Reader’s – 25 maggio 2022 (rassegna web)


La guerra in Ucraina non accenna a finire e sta provocando una regressione della cultura politica all’apologia della guerra e riportando la situazione mondiale alla lotta per il dominio. Così non è facile trovare un commentatore abbastanza autorevole che sia in grado di offrire gli argomenti giusti per una valutazione autonoma dai due schieramenti.

Raniero La Valle, a mio parere, lo è, soprattutto perché capace di aprire lo sguardo al di là della cronaca quotidiana oltre che delle questioni di principio che portano facilmente a schierarsi con una parte o con l’altra.

“Oggi – scrive La Valle sul Fatto Quotidiano – non solo è riproposta la vecchia guerra che la geopolitica racconta come connaturata all’uomo e come strumento per rimodellare l’intero assetto mondiale, ma viene apertamente rivendicata e legittimata una nuova guerra che è la guerra preventiva; ciò fa venir meno perfino i vecchi travestimenti della “guerra giusta”, difensiva o “umanitaria” che fosse, mentre ne viene millantata la legittimità sulla base di asserzioni politiche del tutto opinabili.


Sulla Piazza Rossa il 9 maggio Putin per giustificare la sua guerra all’Ucraina ha detto che “la Russia ha reagito preventivamente contro l’aggressione”: si riferiva a un attacco della NATO “per un’invasione delle nostre terre storiche, compresa la Crimea; una minaccia per noi assolutamente inaccettabile, direttamente ai nostri confini… Il pericolo è cresciuto ogni giorno; il nostro – ha aggiunto – è stato un atto preventivo, una decisione necessaria e assolutamente giusta, la decisione di un Paese sovrano, forte, indipendente”, mentre gli Stati Uniti minacciavano esclusione e umiliazione.

Non solo la guerra ma anche la minaccia dell’uso della forza è proibita dallo Statuto dell’ONU

Questa “prevenzione” è stata un crimine di diritto internazionale (non solo la guerra ma anche la minaccia dell’uso della forza è proibita dallo Statuto dell’ONU) ed è stata anche un gravissimo errore di Putin perché in tal modo ha adottato e legittimato la dottrina della guerra preventiva enunciata dal suo principale avversario, gli Stati Uniti d’America.

Sono stati infatti gli Stati Uniti di Bush a teorizzarla nella “Strategia della sicurezza nazionale” del settembre 2002, un anno dopo la tragedia delle Torri Gemelle dell’11 settembre. In quel documento si affermava che “la migliore difesa è un buon attacco”. Una volta concepito il mondo come un composto formato da Stati per bene e “Stati canaglia” e minacciato dal terrorismo, la conseguenza era questa: “non possiamo lasciare che i nostri nemici sparino per primi”. Ciò poteva andare bene durante la guerra fredda quando “la deterrenza era una difesa effettiva”, mentre oggi, si affermava, una “deterrenza basata solo sull’attesa di una risposta non funzionerebbe”. 

La NATO e le guerre preventive

D’altra parte, ricordava il Pentagono, “gli Stati Uniti hanno mantenuto sempre l’opzione dell’azione preventiva per fronteggiare una minaccia effettiva alla sicurezza nazionale. Maggiore è la minaccia… e più impellente la necessità di intraprendere un’azione anticipatoria in difesa di noi stessi, persino nell’incertezza del luogo e dell’ora dell’attacco da parte del nemico”.

Né si trattava solo di difesa nazionale: la sicurezza nazionale degli Stati Uniti consisteva essenzialmente nel dominio del mondo per il quale si preconizzava un unico modello di società valido per tutti: “ libertà, democrazia, e libera impresa”. “

Manterremo le forze sufficienti per difendere la libertà” prometteva il documento, e per dissuadere qualunque avversario dalla speranza non solo di superare, ma anche di “eguagliare il potere degli Stati Uniti”. Questa era anche la ragione per disseminare “basi e stazioni all’interno e aldilà dell’Europa dell’Ovest e dell’Asia del Nord”, cioè in tutto il mondo.

Guerra preventiva contro la Yugoslavia

Questa proiezione militare mondiale non riguardava peraltro solo gli Stati Uniti, ma era estesa agli “alleati ed amici in Canada e in Europa”; la NATO a sua volta doveva “essere in grado di agire ovunque gli interessi americani (“i nostri interessi”) fossero minacciati, “creando coalizioni sotto il mandato della stessa NATO, così come contribuendo a coalizioni sulla base di singole missioni”.

Infatti la NATO, agendo come un potere sovrano, aveva pochi anni prima fatto una guerra preventiva contro la Jugoslavia per la separazione del Kosovo. E se tutto ciò era stabilito quando, venuta meno l’Unione Sovietica gli Stati Uniti erano passati “da una situazione di contrapposizione a un regime di cooperazione con la Russia” tanto più deve valere oggi quando la Russia è tornata ad essere percepita come nemico e insieme alla Cina viene annoverata tra le “potenze revisioniste” volte a mutare a loro favore gli equilibri internazionali; la strategia della sicurezza nazionale pubblicata nel 2018, sotto l’amministrazione Trump, contemplava pertanto “forze armate più letali” e dichiarava che gli Stati Uniti avrebbero fronteggiato le sfide alla propria sicurezza “al fianco, con e per mezzo dei propri alleati e dell’Unione Europea”.


È in questo quadro che si pone l’estensione della NATO ad est, e l’annunciata acquisizione ad essa dell’Ucraina prima, della Finlandia e della Svezia ora. Secondo la previsione di “Limes”, “

Il futuro che ci viene prospettato

Questo è il futuro che ci viene prospettato, 

  • Ma noi possiamo accettare questo? Possiamo accettare che la guerra accada non per un artificio della nostra cultura ancora così primitiva, ma per una necessità di natura?
  • Possiamo rinunciare al ripudio della guerra? Possiamo adattarci a un mondo dove, come dicono i cinesi, l’Europa (e potrebbero dire l’America) obbedisce alla pulsione che la spinge a volere un solo vincitore definitivo e despota del mondo intero, mentre proprio l’Europa “in questo esatto momento” dovrebbe assumersi la responsabilità storica della pace nel mondo”?
  • Possiamo desiderare un mondo senza la Russia e in lotta contro la Cina? Se non lo vogliamo dobbiamo immaginare e lottare per un progetto alternativo.
  • (da “Il fatto quotidiano” del 24 maggio)

Domande impegnative, come quella, apparentemente meno legata all’attualità, che si pone Giovanni Lamagna nel commentare ancora una volta il libro di Vito Mancuso sui Quattro maestri, accostando Gesù a Buddha e Socrate a Confucio. Ed ecco la risposta.

Gesù e Buddha: entrambi pessimisti allo stesso modo?

Nell’ultimo capitolo del suo libro “I quattro maestri” (Garzanti, 2020) Vito Mancuso accosta Gesù a Buddha e Socrate a Confucio; i primi sarebbero portatori di una visione della vita fondamentalmente amara e pessimista, i secondi di una visione dolce ed ottimistica.

Sono d’accordo con la gran parte delle cose che afferma Mancuso in questo libro, che – sia detto per inciso – è molto bello, ma su quest’ultima sua affermazione esprimo forte dissenso.

Mancuso prende in considerazione l’obiezione che Gesù, “a differenza del Buddha, amava festeggiare e che quindi trovava la vita tutt’altro che amara, come appare dal Vangelo in cui si legge che veniva accusato di concedersi un po’ troppo ai piaceri della vita” (pg. 442).

E, però, a tale obiezione Mancuso risponde che “la partecipazione di Gesù a tali banchetti…, ben lungi dall’essergli congeniale, faceva parte della sua strategia missionaria tesa a recuperare coloro che sentiva maggiormente in pericolo di fronte all’arrivo imminente del regno di Dio” (pg. 442).

Io non credo sia così. Certo, anche io ritengo che Gesù non avesse nulla dell’edonista. Il fatto che partecipasse a feste e banchetti non me lo fa immaginare certo come un crapulone e, meno che mai, come un dissoluto. E, però, la mia impressione, a giudicare dal quadro complessivo che ne viene fuori dai Vangeli, è che egli comunque fosse un amante della vita, delle sue gioie e dei suoi piccoli e grandi piaceri.

Si concedeva, infatti, momenti di riposo, di conversazione con i suoi discepoli, che considerava i suoi amici più intimi, si prendeva lunghe pause di preghiera, immagino non certo angosciosa, ma ristoratrice e pacificatrice; a parte l’ultima, quella dell’orto del Getsemani, a poche ore dal suo arresto e dalla crocifissione, quando era diventato consapevole della condanna a morte imminente.

Oltretutto, ancora poche ore prima della notte dolorosa trascorsa nel Getsemani, aveva organizzato un’ultima cena, quasi di commiato dai suoi più vicini seguaci.

Che senso avrebbe avuto questa cena, se fosse vero quanto affermato da Mancuso; dal momento che i suoi discepoli non avevano certo bisogno di essere convertiti?

E’ del tutto evidente, quindi, che la sua partecipazione a banchetti simili non aveva nulla di strumentale, ma era del tutto congeniale alla sua indole, mite, dolce e socievole. Sì, è vera anche la seconda affermazione di Mancuso, e cioè che Gesù considerava imminente la venuta del regno di Dio.

Ma, a mio avviso, la venuta del regno di Dio, per quanto da lui auspicata, oltre che profetizzata, non significava affatto per lui il superamento di un regno, di un mondo, di una vita, fatti solo di brutture, di angosce e di sofferenza; come è nel caso del Nirvana buddhista.

Il nuovo Regno di cui parla Gesù

No, il nuovo regno di cui parla Gesù è l’avvento di “cieli nuovi e terre nuove”, che non negheranno o cancelleranno i cieli vecchi e le terre vecchie, ma semmai li esalteranno al loro meglio, eliminandone solo le brutture e le ingiustizie e salvaguardandone le bellezze e la bontà.

Tanto è vero che… “Il lupo abiterà con l’agnello, e il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello, il leoncello e il bestiame ingrassato staranno assieme, e un bambino li condurrà. La vacca pascolerà con l’orsa, i loro piccoli si sdraieranno assieme, e il leone mangerà il foraggio come il bue. Il lattante giocherà sul nido della vipera, e il bambino divezzato stenderà la mano nella buca del serpente.”, secondo le parole del profeta Isaia (11, 6- 8).

No, non riesco a vederlo Gesù affiancato a Buddha.. Gesù amava la vita: ne ha dato cento testimonianze; egli sognava e profetizzava un mondo altro, ma non disprezzava questo mondo. Altrimenti, per fare solo alcuni esempi, non avrebbe pianto di fronte alla morte di alcuni amici, non avrebbe compiuto il “miracolo di risuscitarli” e non avrebbe supplicato il Padre di allontanare da lui il “calice amaro” che gli si stava apprestando.

Per Buddha la vita è essenzialmente sofferenza e la rinuncia ai desideri, ovverossia a ciò che rende la vita degna di essere vissuta, è l’unica via per uscire dalla sofferenza. Cosa ha a che fare una tale filosofia nichilista con il modo di pensare di Gesù, che, pur con tutte le sue contraddizioni, è fondamentalmente gioioso e amante della vita?

Vivi

Concludo con Massimo Marnetto, che si dice turbato dall’intervista di Lilly Gruber al magistrato Nicola Gratteri. Le domande della conduttrice, commenta, mi mettono un’agitazione, che non mi spiego. ”Lei si sente solo?” ”Ha paura?” ”Come spiega la freddezza nei suoi confronti di tanti suoi colleghi?” Più procedono le domande, più la mia inquietudine sale.

Poi un pensiero improvviso mi apre alla spiegazione: sono le stesse domande che facevano a Falcone, prima di essere ammazzato.

In un attimo capisco tutto: quelle immagini mi impressionano perché sembrano filmati di repertorio dopo l’assassinio. La parabola di Gratteri è così simile a quella di Falcone, che mi terrorizza l’incubo di un medesimo finale. Amiamoli da vivi i nostri giudici. Proteggiamo Gratteri insieme, Stato e cittadini, con l’onestà organizzata.


  • Reader’s 29 settembre 2022. Rassegna web
    Ma non ha vinto il fascismo. Ha vinto il sistema che con tanto trasporto e accanimento e falso messianismo, abbiamo creato. Il sistema che si fonda e si conserva costruendo il nemico: sul piano internazionale e sul piano interno, perché non ci può essere su un piano se non c’è anche sull’altro.I social sono null’altro che delle “piazze”, che la moderna tecnologia ci mette a disposizione: piazze virtuali, che si sono aggiunte da qualche anno a quelle reali, da tempo immemorabile luogo abituale di incontro e frequentazione tra persone di vario tipo e livello. Dire “io non frequento i social” o, addirittura, “io schifo i social” equivale a dire “io non scendo mai per strada e non vado mai in piazza, perché schifo le persone che le frequentano”. Come se tutte le persone che frequentano strade e piazze fossero lo stesso tipo di persone; mentre non è così./
  • Reader’s – 28 settembre 2022. Rassegna web
    Probabile sabotaggio del gasdotto Nord Stream. Guerra di chi per arrivare a cosa? di Ennio Remondino Nord Stream, l’ipotesi di un attacco ai gasdotti. Secondo fonti del governo tedesco, «un incidente è altamente improbabile»: per Berlino entrambe le linee sarebbero state «attaccate». Da chi e per ottenere cosa? «All’origine dell’agguato potrebbe esserci l’Ucraina o un suo alleato. Oppure […]
  • Reader’s – 27 settembre 2022. Rassegna web
    La vittoria di Meloni vista dagli Usa: «L’Italia verso il governo più a destra dai tempi di Mussolini» (da Remocontro) Copertura da ‘prima fascia’ al voto italiano sulla stampa americana. Ora si aspetta la reazione della Casa Bianca che alla vigilia di un risultato comunque annunciato aveva scelto la prudenza. «Non crediamo che, a prescindere […]
  • Reader’s – 24/25 settembre 2022. Rassegna web
    Per la prima volta nella mia lunga vita e per motivi indipendenti dalla mia volontà (barriere architettoniche, complicazioni burocratiche per chi si trova provvisoriamente nell’impossibilità di muoversi con le proprie gambe fino alla cabina elettorale) non andrò a votare alle elezioni politiche. Anche se mai come questa volta avrei sentito la necessità di non far […]
  • Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web
    Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.
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