Reader’s – 6 / 7 maggio 2022 (rassegna web)

Dei molti prezzi da pagare per la rinuncia al gas russo

si occupa Remocontro, commentando un elenco di dati: Crollo del Pil nella seconda metà di quest’anno del 2,5%. Pil e posti di lavoro: -1,3 punti percentuali di occupazione nel 2022 e di 1,2 punti nel 2023. Circa 293 mila posti di lavoro persi quest’anno, e altri 272 mila l’anno prossimo. E che a pagare di più siano dovunque i ceti meno abbienti può ritenersi ampiamente documentato dai fatti.

“Già nel 2020, le famiglie con i redditi più bassi spendevano il 37,7% del loro bilancio per energia, carburanti, riscaldamento e alimentari, contro il 21,4% delle famiglie più ricche. Oggi, Studi e Ricerche di Intesa SanPaolo, il quinto più povero delle famiglie spende il 48% del reddito per energia e alimentari. Vuol dire che 5 milioni di famiglie non riusciranno a coprire le spese primarie con i propri redditi”.

“Sono 34 i miliardi messi in campo dal governo per far fronte allo stato attuale delle cose. Ma con una riduzione delle forniture del gas russo crescerà il numero delle famiglie in difficoltà. Secondo il professor Onofri per compensare la caduta del Pil, servirebbe una spesa aggiuntiva di 40 miliardi nel 2022, e 40 nel 2023.

Gli errori da non ripetere

40 miliardi l’anno ancora a debito scaricando ancora una volta il peso sulle prossime generazioni? Altri scenari possibili sono naturalmente considerati e tutti con aspetti ovviamente dolorosi per alcuni. Dagli extraprofitti delle società che producono energia, al recupero di un po’ di quei 31 miliardi di Iva che l’Italia evade ogni anno, la più alta d’ Europa. Peggio, quei 200 miliardi in banche estere di oltre 3 milioni di italiani hanno depositato, in attesa , chi di saldare il conto. «La lista con i nomi è sul tavolo dell’Agenzia delle Entrate da 4 anni».

Dove trovare i 40 miliardi

Per calmierare i costi delle bollette sono stati stanziati finora 24,1 miliardi. «Ebbene, in realtà almeno una decina stanno andando indiscriminatamente a tutti». «Fare sconti a tutti non è solo una ingiustizia sociale, ma anche sbagliato sul piano economico perché non incentiva chi può a ridurre i consumi», sottolineano Milena Gabanelli e Rita Querzè, le due autrici dell’approfondimento.

Imposte ‘di scopo’ sempre permanenti

Una imposta di scopo limitata al 2022 e 2023, per chi è oltre i 100 mila euro di reddito? Campo minato, rispondono Milena Gabanelli e Rita Querzè. Le tasse di scopo introdotte nel 1963 per il disastro del Vajont, nel 1966 per l’alluvione di Firenze, nel 1968 per il terremoto del Belice, nel 1976 per quello del Friuli, nell’80 per quello dell’Irpinia, per la missione in Libano nel 1983 e per quella in Bosnia nel 1996 sotto forma di accise sui carburanti non sono mai state tolte».

In tutte le emergenze c’è chi rischia il fallimento e chi aumenta il business. Non possiamo più permetterci di non distinguere gli uni dagli altri, visto che i mezzi ci sono: basta incrociare le banche dati. Finora è mancata la volontà.

In alternativa si può, come al solito, lasciare ai nostri figli il conto da pagare.


Guerra, shock e indignazione. Il dilemma della linea rossa

A 92 anni, il grande filosofo tedesco Jürgen Habermas, uno dei principali esponenti della Scuola di Francoforte, interviene sulla risposta data finora dagli occidentali all’invasione dell’Ucraina, in violazione del diritto internazionale e del diritto internazionale umanitario. E con un breve saggio, pubblicato in esclusiva per l’Italia dalla rivista “Reset” e merita una lettura integrale, ne osserva l’approccio differenziato, in particolare “sulla natura e la portata dell’aiuto militare a un’Ucraina duramente colpita”.

In difesa del Cancelliere Olga Scholz, scrive che lo “ irrita la sicurezza di sé con cui gli accusatori moralmente indignati in Germania se la prendono contro un governo federale riflessivo e cauto. In un’intervista a Der Spiegel, il cancelliere ha riassunto la sua politica in una sola frase: “Stiamo affrontando la sofferenza che la Russia sta infliggendo in Ucraina con tutti i mezzi a nostra disposizione, cercando di evitare un’escalation incontrollabile che scateni una sofferenza incommensurabile in tutto il continente, forse anche nel mondo intero”.

“Avendo l’Occidente deciso di non intervenire in questo conflitto come belligerante, scrive Habermas, c’è una soglia di rischio che esclude un impegno illimitato nell’armare l’Ucraina. Questa è stata messa a fuoco ancora una volta dall’appoggio del nostro governo agli alleati nella riunione di Ramstein, così come dalla rinnovata minaccia di Lavrov di usare armi nucleari.

“Coloro che ignorano questa soglia e continuano a spingere il Cancelliere tedesco sempre più in questa direzione, con un tenore aggressivo e sicumera, trascurano o fraintendono il dilemma in cui si trova l’Occidente, visto che si è legato le mani da solo con la decisione, anch’essa moralmente fondata, di non diventare parte di questa guerra”.

“Il dilemma che costringe l’Occidente a soppesare rischiosamente le alternative nello spazio tra due mali è chiaro: una sconfitta dell’Ucraina o l’escalation di un conflitto limitato in una terza guerra mondiale…Il potenziale di minaccia nucleare significa che la parte minacciata, che possieda essa stessa armi nucleari o meno, non può porre fine all’insopportabile distruzione causata dall’uso della forza militare con una vittoria, ma al massimo con un compromesso che salvi la faccia ad entrambe le parti. Nessuna deve subire una sconfitta che faccia lasciare il campo di battaglia da “perdente”.

“In realtà, precisa il filosofo, durante le ultime settimane, la CIA ha già avvertito del pericolo reale che potrebbero essere usate armi nucleari cosiddette “piccole” (che apparentemente sono state sviluppate solo per rendere nuovamente possibili le guerre tra potenze nucleari). Questo dà alla parte russa un vantaggio asimmetrico sulla NATO, la quale, a causa della scala apocalittica di una potenziale guerra mondiale – con la partecipazione di quattro potenze nucleari – non vuole diventare parte di questo conflitto.

Ora è Putin che decide quando l’Occidente attraversa la soglia definita dal diritto internazionale – oltre la quale egli considera, anche formalmente, il sostegno militare dell’Occidente all’Ucraina come una partecipazione alla guerra. Di fronte al rischio di una conflagrazione mondiale, che deve essere evitata a tutti i costi, l’indeterminatezza di questa decisione non lascia spazio a rischiose giocate di poker. Anche se l’Occidente fosse abbastanza cinico da considerare il rischio implicito nell’“avvertimento” che una tale arma nucleare “piccola” possa essere impiegata – vale a dire, accettare un tale dispiegamento in uno scenario peggiore – chi potrebbe garantire che una tale escalation possa essere fermata? “


Se si è riusciti con Stalin, ci sarà un modo per trattare pure con Putin

Scrive oggi Piero Orteca su Remocontro : “Fermo restando che Putin ha combinato questo macello, è altrettanto chiaro che con lui bisogna parlarci. La storia racconta che Papa Leone Magno riuscì a trattare persino con Attila. Per questo, non condividiamo l’arroganza di chi pensa di sapere quali siano i veri piani del Cremlino. Intanto, non conosciamo nemmeno i rapporti di forza all’interno di quel castello di Macbeth. Chi l’ha detto che Putin controlla tutto? Chi ha studiato (sul serio) la storia della Russia e, soprattutto, quella dell’Unione Sovietica, sa benissimo cosa significhi “precarietà” del potere.

La crisi ucraina non è proprio tutta per come ce la raccontano. Almeno in Europa. Negli Stati Uniti, invece, è diverso, perché laggiù le notizie corrono e si rincorrono da ogni parte, in un’orgia mediatica dove se ne sentono di tutti i colori.

‘Precarietà del potere’

È una sindrome che ha colpito tutti i leader, anche Stalin. Fece accorciare tutte le tende del Cremlino, per vedere le scarpe di un possibile attentatore. Convocava le riunioni-dinner del Politburo alle tre di notte, e obbligava tutti a ingoiare schifosissime aringhe marinate. Se nessuno moriva, dopo un’ora cominciava a mangiare pure lui. Si fidava solo dei georgiani. Kruscev, nelle sue memorie, racconta che, spesso, il domestico che serviva a tavola e scopava il pavimento, poi si sedeva in mezzo a loro. Accanito, prendeva la parola e discuteva di America, capitalismo e bombe atomiche. Zittendo tutti. In tanti anni, nessuno ebbe mai il coraggio di chiedere a Stalin chi fosse quel cameriere, che trattava i potenti leader del partito come tanti pezzenti.

Sindrome del tradimento

Il sanguinario dittatore aveva il chiodo fisso del “tradimento” (un po’ come Putin, se ci pensate). Ergo, i nemici non gli facevano né caldo e né freddo, ma gli “amici” lo terrorizzavano. E spesso sparivano. Quando la gente veniva invitata a vedere un film assieme a lui, in una saletta del Cremlino, erano sudori freddi. All’uscita mancava sempre qualcuno. Arrivò fino al punto di far arrestare la moglie del suo Ministro degli Esteri, Molotov, quello che gli aveva fatto spartire la Polonia con i nazisti di Ribbentrop. Incredibilmente, Molotov non disse manco una parola, non chiese niente, subì in silenzio. Accolse la moglie, alla stazione di Mosca, dopo dieci anni di Siberia, con un mazzo di rose in mano. 

Colletivizzazione forzata

Con il cervellotico progetto della “collettivizzazione” forzata, Stalin sterminò, per fame, un’intera popolazione di piccoli proprietari terrieri ucraini. Quanti furono i morti? Tra sei e otto milioni, tanto per spiegare l’accanimento ai confini del martirio, con cui oggi gli ucraini si battono contro i russi invasori. ‘Holodomor’ viene definito questo genocidio, troppo in fretta dimenticato da chi ha continuato a fare business con Putin, fino a ieri. E oggi ancora lo fa, “per necessità”, pretendendo di dare agli altri lezioni di democrazia un tanto al chilo.

Alleati con Stalin non trattare con Putin?

Stalin non arretrava di fronte a niente e a nessuno. La paura di essere rovesciato lo portò fino alla paranoia di sterminare i tre quarti del partito e mezzo esercito, con le “grandi purghe”. Tra il 1937 e il 1939 fece piazza pulita di tutti coloro che potevano fargli ombra o di quelli vicini ai possibili “traditori”. Le prove? Tutte fabbricate a tavolino. Bene, con questo personaggio non solo hanno trattato, ma si sono anche alleati i grandi sacerdoti della democrazia “atlantica”.

Per cui, parlare con Putin forse potrebbe pure essere possibile, senza per questo essere scomunicati dai perbenisti in servizio permanente effettivo. O è peggio di Stalin?


Su Confucio

Giovanni Lamagna scrive in una delle sue note su Facebook di aver seguito “ con molto interesse le pagine che Vito Mancuso, nel suo “I quattro maestri” (Garzanti, 2020), dedica a Confucio. Che cosa ne ho ricavato? Innanzitutto un’impressione di carattere generale: mi pare che Confucio non sia e non possa essere messo al livello degli altri tre grandi maestri (Socrate, Buddha e Gesù), cui Mancuso nel libro dedica altrettante monografie di un centinaio di pagine ciascuna.

Socrate, Buddha e Gesù hanno, infatti, detto, tutti e tre, parole che sono diventate pietre miliari nella storia del pensiero umano; quelle pronunciate da Confucio sono parole in molti casi di buon senso, ma non mi pare particolarmente illuminanti.

La testimonianza umana, in altre parole l’insegnamento di vita, di Socrate, Buddha e Gesù sono stati di radicale rottura con il modo ordinario di vivere dei loro contemporanei, tanto è vero che il primo e il terzo li hanno addirittura pagati col prezzo della vita.

Confucio, per carità, pure lui propugna un’ideale di vita e se ne fa testimone, credo fedele, integerrimo. Ma si muove, anche per scelta intellettuale e quindi consapevole, del tutto all’interno della tradizione del popolo cinese, senza operare rotture, anzi esaltandone la continuità.

Potremmo, dunque, con buone ragioni sostenere che Socrate, Buddha e Gesù rientrano, ognuno per ragioni diverse, nella categoria dei “rivoluzionari” o, quantomeno, dei sovvertitori del pensiero comune e ordinario. Confucio pure lui fa una distinzione tra “uomo ordinario” ed “uomo nobile”, ma per lui l’uomo nobile è colui che, lungi dal volerle sovvertire, è perfettamente rispettoso delle tradizioni; Confucio, in altre parole, rientra nella categoria dei “conservatori”.

In ogni caso anche Confucio può essere considerato un uomo di grande spiritualità. L’uomo nobile, infatti, per lui si caratterizza non tanto per il casato e per il lignaggio, quanto per la “sensibilità umana”. L’uomo dunque per lui non “nasce” nobile, ma “diventa” nobile nella misura in cui si educa a quello che egli definisce “il senso di umanità”, rispettoso della natura e degli altri suoi simili.

La seconda caratteristica dell’insegnamento di Confucio, che lo contraddistingue particolarmente rispetto a quello degli altri tre maestri di cui parla Mancuso, è che per lui vita interiore, disciplina spirituale, e vita esteriore, azione politica, camminano di pari passo.

La prima si manifesta nella seconda, la seconda rende esplicita e traduce all’esterno la prima. La seconda non ci sarebbe, non sarebbe possibile senza la prima. Ma anche la prima non avrebbe senso senza la seconda e quindi non può farne a meno.

Confucio è, quindi, un Maestro nell’arte della politica. Da prendere ad esempio, se per politica si intende la traduzione nella vita comunitaria e sociale dell’armonia che l’uomo spirituale si è costruita dentro.

Da non imitare (almeno a mio avviso) se per politica si intende un rispetto esagerato per le tradizioni e i rituali antichi e, soprattutto, per l’obbedienza, non dico acritica, ma comunque mai seriamente messa in discussione, nei confronti dell’autorità costituita


  • Reader’s 29 settembre 2022. Rassegna web
    Ma non ha vinto il fascismo. Ha vinto il sistema che con tanto trasporto e accanimento e falso messianismo, abbiamo creato. Il sistema che si fonda e si conserva costruendo il nemico: sul piano internazionale e sul piano interno, perché non ci può essere su un piano se non c’è anche sull’altro.I social sono null’altro che delle “piazze”, che la moderna tecnologia ci mette a disposizione: piazze virtuali, che si sono aggiunte da qualche anno a quelle reali, da tempo immemorabile luogo abituale di incontro e frequentazione tra persone di vario tipo e livello. Dire “io non frequento i social” o, addirittura, “io schifo i social” equivale a dire “io non scendo mai per strada e non vado mai in piazza, perché schifo le persone che le frequentano”. Come se tutte le persone che frequentano strade e piazze fossero lo stesso tipo di persone; mentre non è così./
  • Reader’s – 28 settembre 2022. Rassegna web
    Probabile sabotaggio del gasdotto Nord Stream. Guerra di chi per arrivare a cosa? di Ennio Remondino Nord Stream, l’ipotesi di un attacco ai gasdotti. Secondo fonti del governo tedesco, «un incidente è altamente improbabile»: per Berlino entrambe le linee sarebbero state «attaccate». Da chi e per ottenere cosa? «All’origine dell’agguato potrebbe esserci l’Ucraina o un suo alleato. Oppure […]
  • Reader’s – 27 settembre 2022. Rassegna web
    La vittoria di Meloni vista dagli Usa: «L’Italia verso il governo più a destra dai tempi di Mussolini» (da Remocontro) Copertura da ‘prima fascia’ al voto italiano sulla stampa americana. Ora si aspetta la reazione della Casa Bianca che alla vigilia di un risultato comunque annunciato aveva scelto la prudenza. «Non crediamo che, a prescindere […]
  • Reader’s – 24/25 settembre 2022. Rassegna web
    Per la prima volta nella mia lunga vita e per motivi indipendenti dalla mia volontà (barriere architettoniche, complicazioni burocratiche per chi si trova provvisoriamente nell’impossibilità di muoversi con le proprie gambe fino alla cabina elettorale) non andrò a votare alle elezioni politiche. Anche se mai come questa volta avrei sentito la necessità di non far […]
  • Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web
    Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.
%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: