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Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web

25 settembre, il rimosso e gli spettri

Alla vigilia delle elezioni politiche di domenica prossima, il CENTRO PER LA RIFORMA DELLO STATO propone il saggio (che segue) di Ida Dominijanni in cui si sottolinea, tra l’altro, l’assenza della guerra e della pandemia dalla campagna elettorale. “Quando la politica si separa così nettamente dall’esperienza comune, scrive, essa stessa svanisce. Ridarle materialità è il compito improcrastinabile che la probabile deriva verso il peggio ci impedirà di eludere”.


L’“operazione militare speciale” della Russia in Ucraina è infine diventata ufficialmente e a tutti gli effetti, con il discorso di Putin del 21 settembre, una guerra dichiarata non solo contro l’Ucraina ma contro l’Occidente. Un esito inscritto nell’inizio (e neanche tanto implicitamente: si rilegga il discorso di Putin del 23 febbraio scorso), ma accelerato, più che dalla recente controffensiva ucraina, dalla dissennata strategia con cui il fronte atlantista ha reagito alla follia di Putin alimentandola con la gara al rialzo delle armi e con la guerra per procura invece di cercare di disinnescarla con una qualche iniziativa politica di pace.

Lo spettro del ricorso all’arma finale, evocato da Putin come ipotesi realistica, si installa nell’immaginario geopolitico globale. Ma non è l’unico.

Una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale

Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.

Per un verso, l’allineamento iper-atlantista è stato l’elemento ordinatore, ma non dichiarato, della crisi di governo (la scissione dell’affidabile Di Maio e l’emarginazione dell’inaffidabile Conte dalla maggioranza di governo), della strategia delle alleanze (l’espulsione del M5S dal “campo largo” di Letta), della legittimazione nazionale e internazionale della probabile vincitrice (la professione di fede atlantista di Meloni, più forte di ogni sospetto di filo-fascismo, di ogni dichiarazione di anti-antifascismo, nonché di ogni prova provata di anti-europeismo).

La posta in gioco

Per l’altro verso, troppo occupata a misurarsi i gradi di atlantismo e di anti-putinismo, l’intera classe politica si è esentata dall’abbozzare una qualche risposta a domande ineludibili come le seguenti:

La fine della discriminante antifascista posta a fondamento della Costituzione

Lo stesso ulteriore spettro che si aggira in Europa, quello di un rigurgito, se non di fascismo inteso come regime, di forze politiche che alla tradizione fascista si ispirano o non ne prendono congedo definitivamente, ha a che fare con l’interminabile fine degli assetti ideologici e geopolitici novecenteschi che si sta consumando nella guerra in corso. Giorgia Meloni ne è perfettamente consapevole, quando nella sua autobiografia, ancorché pubblicata prima dell’invasione russa dell’Ucraina, connette il riscatto finalmente possibile della destra italiana ed europea, nonché la fine della discriminante antifascista posta a fondamento della Costituzione italiana, alla decomposizione dell’ex blocco socialista iniziata nell’89-’91.

E del resto sappiamo bene, o dovremmo, come gran parte delle spinte neo-nazionaliste o sovraniste che non da oggi minacciano l’Unione europea, compreso il sovranismo imperiale di Putin o quello illiberale di Orbàn, provengano proprio da quella decomposizione, che oggi arriva a lambire perfino un paese come la Svezia, storico bastione di una inossidabile socialdemocrazia neutrale convertitosi al militarismo della Nato e investito dall’onda sovranista di un partito con origini neonaziste come SD.

Una visione dei processi di lungo periodo che manca al PD e alla sinistra

Senonché questa – o un’altra – visione dei processi di lungo periodo che stanno sullo sfondo della catastrofe attuale manca interamente nel discorso del Pd, che si guarda bene dal mettere in discussione la sua narrativa trionfale dell’89 e seguenti e dal vedere più in là della crociata contro l’autocrate di turno, e scarseggia anche nella frammentata sinistra radicale e pacifista, che pure si è espressa contro l’invio delle armi in Ucraina, l’ingresso della Svezia e della Finlandia nella Nato e lo schiacciamento dell’Europa sulla strategia angloamericana.

Non si tratta solo di differenze cruciali di posizionamento in politica estera, sono questioni che investono in pieno l’identità e le radici novecentesche della sinistra italiana (ed europea). Che se ne discuta poco o niente è la prima causa di disorientamento che conduce pezzi consistenti del suo elettorato di sinistra a non partecipare al gioco elettorale, o a parteciparvi tradendola.

Lo spettro della pandemia

C’è un ultimo spettro che va menzionato, ed è quello della pandemia. Quelle del 25 settembre sono le prime elezioni generali che si tengono dopo il più forte e inedito trauma che si è impresso, letteralmente, sul corpo, sulla pelle e sull’apparato sensoriale del paese.

Era solo poco più di due anni fa, eppure anche tutto questo è caduto nella rimozione ed è scomparso dal discorso politico pre-elettorale, che pure avrebbe potuto e dovuto giovarsene, soprattutto a sinistra, se la sinistra avesse ancora a che fare con l’immaginazione politica di un cambiamento dello stato delle cose.

Sono rimozioni che si pagano, e non solo perché lo spettro “variante” del virus è sempre lì in agguato. Ma perché quando si separa così nettamente dall’esperienza comune, la politica svanisce. Diventa essa stessa spettrale, seppure apparentemente incarnata da leader onnipresenti che saltellano da un talk all’altro o da un socialnetwork all’altro.

Ridarle materialità, al di qua e al di là delle pur determinanti e discriminanti maggioranze di governo che usciranno dalle urne, è il compito improcrastinabile che la probabile deriva verso il peggio ci impedirà di eludere.


Un discorso non avvenuto

Draghi all’ONU

di Raniero La Valle

Senza alcun mandato del Parlamento, né del popolo che attraverso di esso esercita la sua sovranità nei modi previsti dalla Costituzione, e verosimilmente anche senza il mandato del Governo dimissionario rimasto in carica solo per “il disbrigo degli affari correnti”, il presidente Draghi, a cinque giorni dalle elezioni politiche generali nelle quali egli non si è candidato, mostrando di non essere interessato a una convalida elettorale delle sue funzioni di governo, ha illustrato all’ONU posizioni politiche e decisioni destinate a impegnare l’Italia per un indefinito futuro.

Le tre ipoteche poste da Draghi sulla futura azione internazionale e sul ruolo dell’Italia

1. La prima consiste nell’intento di perpetuare l’imposizione anche da parte dell’Italia di “sanzioni senza precedenti alla Russia” che le hanno inflitto “costi durissimi”, hanno avuto “un effetto dirompente sulla sua economia”, ed il cui “impatto è destinato a crescere col tempo, anche perché alcune di esse entreranno in vigore solo nei prossimi mesi”.

Tali sanzioni irrogate a danno di una popolazione di 150 milioni di persone sono intese, secondo le dichiarazioni rese dal presidente Biden nel preannunciarle dopo l’attacco russo all’Ucraina, a portare la Russia a condizione di “paria”. In tal modo, a meno che non si parli a vanvera, esse presuppongono una società internazionale divisa in caste, fanno del popolo russo un popolo antropologicamente inferiore all’umano, si confermano come una forma di genocidio, e si configurano come un delitto castale. Infatti i “paria” sono gli “intoccabili” i “dalit, i fuori casta e scartati dalla comunità come impuri.

2. La seconda consiste nel definire i referendum per l’indipendenza nel Donbass come una “violazione del diritto internazionale che condanniamo con fermezza”, senza però dire quali norme del diritto internazionale sono invocate, quando lo Statuto dell’ONU, che ne è l’apice, professa la fede nell’eguaglianza delle nazioni grandi e piccole e pone come fondamento di relazioni amichevoli tra le nazioni il rispetto e il principio dell’eguaglianza dei diritti e dell’autodecisione dei popoli.

A tal fine esso interdice la minaccia e l’uso della forza contro l’integrità territoriale di qualsiasi Stato, e richiede per contro l’uso di mezzi pacifici per la risoluzione delle controversie tra loro. In sede di interpretazione si deve dire che i referendum citati rientrano in modo privilegiato tra i mezzi pacifici, ma nel caso specifico giungono non in alternativa all’uso della forza, ma in costanza e dopo di essa.

Pertanto se ne possono o debbono discutere i tempi e disapprovarne l’indizione, ma occorre anche vagliarli come una via di soluzione dell’attuale controversia diversa dal suo perseguimento mediante l’uso della forza. Ne dovranno essere in tal caso garantite la regolarità e la correttezza, anche con la cooperazione della comunità internazionale, ma non dovrebbero essere pregiudizialmente condannati ed esecrati.

Paradossalmente il porre fine alla guerra mediante i referendum smentisce l’altra affermazione non dimostrata del presidente Draghi, il quale ha sostenuto che “il piano di Mosca era conquistare Kiev in poche settimane”, grazie a “un’invasione militare pianificata per mesi e su più fronti”, dipingendo in tal modo la Russia come Impero del male.

3. In terzo luogo il presidente Draghi ha enunciato l’obiettivo di “una pace che sia ritenuta accettabile dall’Ucraina” e non già una pace che rispetti gli interessi vitali dei due belligeranti e delle altre parti in conflitto. In tal modo egli ha assoggettato al volere dell’Ucraina e dei suoi attuali governanti, che non hanno esitato a gettarla in una inutile strage, le sorti della guerra e, in prospettiva, il destino stesso del mondo.

Per queste ragioni crediamo che il discorso del presidente Draghi all’ONU non debba impegnare il nostro Paese e debba essere considerato dal prossimo Parlamento come illegittimo e non avvenuto.


Rischio elezioni in Brasile

di Livio Zanotti

Dato per vincitore da tutti i sondaggi, Lula da Silva somma il centro-destra democratico alla sua coalizione per sconfiggere subito al primo turno l’avversario Jair Bolsonaro. Sulle orme di Donald Trump, l’attuale capo di stato brasiliano insiste infatti nel denunciare una presunta inaffidabilità del sistema elettorale, mai posta in questione da nessuno. E’ quella con cui lui stesso è giunto alla Presidenza. Ma i militari, che partecipano in forze al suo governo e lo sostengono, vorrebbero assumere loro il controllo dello scrutinio. Per evitare i rischi del mese circa che separa la prima consultazione dall’eventuale seconda, Lula ha anticipato il gioco delle alleanze.

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Luce (intermittente)*

di Massimo Marnetto

Mentre sul fronte russo-ucraino la guerra continua, una luce inaspettata si accende più a sud. Israele apre alla soluzione dei due Stati per chiudere il conflitto con la Palestina, ma solo se lo Stato palestinese rinuncia al terrorismo contro Israele. Lo ha detto il premier israeliano Yair Lapid, a margine dei lavori Onu, ma la clamorosa possibilità sembra passare inosservata sui media mondiali. Ed è un errore non sostenerla, perché lo ”scontro di civiltà” tra Occidente e Oriente è nato proprio da quel cronico conflitto.

Guarire quella ferita porterebbe un giovamento alle relazioni globali, stemperando il primato delle religioni, che ammettono una sola verità e quindi una sola dignità, per riconoscere invece un approccio laico e pacifico di rispettoso multi-spiritualismo. Troppi sono stati i morti provocati dal paradosso delle religioni: che sublimano pace, amore e vita, ma poi generano guerre, odio e morte.

*l’attributo “intermittente” tra parentesi è di nandocan


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