Reader’s – 29 marzo 2022

Fine di una destra alternativa globale?

Quali conseguenze ha avuto la guerra di Putin sulle tante destre nazionaliste e autoritarie che, in Europa e non solo, facevano riferimento al presidente russo? Se lo chiede oggi Ennio Remondino con un editoriale del sito di politica estera e di geopolitica internazionale da lui coordinato. “Nel 2016, l’anno del voto sulla Brexit e dell’elezione di Donald Trump, la storia sembrava dalla loro parte…» premette citando “ The Economist che, con quel ‘loro’, intende le formazioni nazional-populiste contrarie all’immigrazione, all’islam, al multiculturalismo, all’Unione europea, alle Nazioni Unite, ai diritti dei gay o dei transgender e al liberalismo in generale, convinte che sia in atto una cospirazione da parte di un’élite globalista. Negli Stati Uniti sono definiti con il termine alt-right, mentre in Europa si parla di destra “identitaria”.

Per Marine Le Pen in Francia, che ne parlava come “uno dei migliori uomini di governo… sulla faccia della terra” e per Matteo Salvini in Italia, umiliato in Polonia al confine con l’Ucraina dalla presentazione di una maglietta con la faccia di Putin simile a quella da lui ostentata sulla Piazza Rossa nel 2014, il dilemma imbarazzante era fra il tentativo di giustificare l’invasione o l’ammissione di essersi sbagliati. Le Pen, incassato un prestito da una banca russa per la sua campagna elettorale ha ammesso di aver cambiato idea ma, stando ai sondaggi, perderà comunque le elezioni, come pare anche il suo rivale Zeimuh, ancora più a destra di lei. Altri , come Alice Weidel, leader dei parlamentari di Afd, “ha criticato la Russia per l’invasione ma accusando anche l’occidente di aver illuso l’Ucraina a proposito di un suo ingresso nella Nato”.

“L’amicizia tra il primo ministro nazional populista Viktor Orban e Putin ha regalato all’Ungheria forti sconti sul gas russo e miliardi di dollari per realizzare due nuovi reattori nell’unica centrale nucleare del paese, di fabbricazione sovietica.
I legami con Mosca sono profondi anche nei Balcani. La Serbia ha potuto contare sull’appoggio della Russia dai bombardamenti Nato del 1999. Il governo di destra a Belgrado nel 2021 ha firmato un accordo per la fornitura di gas russo a prezzi scontati. Belgrado si rifiuta di imporre sanzioni a Mosca, mentre i mezzi d’informazione vicini al governo ripetono la propaganda secondo cui gli ucraini avrebbero commesso un genocidio contro la popolazione russofona”.

Trumpiani in crisi

«Per i sostenitori di Putin dall’altra parte dell’oceano la guerra in Ucraina è stata una catastrofe politica». Trump che solo il 22 febbraio definisce “geniale” il riconoscimento dell’indipendenza del Donbass, costretto dopo l’invasione a smorzare i toni, ma continua a tessere le lodi di Putin.

«In generale è probabile che l’invasione di Putin abbia messo fine ad una destra alternativa globale, di cui il presidente russo sarebbe stato uno dei leader», la sintesi dell’Economist citata da Remondino. “Cinque anni fa i conservatori cristiani occidentali organizzavano conferenze con gruppi legati alla chiesa ortodossa per criticare “l’ideologia gender”. In quel momento l’idea di un movimento nazional-populista unificato contro il liberalismo occidentale, che avrebbe collegato Mosca a Washington passando per Budapest, appariva preoccupantemente plausibile».


I dubbi della stampa americana

Mentre a Istanbul riprende oggi per il quarto round la trattativa tra i russi e gli ucraini, sempre da Remocontro Piero Orteca ci informa sui commenti della stampa americana alla “sparata” finale di Biden contro Putin, nel discorso tenuto a Varsavia, “Dire “quell’uomo deve andarsene dal governo della Russia”, infatti, può essere interpretato (come poi in effetti è avvenuto) in tanti modi. Non tutti lusinghieri per l’America. Che già gode, per qualcuno, la fama di essere una specie di “poliziotto del pianeta”, che con la scusa di diffondere il verbo della democrazia, esporta invece colpi di Stato. Come sanno tutti, il Team di Biden, dal Dipartimento di Stato al Consiglio per la Sicurezza nazionale, è subito entrato in fibrillazione, cercando di metterci una pezza. Ma ormai il danno era fatto”.

Il New York Times

“Il New York Times, aggiunge Orteca, che finora ha cercato di difenderlo sempre, gli ha dedicato il titolo di apertura: “Denunciation of Putin was personal. Not policy”. Cioè, Biden ha fatto degli apprezzamenti personali, non politici. Peccato che sia il Presidente degli Stati Uniti e che stesse parlando davanti a tutta la Polonia e in mondovisione”.

Tuttavia, scrive Orteca, negli Stati Uniti il dibattito resta di buon livello anche rispetto all’Europa, “dove l’approccio è stato più emotivo e forse un tantino manicheo…a Washington è un fiorire di analisi e di commenti, anche autorevoli, che, gratta gratta, cercano di vedere cosa ci sia veramente sotto la vernice della diplomazia “ufficiale”.

Niall Ferguson

“Una delle interpretazioni che fanno più discutere è quella proposta da Niall Ferguson, con un lungo articolo su Bloomberg. Il famoso storico e politologo di Harvard, conosciutissimo in Italia anche come esperto di geopolitica, esce clamorosamente dal coro del “politically correct” e scrive: “Biden sta commettendo un errore colossale, pensando di poter dissanguare la Russia, rovesciare Putin e segnalare alla Cina di tenere le mani lontane da Taiwan”. Secondo Ferguson, c’è il chiaro disegno americano di far logorare Putin in Ucraina. E cita l’articolo di David Sanger, apparso sul New York Times, nel quale si parla di fonti dell’Amministrazione, che avrebbero delineato uno scenario in cui le truppe russe restano praticamente impantanate.”


Caro Marco….

Infine, a proposito di dibattiti di buon livello, Massimo Marnetto rimbecca Marco Travaglio per un “lapsus” individuato in un articolo di fondo del Fatto, dove si attribuiva al Washington Post la citazione:”L’America è in mano a un imbecille”, riferita alla Harris e dal direttore del Fatto attribuita al Washington Post.

“Mi sembrava una frase un po’ troppo diretta per essere scritta nel WP – scrive Marnetto – E infatti è stato il Washington Times a esprimersi così. La differenza tra i due quotidiani, come sai, è enorme. Il W. Times è un piccolo giornale della destra confessionale, fondato dal predicatore Sun Myung Moon (Chiesa dell’unificazione); mentre il W. Post è quello di Bob Woodward e Carl Bernstein (Watergate), che dal 1877 è tra i più autorevoli quotidiani liberal americani”.

Poi, sul fatto che la Biden e la Harris non siano due cime siamo d’accordo.

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