Reader’s – 6 luglio 2022

«L’inchino di Draghi al Sultano», per un severissimo Alberto Negri, titola Remocontro presentando un articolo dell’ ottimo inviato dal “Manifesto”.

Sottotitolo ancora più feroce, ‘C’era una volta un dittatore’. «Show turco-italiano ad Ankara, fra inni e costumi imperiali Erdogan prende tutto, noi gran poco», scrive sul Manifesto. Draghi ad Ankara cambia idea sul «dittatore» Erdogan: «Noi uniti contro Mosca». Uniti quanto e solo contro Mosca? Un occhio un po’ più attento e critico sulla difficile visita del premier italiano col seguito di ben cinque ministri.

Sconti di guerra per dittatori utili

Tutto si risolve con un inchino al Sultano. «Con i dittatori bisogna essere franchi ma cooperare», disse l’anno scorso Draghi riferendosi a Erdogan e aprendo un caso diplomatico. Dal 2021, con in mezzo la guerra in Ucraina, il caos libico e le tensioni nel Mediterraneo orientale, il presidente del consiglio italiano ha fatto un passo avanti: adesso con il dittatore non solo cooperiamo, ne siamo diventati «amici» come ha detto Draghi ieri a Ankara. Quindi anche complici.

In processione ad Ankara

L’Italia e la Nato, pur di fare entrare Svezia e Finlandia nell’Alleanza, hanno svenduto il destino dei curdi a Erdogan, e ieri Draghi è andato ad Ankara, in compagnia di cinque ministri, con il cappello in mano per chiedere appoggio sul gas (Tap e Tanap), sulle concessioni offshore a Cipro (ostacolate dalla Turchia) e sulla Libia, dove in Tripolitania Erdogan conduce le danze tra le fazioni e l’Italia con l’Eni non estrae il petrolio e il gas di cui avrebbe bisogno.

‘Valori occidentali’ in svendita

In cambio alla Turchia offriamo armamenti -questo significava la presenza ad Ankara del ministro della difesa Guerini- un aumento dell’interscambio (attualmente a 20 miliardi euro) e ci prepariamo quindi a chiudere gli occhi sulle malefatte di Erdogan contro i curdi e gli oppositori interni. Sarebbe quindi ora di smettere di vaneggiare sui «valori occidentali», visto che forniamo a Erdogan gli elicotteri Agusta per colpire i curdi sia in Siria che in Iraq. Draghi in Turchia ha dimostrato l’ipocrisia occidentale sulla democrazia e i diritti umani e la sua visita, preceduta dall’accordo di Madrid, rafforza il regime nella sua guerra contro i curdi: un drone turco qualche giorno fa ha ammazzato a Raqqa la comandante del Forze democratiche siriane anti-Isis Mizgin Kobane. Tutto questo nel silenzio di quell’Occidente che appena qualche anno fa acclamava i curdi come i «nostri eroi» contro il Califfato e postava sui social le foto delle combattenti curde.

Il sultanato ottomano

È sullo sfondo di questi eventi e della guerra in Ucraina che Draghi è stato accolto al palazzo presidenziale di Ankara in pompa magna per l’incontro con il presidente turco Erdogan. Il premier italiano è stato preceduto da un corteo a cavallo mentre suonavano gli inni nazionali. Insieme al presidente turco Draghi ha sfilato su un tappeto azzurro scortato dalla guardia presidenziale in alta uniforme fino all’ingresso del palazzo. Ad attendere Draghi ed Erdogan una delegazione nei costumi degli eserciti dei 16 stati turchi fondati prima della repubblica: insomma una grande occasione per uno show improntato alle ambizioni neo-ottomane del leader turco.

‘Divide et impera’ tradotto in turco

Questo apparato scenografico, definito da Draghi in conferenza stampa, un’«accoglienza calorosa e splendida», non è stato certo casuale. Serviva a Erdogan per ribadire il suo ruolo di Sultano della Nato davanti a un interlocutore con cui aveva avuto un’acuta frizione diplomatica che nel corso dell’ultimo anno ha avuto modo di appianare grazie agli interessi comuni dei due Paesi e soprattutto alla remissività dell’Italia. Ecco un esempio di come abbiamo già ceduto alle richieste turche: recentemente abbiamo chiesto il permesso ad Ankara per esercitare con le navi dell’Eni il diritto acquisito di trivellare nella zona greca di Cipro, cosa che naturalmente ha fatto infuriare gli ellenici. E ieri Erdogan non ha perso l’occasione per bollare «la Grecia come una minaccia anche per l’Italia», riferendosi tra l’altro anche al contezioso sui migranti. Affermazione rimasta senza replica da parte italiana.

Libia va e vieni tra Turchia e Italia

Figuriamoci quando ci toccherà discutere sulla zona economica esclusiva tracciata tra Turchia e Libia da Erdogan nel 2019, che allora salvò il governo di Tripoli dalle truppe del generale Khalifa Haftar alle porte della capitale. Quella Libia dove le proteste esplose lo scorso «venerdì di rabbia» hanno messo drammaticamente sullo scacchiere internazionale il rischio che il Paese sprofondi nel caos e nell’anarchia mentre riemergono i gheddafiani.

Mediterraneo fu  ‘mare nostrum’

E non è certo un caso che la Turchia sia sempre in mezzo a mediare tra le fazioni di Tripoli, Misurata, Bengasi e Tobruk, dove ormai l’Italia da tempo non tocca palla. Come siamo in balìa dei turchi in questa parte del Mediterraneo che loro considerano la Patria Blu, un concetto strategico che dal Mare Egeo, dove i turchi si scontrano con la Grecia, vogliono ampliare al Nordafrica e ancora più in là, al Golfo, dove hanno i loro militari di stanza in Qatar. Troppe ambizioni? Sì, forse, per un Paese che vive anche una forte crisi economica, ma Erdogan sta giocando una duplice partita anche nella guerra in Ucraina, come mediatore con Putin e sostenitore del governo di Zelenski.

Accordi strategici non pervenuti

L’Italia al confronto appare assai evanescente anche se andiamo a vedere in concreto cosa è stato firmato ad Ankara: accordi sulle piccole e medie imprese e la protezione reciproca dei dati industriali. E se c’è qualche cosa di strategico – armi, gas e confini marittimi – è stato lasciato nelle pieghe dei protocolli d’intesa. Probabilmente avremo maggiori informazioni nei prossimi giorni ma una cosa è certa: di rimproveri al Sultano della Nato l’Italia di Draghi non ne fa e quell’appellativo di «dittatore» che gli riservò l’anno scorso resterà come una nota ininfluente a piè di pagina.


“Solo una tregua imperfetta può fermare in tempi brevi la guerra”.

Questo perché, scrive Lucio Caracciolo su Limes, “L’odio reciproco e l’indefinitezza degli scopi del conflitto ostacolano un negoziato tra Mosca e Kiev che conduca in tempi brevi a un assetto postbellico stabile duraturo.
«La pace “giusta”, comunque la si voglia definire, implica la guerra a oltranza, all’ombra dell’atomica», avverte Caracciolo. Che non esclude l’esistenza di una trattativa segreta per il cessate-il-fuoco.

Trattativa segreta per il cessate in fuoco

«È inverosimile che Mosca e Kiev negozino qualsiasi trattato di pace – un nuovo, stabile assetto postbellico – visto il carico di odio fra i due popoli e di sfiducia fra le due leadership. È invece possibile e necessario annodare una trattativa segreta fra Putin e Zelensky per un cessate-il-fuoco. Premessa del lungo percorso verso il congelamento sine die del conflitto». Così, dunque, riportato da Remocontro, Lucio Caracciolo, fondatore e direttore di Limes, la nota e prestigiosa rivista di Geopolitica.

‘Pace provvisoria’ alla coreana?

Subito un utile avvertimento storico che fa quasi sperare. «Non c’è nulla di meno temporaneo di una tregua fra nemici irriducibili (Corea insegna) quando nessuno ha a portata di mano la vittoria totale». Il problema è per i leader che la tregua dovrebbero concordare. Questione molto personale, quasi di vita o di morte. «L’ostacolo principale alla tregua è che aprendo formalmente il negoziato entrambi i capi rischierebbero il posto e la vita se dovessero apparire troppo corrivi verso il nemico».

Forse non ancora per Putin ma certo per Zelensky, con le forti contrapposizioni interne pronte a riesplodere nel momento stesso in cui venisse a cadere il collante patriottico.

Tra Casa Bianca e Pentagono

«Alla Casa Bianca – ma non in tutti gli apparati americani – vorrebbero che la guerra finisse presto. Mentre il Pentagono rinforza le capacità balistiche di Kiev con armi sofisticate, Biden e i suoi premono sugli ucraini per convincerli che rinviando la tregua negozierebbero poi da posizioni di estrema debolezza, vista l’inerzia che sul campo volge a favore dei russi. Contemporaneamente spiegano a Mosca di non avere affatto intenzione di rovesciare Putin».

Cafe Milano a Georgetown

Lo ha messo nero su bianco Biden il 31 maggio in un articolo per il New York Times: “Non vogliamo prolungare la guerra solo per infliggere dolore alla Russia”. Lo ha ripetuto Zalmay Khalilzad, messo della Casa Bianca, all’ambasciatore russo Anatolij Antonov, nel corso di un pranzo non proprio segreto da Cafe Milano a Georgetown». Serve un accordo, si sarebbero detti Khalilzad e Antonov. Con scambio incrociato di informazioni. Cosa Putin vorrebbe per “normalizzare” i rapporti con gli Usa. A cosa dovrebbe rinunciare Mosca.

Negoziato nella guerra russo-americana, con gli ucraini vittime sacrificali

Altre diplomazie si muovono più o meno sotterraneamente. Turchia: Erdoğan ha marcato fin dall’inizio della guerra la sua semi-equidistanza fra Russia e Ucraina. «Ora vuole cogliere i frutti di tanta acrobazia offrendosi (dis)onesto sensale nell’eventuale filo telefonico fra Putin e Zelensky». Anche Erdogan con Biden e prima o poi Zelensky, a rischio elezioni.

Tregua o escalation

«Più passa il tempo, più il conflitto può prendere una dinamica inarrestabile. Le conseguenze geopolitiche ed economiche della guerra stanno destabilizzando vaste aree africane e mediorientali, mentre è già oggi in questione la tenuta energetica e non solo di tutti i paesi europei, Italia inclusa».

A Roma governo silente

«Il nostro governo, consapevole dei rischi anche se assai prudente nel comunicarli, è stato il primo a disegnare un ambizioso progetto di uscita dalla guerra per tappe, partendo dalla tregua (e magari finendo con essa). Draghi stesso, nella visita di maggio a Washington, ha segnalato a Biden l’urgenza del cessate-il-fuoco prima che tutto salti».

Gli oscuri scopi della guerra

La grande incognita è l’indefinitezza dei rispettivi scopi reali della guerra per come è andata a definirsi sul campo di battaglia, la conclusione di Lucio Caracciolo. I russi forse tentati dall’arrivare a Kiev e gli ucraini che credono sul serio di recuperare tutti i territori rubati dai russi, inclusa la Crimea?

Non illudiamoci: la tregua sarebbe ingiusta, perché lascerebbe l’aggressore in condizione di vantaggio. Ma la pace “giusta”, comunque la si voglia definire, implica la guerra a oltranza, all’ombra dell’atomica. Meglio una tregua imperfetta che il suo perfetto contrario.


Pace o condizionatore?

Preferiamo la pace o il condizionatore acceso?” Nella breve nota di oggi, Massimo Marnetto ricorda qusndo, in Aprle, “Draghi pose il dilemma tra valori e utilità, invitando tutti a scegliere i primi. In Turchia, invece, vince l’utilità. E si fanno accordi commerciali e di collaborazione con Erdogan anche se il dittatore turco chiede mani libere per continuare il suo genocidio contro i curdi. Il popolo che più si è battuto contro l’Isis con la speranza di una patria, anche grazie alle donne combattenti, che non vogliono finire schiave dei fondamentalisti. E così, con una stretta di mano senza sorrisi, un ”dittatore utile” diventa interlocutore privilegiato. A Palazzo Chigi il condizionatore è a palla.


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