili dal sistema istituzionale, anche la piazza è un luogo del tutto legittimo in una democrazia piena e partecipata. E’ questo un aspetto nient’affatto secondario dei nodi da sciogliere. Preliminare anche ai punti concreti e specifici il cui rifiuto ha portato alla bocciatura del testo, su cui i 154 costituenti eletti da una grandissima maggioranza popolare ha discusso dal luglio 2021 al luglio scorso: quasi 13 mesi.

Evidente, innegabile, si presenta la contraddizione tra un’Assemblea costituente liberamente eletta, che redige e approva a larga maggioranza un testo poi invece respinto dalla consultazione popolare che avrebbe dovuto confermarlo. Appare nient’affatto estranea a questo capovolgimento d’opinione nella massa del medesimo corpo elettorale, la richiesta della parte più moderata del centro-sinistra, personalità e frazioni del Partito Socialista e della Democrazia Cristiana, di tagliare il numero dei delegati indipendenti (cioè non diretta espressione dei partiti), a una nuova Assemblea costituente. I resoconti del dibattito interno a quella appena sciolta, rivelano infatti che alla contrapposizione centro-sinistra/centro-destra si è spesso sovrapposta quella interna al centro-sinistra tra la linea riformatrice più avanzata, talvolta radicale, espressa dai delegati indipendenti, e quella moderata rappresentativa dei partiti.

In Cile, così come in quasi tutto l’Occidente, incontriamo cosìuna consistente area di opinione qualificata, attiva e militante, che si mantiene al di fuori dei partiti tradizionali. Spesso in opposizione ad essi, alla loro dirigenza soprattutto, anche quando in astratto politicamente affini. E’ lo spazio da cui periodicamente scaturiscono iniziative e movimenti sommariamente definiti populisti, proprio in quanto esterni ed estranei ai partiti. Al punto che tra le critiche alla Costituzione respinta è stata fatta anche quella di non aver definito uno statuto dei partiti, nè fissato il loro numero massimo. Insieme al rifiuto dell’unicameralismo e della limatura dei poteri dell’esecutivo in materia economica (di carattere presidenzialista nell’intero continente) a vantaggio di quello legislativo. Una revisione discussa peraltro da decenni da Santiago a quasi tutte le altre capitali latinoamericane.

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UN un protocollo sulla scia della Dichiarazione di Nuova Delhi

di Raniero La Valle

Ci sono due notizie pubblicate dal “Fatto quotidiano” di cui non si può dire: “se fossero vere”, perché sono vere, ma di cui si può dire che se avessero un seguito fino all’ultimo loro possibile sviluppo potrebbero gioiosamente rovesciare, come altre volte è accaduto, le previsioni deprimenti dei sondaggi preelettorali.

Un programma “chiaramente di sinistra”

La prima delle due notizie è quella rievocata da Barbara Spinelli di un grave errore compiuto da Michail Gorbaciov, di cui peraltro in questi giorni si è ricordato il valore della visione storica e politica. La seconda notizia è quella riferita da Stefano Fassina, uno dei leaders più prestigiosi che lasciarono il PD, secondo il quale “Conte attrae consensi dall’area progressista e da quella cattolico-sociale, attenta alle conseguenze economiche e umanitarie del conflitto (ucraino) oltre a portare avanti i temi del lavoro che il PD trascura da anni”, e lo fa con un programma “chiaramente di sinistra” che “intercetterà tanti elettori indecisi o delusi da un PD troppo appiattito su Draghi”.

L’errore di Gorbaciov

L’errore di Gorbaciov è stato quello di fidarsi dell’Occidente che alla fine della guerra fredda gli aveva assicurato che la NATO non si sarebbe allargata ad Est “neanche di un pollice” per tener conto degli interessi di sicurezza russi. Tutte le delegazioni occidentali reduci dai negoziati con Gorbaciov registrarono nei loro resoconti questo impegno di cui però si trascurò di dare atto per iscritto in un documento formale.

Gorbaciov dimostrò invece una ben altra attenzione agli interessi comuni e di amare la Germania più dei suoi alleati atlantici quando fece aprire il muro di Berlino che non cadde per nessuna insurrezione popolare ma per una decisione politica che il leader sovietico, interpellato dai dirigenti tedeschi, comunicò loro per telefono, mentre Andreotti salutava l’evento con la celebre battuta secondo cui amava tanto la Germania da preferire che ce ne fossero due invece di una sola felicemente riunificata.

Tanto Gorbaciov faceva credito ai suoi interlocutori nella politica mondiale che giunse a proporre da Nuova Delhi insieme al premier indiano Rajiv Gandhi “un mondo libero dalle armi nucleari e nonviolento”. In una solenne dichiarazione del 27 novembre 1986, rivendicando di rappresentare oltre un miliardo di uomini, donne e bambini dei loro due Paesi, “che insieme fanno un quinto dell’umanità intera”, essi affermavano che “la vita umana è il valore supremo”, che “il mondo è uno e la sua sicurezza indivisibile.

Est ed Ovest, Nord e Sud, indipendentemente dai sistemi sociali, dalle ideologie, dalle religioni e dalle razze, devono essere uniti nella fedeltà al disarmo e allo sviluppo”, garantire giustizia economica e rinunciare agli stereotipi “di chi vede un nemico in altri paesi e popoli”.: una proposta politica di una lungimiranza senza precedenti, che non fu degnata nemmeno di una informazione dai grandi giornali d’Occidente (fu pubblicata invece dalla rivista “Bozze 87”).

Il ripudio italiano della guerra

L’Italia potrebbe ora, di fronte allo scempio dell’aggressione russa e della rovinosa reazione occidentale, raccogliere quella eredità e farsi promotrice, ma con maggiori affidamenti, di un analogo impegno da parte di tutti gli Stati: ciò che infatti è stato concepibile una volta può essere concepito e realizzato ancora.

Lo strumento che, nero su bianco, essa potrebbe proporre alla comunità internazionale è un Protocollo che estendesse il ripudio italiano della guerra a tutti i partner della comunità mondiale e ne esigesse l’impegno alla difesa dell’integrità della Terra. Tale Protocollo, da allegare al Trattato sull’Unione europea e alla Carta dell’ONU, è già pronto, formulato e proposto, come riferito dal “Fatto” del 25 agosto, dall’Istituzione italiana “Costituente Terra”, firmato da illustri costituzionalisti, da centinaia di elettori e fatto proprio da numerosi candidati di diversi partiti alle elezioni del 25 settembre.

Un’iniziativa internazionale dell’Italia

Si tratta di un’iniziativa internazionale dell’Italia che gli eletti dovrebbero promuovere nel prossimo Parlamento per una uscita definitiva dalle politiche e dalle culture di guerra, ormai incompatibili con la decisione del “first use” (primo uso) dell’arma nucleare adottata dalle maggiori Potenze atomiche e per una loro sostituzione con politiche e garanzie di solidarietà economica e sociale veramente globale. Anche il candidato Giuseppe Conte che viene non solo da una tradizione democratica e di movimento popolare ma anche dall’alta lezione etica del cardinale Silvestrini, potrebbe fare proprio questo impegno e “contagiarlo” per un’azione comune alle altre forze politiche.

(Dal Fatto Quotidiano del 6 settembre 2022)


  • Reader’s – 24/25 settembre 2022. Rassegna web
    siamo giunti al venerdì della chiusura della campagna elettorale. Non possiamo che raccomandare di andare alle urne ed esprimere il voto, Nell’attuale situazione la rinunzia alla scelta, anche se fosse per esprimere una protesta, sarebbe inefficace e influirebbe negativamente rispetto ai mali che si vorrebbero evitare. Vi segnaliamo la possibilità di far registrare al seggio un reclamo contro l’iniqua legge elettorale esistente (il “rosatellum”) secondo quanto suggerito da “Critica liberale” e altre personalità, e si può trovare al seguente link:
  • Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web
    Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.
  • Reader’s 22 settembre 2022. Rassegna web
    Siamo in molti a notare come in questa breve campagna elettorale si sia parlato ben poco della guerra in Ucraina e del ruolo che potrebbero avere Italia ed Unione europea nel tentativo di giungere ad una soluzione del conflitto nel più breve tempo possibile. È vero che da sinistra si continua a invitare l’Europa a prendere l’iniziativa, magari affidandosi all’esperienza dell’ex cancelliera Merkel come propone qualcuno, ma senza crederci troppo, nella consapevolezza che chi, con l’invio delle armi, è co-belligerante di fatto non possa accreditarsi anche per il ruolo di mediatore. D’altronde, l’auspicata autonomia dell’ Unione Europea dalla Nato mi pare piuttosto teorica, quella dell’Italia dagli Stati Uniti ancora di piú.
  • Reader’s 21 settembre 2022 rassegna web
    I capelli delle donne vanno coperti perché sono belli e inducono gli uomini in tentazione. E si sa, un uomo eccitato perde lucidità e non si calma se non dopo un amplesso. Per evitare questo ”disordine”, il dio mussulmano (ma non solo) impone alle donne di coprirsi i capelli con un velo. Le donne più coraggiose – come Masha Amini – si ribellano e per questo vengono picchiate e uccise dalla Polizia Morale iraniana.
  • Reader’s – 17/18 settembre 2022. Rassegna web
    Alternanza sì ma nel rispetto della democrazia (e per favore non sparate sulla Costituzione) Il dibattito elettorale diviene ogni giorno più acceso in vista del voto del 25 settembre, è rimasta però una sorta di autolimitazione che vieta di invocare l’antifascismo come dimensione di senso che dovrebbe orientare le scelte di voto del popolo italiano. […]
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