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Reader’s – 23 gennaio 2023. Rassegna web

Diritti o privilegi?

Un dibattito molto interessante quello sulla frattura tra le generazioni sul diritto alla pensione suscitato dall’ intervento che segue di Alessandro Gilioli su Facebook

Io sono insindacabilmente un boomer e

Ecco. Ovviamente mi tengo questi che oggi sembrano privilegi, e in realtà sarebbero diritti. Ma come cacchio faccio a negare come stanno le cose a chi ha 20, 30, 40 anni? Non è evidente a tutti la frattura che c’è stata in mezzo? È una cosa che dobbiamo nascondere , noi “privilegiati”, o che invece dobbiamo ammettere e anzi urlare perché non sono privilegi ma diritti erga omnes?

Il mio commento:

Stavo per darti ragione ma poi ci ho ripensato. E ho trovato le seguenti obbiezioni:

Molti altri commenti qui


RegEni

foto ANSA Angelo Carconi

di Massimo Marnetto

Il Ministro Tajani è soddisfatto perché il Presidente egiziano al Sisi lo ha rassicurato sul caso Regeni (e Zaki). Parole che grondano di ipocrisia bilaterale, perché entrambe le parti – dopo queste formalità – si sono concentrati su cose ben più serie (immigrazzione ed energia). Così, il caso di un cittadino italiano catturato, torturato e ucciso da aguzzini protetti dall’ostruzionismo giudiziario delle massime istituzioni egiziane viene – di fatto – archiviato. 

E la Patria? L’onore? Il petto in fuori? Tutto accantonato. Ammettiamolo: conta più un bel pozzo per l’ENI, che fare giustizia sulla morte di Giulio. Siamo una Nazione pratica: patriottismo retrattile e senso degli affari. Il resto è roba per quegli sfigati che pensano ancora alla dignità di un ragazzo italiano massacrato. Ma andate a lavorare!


La guerra americana alla Russia via Ucraina che disfa l’Europa

da Remocontro

Il problema della cronaca di attualità, anche la più attenta, è che ti porta dove chi aveva creato la successione dei fatti resi noti, aveva deciso di portarti. Prendiamo la questione carri armati: Leopard tedeschi sì e gli Abrams statunitensi no? Pagine di inutili speculazioni, quando, liberati dalla ragnatela di vertici geopolitici e grazie a qualche fonte più attenta o meglio informata, soprattutto Usa, scopri che a Washington qualcuno ha deciso una controffensiva ucraina di primavera ad anticipare quella russa, puntando addirittura alla conquista della Crimea, rivendicata in queste settimane da Zelensky quando nessuno neppure se lo sognava e anzi, temeva il peggio. Ritorno a ‘Rischiatutto’
E scopri anche che, sempre in America, di fronte alla politica e alla diplomazia d’assalto, i militari al Pentagono, considerano questo un azzardo pericoloso. Altro che Leopard o Abrams con cui ci rintontoniscono

La controffensiva ucraina verso la Crimea

Valutazione geopolitica più attenta e quasi concorde, scopriamo che lo scopo della riunione della Nato a Ramstein dell’altro ieri, era quello di fornire mezzi e incoraggiamenti all’Ucraina di lanciare una controffensiva di primavera diretta verso la Crimea. Azzardo audace e, secondo alcune analisi dello stesso Pentagono, decisamente rischiosa, un vero azzardo, ma ormai è chiaro che è il Dipartimento di Stato a guida Blinken a spingere per lo scontro duro. Dunque, l’amministrazione Biden ha deciso che si deve aprire una nuova fase della guerra e chiede agli alleati armi, munizioni e denaro a questo scopo. Le discussioni con il governo tedesco sui carri armati Leopard fanno parte di questa strategia. E le ritrosie tedesche non sono ‘commerciali’ rispetto ai troppi ‘signorsì’ europei da cui siamo stati assordati.

Guerra tra Stati Uniti e Russia

Come ha scritto Lucio Caracciolo su Limes, «La guerra che si combatte in Ucraina è, fra le altre, anche una guerra tra Stati uniti e Russia. Per Washington è importante indebolire la Russia, ma non fino al punto di disgregarla, perché perderebbe la giustificazione principale per il mantenimento dell’impero europeo dell’America». Ma anche così, Washington sta giocando col fuoco, e noi con loro: «Un conflitto sul suolo russo rafforzerebbe enormemente la posizione di Putin, che da invasore si trasformerebbe in difensore della patria, erede dei soldati che sconfissero gli invasori tedeschi nella seconda Guerra mondiale». Tutto opinabile, certamente, ma il ragionamento non fa una piega.

E l’Italia in tutto questo? La nostra Crimea

Qui ripeschiamo Camillo Benso di Cavour, citato sul Manifesto. 170 anni fa, nel 1853, quando Turchia, Francia e Gran Bretagna dichiararono guerra alla Russia e invasero la Crimea. Anche allora gli italiani erano ansiosi di accodarsi: «… i nostri soldati nelle regioni dell’Oriente gioveranno più per le sorti future d’Italia di quello che non abbiano fatto tutti coloro che hanno creduto operarne la rigenerazione con declamazioni e con scritti», disse Cavour al parlamento del regno di Sardegna il 5 febbraio 1855. Il parlamento approvò, i bersaglieri partirono e «il 16 agosto il corpo di spedizione piemontese ottiene una significativa vittoria sul fiume Cernaia», così scrivono i manuali scolastici forzando un po’ la storia.

Ma le guerre sono tragedia seria e crudele

In realtà, gli italiani erano un quarto delle truppe presenti sul fiume Cernaia, dove il grosso delle forze era composto di francesi, la cui artiglieria fece strage dei soldati russi spinti dal generale Pavel Liprandi al massacro per conquistare le colline dove erano trincerati i soldati di Napoleone III. Le truppe dello zar persero il generale Read, gli italiani il generale Gabrielli di Montevecchio. Ma il vero nemico, per tutto il corpo di spedizione alleato fu il colera: il 7 giugno 1855 era morto il generale Alessandro Lamarmora, il 29 giugno Lord Raglan, il comandante delle truppe inglesi. In settembre cadde Sebastopoli e, nel 1856, fu firmato a Parigi il trattato di pace.

L’importante, allora come ora, era ‘esserci’: nel 1853 Cavour offrì 15.000 soldati, oggi il ministro Crosetto assicura che «l’Italia farà la sua parte» mandando armi e munizioni, anche se gli ormai famosi sistemi missilistici SAMP/T si fermeranno in Slovacchia.

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Amore genitoriale, amore erotico e amore fraterno universale.

di Giovanni Lamagna

L’amore che un figlio riceve (o dovrebbe ricevere) dai propri genitori (specie quello della madre) è, in genere, un amore incondizionato; non condizionato da alcunché; un amore – potremmo dire – addirittura “immotivato”, un amore a prescindere, inscritto nella natura, nei cromosomi. I genitori, infatti, tranne rari casi degeneri, amano i loro figli non per le loro qualità, ma perché sono “i loro figli”. Un proverbio napoletano rende molto bene questo sentimento, questa realtà relazionale: “ogni scarrafone è bell’ ‘a mamma soja” (ogni scarafaggio è bello per la sua mamma).

L’amore erotico

L’amore che un uomo e una donna ricevono in età adulta dal loro amante è, invece, un amore per sua natura condizionato, quindi non scontato, come lo è al contrario, in genere, quello dei genitori nei confronti dei “loro” figli. Condizionato ad alcune caratteristiche: la bellezza, la simpatia, l’intelligenza, le qualità morali e chi più ne ha più ne metta.

L’amore – dice Lacan, che in questo caso, a mio avviso, si riferisce chiaramente e direi esclusivamente all’amore erotico – è sempre “amore per un nome proprio”, cioè per certe caratteristiche particolari che sono di una persona e non di altre. Senza queste caratteristiche, che attraggono e provocano il desiderio che si prova per l’altro, l’amore erotico manco nascerebbe. E’ quindi un amore allo stesso tempo più fragile e più forte di quello che danno (in genere) i genitori ai loro figli; più motivato e, quindi, più narcisisticamente ambito.

E’ più fragile perché può venire meno in qualsiasi momento, se vengono meno le qualità che hanno spinto il nostro amante a innamorarsi di noi, a provare attrazione per noi. O se nel tempo cambiano i suoi gusti, per cui quelle che una volta erano delle qualità ad un certo momento diventano per lui oggetto di indifferenza o, addirittura, di repulsione e rifiuto.

E’, però, allo stesso tempo un amore più forte e narcisisticamente più ambito perché – come nessun altro – rinforza la nostra fiducia in noi stessi, ci fa sentire speciali, meritevoli di amore per delle ragioni particolari, singolari, e non semplicemente per il fatto di essere venuti al mondo. E’ questa d’altronde la caratteristica principale che contraddistingue questo amore, l’amore erotico, dall’amore universale, il cosiddetto amore fraterno, che predicano alcune religioni, specie quella cristiana.

L’amore universale fraterno

L’amore universale fraterno si riferisce e indirizza ad ogni uomo, a prescindere dal sesso, dal colore della pelle, dell’etnia, del carattere, del modo di pensare e comportarsi dell’individuo a cui viene indirizzato. E’ un amore motivato dal “semplice” fatto che l’altro è un uomo come me, è un mio simile, non dal fatto che ha determinate caratteristiche e qualità particolari.

L’amore erotico è, invece, come (l’ho già ricordato) ha detto Lacan, “amore per il nome proprio”, per quello che l’altro è nella sua singolarità, anzi nella sua unicità. E’ un amore che posso provare solo per lui/lei, per come è fatto lui/lei, e non posso provare per altri. Per questo è un amore così ambito da ciascuno di noi, che rinforza come nessun altro il nostro Io. Anche se è un amore così fragile e precario, a rischio incombente di logoramento e, persino, di esaurimento.


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