Reader’s – 28 luglio 2022 (rassegna web)

Marnetto azzarda con la sua nota di oggi che Travaglio, secondo lui “garante effettivo” del movimento, “scarica Grillo”. Tutto è possibile, anche che una battuta sul Fatto Quotidiano conti più della proprietà del simbolo 5 stelle (che risulta ancora nelle mani del suo fondatore). Ma è più probabile che, se verrà meno la regola dei due mandati, sia Grillo a scaricare se stesso, ora che da quel movimento stanno per nascere due partiti.

Strappo

di Massimo Marnetto

Travaglio scarica Grillo. E lo fa con la frase su Il Fatto.”Conte corre da solo con i 5Stelle. E Grillo, dopo 18 mesi di impegno indefesso per affossarli, pare minacci di fare finalmente qualcosa per loro: andarsene”.  Che tra i due garanti – uno ufficiale (Grillo) e l’altro effettivo (Travaglio) – ci fossero divergenze era ormai un dato evidente. Ma mai si era arrivati allo scontro esplicito. Uno strappo importante per i 5 Stelle, che dalla loro nascita erano stati sempre seguiti con interesse dal direttore. Che quasi dettava la linea, con osservazioni circostanziate. 

Ora si aspetta la replica di Grillo. Qualunque sia la sua reazione, la mozione di sfiducia di Travaglio lascerà il segno. Un altro elemento di tensione in un partito che sta cercando di darsi un’identità con Conte, il professore cattolico-sociale che si è messo in testa di trasformare una forza nata da energie antisistema in un soggetto progressita. Obiettivo ambizioso, ma che senza le forzature di Grillo appare persino possibile.


Meloni a Palazzo Chigi con l’aiuto di Renzi e Rosato

Corradino Mineo su Facebook

Ora è ufficiale: Berlusconi e Salvini candidano Meloni a Palazzo Chigi. E si spartiscono i collegi uninominali, regalo avvelenato di Renzi e Rosato, allora nel Pd ora in Italia Viva. Collegi che possono consegnare al vincitore, in questo caso alla vincitrice con alleati ormai valletti, una maggioranza assoluta delle due Camere. Cioè tale da poter cambiare la Costituzione senza bisogno di un referendum.

È l’inizio della fine per la nostra democrazia? Non posso escluderlo. Di questi dannati collegi, in cui basta un voto in più per vincere mentre i voti di chi ha perso non contano, 98 saranno presidiati da amici di Meloni, 70 da amici della Lega per Salvini, 42 da chi sarà rimasto con Berlusconi, dopo la defezione di parecchi fra i suoi. E Letta? Secondo l’Istituto Cattaneo, potrà strapparne alle destre appena una decina e solo in quella Italia che una volta votava PCI.

Il Partito Democratico ha perso i suoi alleati. Questa è la verità. Da una parte Conte, che ha provocato la crisi del governo Draghi e, senza averlo previsto, ci ha regalato le elezioni il 25 di settembre. Conte che si pretende più a “sinistra” del Pd, anche se i 9 punti restano interclassisti, mentre i suoi fans, come al tempo del “Vaffa” accusano il Pd di ogni malefatta.

Dall’altra, Calenda. “Calenda, chi?” Vi capisco! Purtroppo, il capo di Azione può attirare i nostalgici del “Centro”. Da Di Maio a Toti, da Carfagna a Bonino, da Brunetta a Renzi. Gente che ha votato per i sindaci di Palermo e Genova. È un’area che non so quanto possa contare, ma che certo può togliere qualche voto, nei collegi, al Pd aiutando le destre a prevalere.

Inoltre Calenda può brandire l’arma Draghi, qualora Letta si rassegnasse a cercare l’intesa con Conte. “Vi state alleando con chi ha provocato la caduta di un governo stimato in Europa, del solo premier che abbia detto a Biden di trattare con Putin. Di un capitalista che ha proposto la tassa sui super profitti energetici, ha proposto un accordo tra compratori per contenere il prezzo del gas e ha detto no alle pretese di balneari e taxisti”.

Maria Teresa Meli, ex portavoce di Renzi nella redazione del Corriere, scrive che Letta non porrà veti all’alleanza con Italia Viva. Piero Ignazi, editorialista del Domani, e Pier Luigi Bersani, che non si ricandiderà, notano tuttavia come non abbia senso accogliere un ex segretario che ha fomentato la scissione del Pd, fatto cadere un governo sostenuto da 5S e Pd, e invece porre il veto sul Movimento che, prima dell’implosione e della “non fiducia”, era stato il primo alleato del Pd.

Che fare? Letta aveva provato con la vecchia ricetta: “O noi o Meloni”. Purtroppo, non voteremo con una legge davvero proporzionale, con il Capo dello Stato che affida il governo a chi fra Pd e Fratelli d’Italia abbia preso più voti. Né con una legge davvero maggioritaria. Voteremo con un pastrocchio che premia i pastrocchi.

A completare il quadro, lo scontro interno ai 5Stelle. Che Conte nega, ma anche il Fatto conferma. Grillo minaccia di lasciare il Movimento se ci fossero deroghe al pensionamento di chi abbia già sulle spalle due mandati. Fico, Taverna, Bonafede, Fraccaro, Buffagni, Toninelli dovrebbero, tutti, rientrare negli spogliatoi.

E tu Mineo, che pensi? Che non poteva esserci mossa più cretina di buttar giù Draghi per bloccare “l’inceneritore”, indispensabile a Roma “anche” per colpa della Raggi. Che Letta avrebbe dovuto far di tutto per cambiare la legge elettorale. E collocare il suo partito più vicino a Cgil, Arci, Anpi, che alla Nato globale e a Confindustria. Che i conti con Renzi andavano chiusi prima. A costo di non avere il consenso, temporaneo, al Conte 2. O di perdere, in favore di Italia Viva, anche “Base Riformista”, cioè Guerini, Marchini, Romano.

La battaglia del 25 settembre è messa male. Un barlume di speranza viene dalle profondissime divisioni della trimurti che scimmiotta Orban e Trump. Il Manifesto titola “Fratelli coltelli”. Io voterò in settembre. Perché di speranze vive la democrazia.


La Turchia delle piroette Nato, con l’inflazione all’80% è in guerra col suo futuro

di Piero Orteca su Remocontro

Turchia, dati dell’Istituto di statistica nazionale Tuik, inflazione quasi all’80% in un anno. Secondo l’Istituto indipendente Enag è invece al 175,5%. Insomma la sua YTL, la Nuova Lira è diventata carta straccia come quella vecchia che tutti speravano dimenticata. Soprattutto i cittadini turchi che adesso devono ancora rincorrere le mirabolanti strategie del Presidente-Sultano, l’ìndubbiamente creativo Erdogan, prima di passare dalla paura alla piazza. E anche lì, col rischio di scegliere il nemico sbagliato.

Economist e inflazione, Turchia caso scuola

Secondo l’Economist la Turchia rappresenta un caso-scuola. Di cui non vantarsi. Tutto quello che non bisognerebbe fare, tanto per capirci, per bloccare un’inflazione che sale a rotta di collo. Nel gennaio di quest’anno, the “Bible” titolava: “La politica monetaria di Erdogan è folle come sembra? La maggior parte degli economisti pensa che i tassi d’interesse moderino l’inflazione. Lui, invece, non è d’accordo”.

‘Erdoganomics’

Leggiamo anche il titolo dell’editoriale che l’Economist ha dedicato all’argomento qualche giorno fa: “Lezioni dalla Turchia sui mali dell’alta inflazione. Danneggia gli investimenti e rende la maggior parte delle persone più povere”. In mezzo ci sono sette mesi di “Erdoganomics”, cioè un periodo di tempo breve, per quanto riguarda i cicli economici, ma sufficientemente lungo per dare modo al nuovo Sultano dell’ex Sublime porta di disastrare gli equilibri finanziari del Paese. Severo il giudizio dell’autorevolissima rivista britannica, nota per sparare contro chiunque tratti disavanzi pubblici, distorsioni dei prezzi e debiti sovrani come se fossero problemi di piccolo cabotaggio. E non capita solo ad Ankara o a Istanbul. Anche a Washington e a Francoforte, alla BCE, ne sanno qualcosa.

Impoverire i poveri per salvare i ricchi

Erdogan ha fatto una cosa gravissima, sfruttando la sua autorità “straripante” (usiamo un eufemismo) e credendo di conoscere meglio degli altri la Teoria economica (si è laureato in questa disciplina all’Università di Marmara). Per farla breve, ha costretto la sua Banca centrale, dopo aver cambiato in pochi anni tre governatori, a tenere i tassi d’interesse ostinatamente bassi. Questo ha “drogato” l’economia nel breve periodo, facendo alzare il Pil (fino al 7,5% nel 2021), ma, contemporaneamente, ha fatto decollare a razzo l’inflazione che, di mese in mese, ha battuto tutti i record.

Quando Erdogan si è inventato economista, l’inflazione turca era al 20%. Alla fine della sua “cura” espansiva, viaggiava intorno all’80%. Non bisogna avere studiato ad Harvard per capire l’impatto di un simile sconquasso su tutto il sistema-Paese.

Se hai una lira, spendine due

Anche perché il Pil, quest’anno, non andrà oltre il 3,5%, mentre la valuta nazionale (la lira) è sprofondata a 17 unità per dollaro. Come dice l’Economist, ormai l’inflazione turca si autoalimenta. Non appena la gente ha una lira in tasca, corre a spenderne due, perché domani i prezzi ipotizzati potrebbero essere raddoppiati. È un cane che si morde la coda. Più prodotti porti sugli scaffali dei supermercati e più prodotti scompaiono nell’arco di poche ore. L’inflazione ha rotto il rapporto fiduciario tra domanda e offerta, tra fornitori e consumatori e, quello che è peggio, tra governo e cittadini.

Le incalzanti variazioni di prezzo di energia, materie prime e semilavorati, alterando la catena degli approvvigionamenti costringono tutte le imprese a vivere con orizzonti temporali brevissimi.

Opere faraoniche e apparato militare

La programmazione di lungo periodo è scomparsa e quella di medio periodo è praticamente impossibile, dato che il valore dei fattori della produzione cambia continuamente. Si vive e si lavora, insomma, alla giornata. Ne risente, in primo luogo, il mercato del lavoro. L’indice della disoccupazione ha già sfondato il 10% e rischia d’impennarsi ancora. Di conseguenza, il parere degli analisti britannici è che il peso maggiore di questa crisi, ormai dilagante, si possa trasferire velocemente sul terreno degli scontri sociali. 

La valutazione è sempre la stessa: l’inflazione è una tassa occulta, che accentua la redistribuzione asimmetrica della ricchezza e che finisce per penalizzare i più poveri.

Robin d’Anatolia

Facendo un’analisi costi-benefici è come se un Robin Hood perverso togliesse ai poveri per dare ai ricchi. Se il governo turco non interverrà con decisione, dando mandato alla sua Banca centrale di agire correttamente, nessuno può prevedere il futuro della Turchia, già a partire da quest’inverno. Ma i segnali non sono incoraggianti. Il “board” della Banca, riunitosi la scorsa settimana, ha lasciato i tassi invariati al 14%, per cui non è sbagliato pensare che la Turchia rafforzerà il suo record mondiale di inflazione.

Rabbia popolare contro chi?

L’anno prossimo, a giugno, si terranno le elezioni presidenziali, ma con un simile curriculum Erdogan non si vede come possa sperare di vincere. Il timore è che, assieme a un’eventuale stretta sui tassi, il “sultano” possa studiare altri tipi di intervento, per anticipare l’esplosione del malcontento popolare.

  • Reader’s 3 Ottobre 2022. Rassegna Web
    “La ritualità del congresso sarebbe accanimento terapeutico”. A chiedere lo scioglimento del PD non è soltanto Rosi Bindi, ex presidente del Partito Democratico dal 2009 al 2013 oltre che ministra della Salute. Bindi ha firmato un appello insieme ad altre venti personalità del mondo cattolico. Tra cui Domenico De Masi e Tomaso Montanari. Dove si dice che la sconfitta alle elezioni […]
  • Reader’s 1-2 ottobre 2022. Rassegna web
    Ma davvero qualcuno pensa, non solo negli Stati uniti, ma soprattutto in Europa dove più si pagano le conseguenze di questa guerra per procura, che dopo un relativo successo della controffensiva ucraina il governo russo avrebbe detto: “ci ritiriamo, scusate il disturbo, non avevamo previsto che l’invio delle armi occidentali avrebbe fatto la differenza”? Come riferisce oggi Ennio Remondino sul suo Remocontro: “Kiev rispetti la volontà popolare, cessi il fuoco e torni al tavolo del negoziato, noi siamo pronti ” ha invece dichiarato Putin al termine della cerimonia di annessione. Ma “con Putin Presidente negoziato impossibile”, ha risposto 18 ore fa Zelensky.
  • Reader’s 30 settembre 2022. Rassegna web
    L’atlantismo acritico del segretario del PD, tanto “fervente” da considerare incompatibile perfino un’accordo elettorale con i Cinquestelle, è risultato determinante per la vittoria del centro destra. Che ci sia stato non un semplice sbaglio ma un errore calcolato è la tesi sostenuta da Marco Montelisciani nell’articolo che vi propongo dall’ ultimo numero della rivista del Centro per la Riforma dello Stato. Dove si prova a spiegare anche come e perché il voto popolare per Conte “ha sconfitto la strategia del voto utile e la finzione del bipolarismo”. Per cui oggi “la sinistra è davanti all’ennesimo bivio”. 
  • Reader’s 29 settembre 2022. Rassegna web
    Ma non ha vinto il fascismo. Ha vinto il sistema che con tanto trasporto e accanimento e falso messianismo, abbiamo creato. Il sistema che si fonda e si conserva costruendo il nemico: sul piano internazionale e sul piano interno, perché non ci può essere su un piano se non c’è anche sull’altro.I social sono null’altro che delle “piazze”, che la moderna tecnologia ci mette a disposizione: piazze virtuali, che si sono aggiunte da qualche anno a quelle reali, da tempo immemorabile luogo abituale di incontro e frequentazione tra persone di vario tipo e livello. Dire “io non frequento i social” o, addirittura, “io schifo i social” equivale a dire “io non scendo mai per strada e non vado mai in piazza, perché schifo le persone che le frequentano”. Come se tutte le persone che frequentano strade e piazze fossero lo stesso tipo di persone; mentre non è così./
  • Reader’s – 28 settembre 2022. Rassegna web
    Probabile sabotaggio del gasdotto Nord Stream. Guerra di chi per arrivare a cosa? di Ennio Remondino Nord Stream, l’ipotesi di un attacco ai gasdotti. Secondo fonti del governo tedesco, «un incidente è altamente improbabile»: per Berlino entrambe le linee sarebbero state «attaccate». Da chi e per ottenere cosa? «All’origine dell’agguato potrebbe esserci l’Ucraina o un suo alleato. Oppure […]

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