Reader’s – 22 maggio 2022

Reader’s – 22 maggio 2022

Apro con il mio editoriale preferito, quello domenicale di Antonio Cipriani che a sua volta riceve e pubblica dal barbiere anarchico, alchimista rurale. “Oggi – precisa però il barbiere – non taglio la barba a nessuno, mi tremano le mani e non voglio tagliare le vostre facce assuefatte e rancorose, tragiche come un fiore abbandonato per strada, e anche comiche, talvolta. Oggi taglio capelli, ma senza farvi sfumature. A occhio e croce, deliberatamente, per vedere sulle vostre teste il fiore del pensiero che rincorre il fiore della memoria.

Oggi in questo giardino si colgono fiori. Punto e basta. Si radunano cuori che non vogliono più mostrarsi ai carnefici dell’epoca. Si piange la morte di Shireen Abu Akleh, giornalista e coscienza critica. Si piangono i morti ucraini e quelli curdi. Quelli sconosciuti in lande dimenticate dagli interessi che si fanno propaganda e informazione.

L’ipocrisia è il tessuto della nostra epoca.

Camminiamo a occhi bendati sulle strade del nostro abitare, guidati da un’idea falsata di modernità, di sviluppo, di utilità delle scelte. Senza più chiederci il perché, senza che si accendano domande legate al nostro senso critico, se non quando queste domande non siano precedute da risposte o siano utili a creare inutile risentimento, battaglia epocale tra scelte che non danno soluzioni.

Le nostre azioni oscillano tra senso e non senso, tra cavolate fracassone, sparate razziste vergognose, fascisterie senza vergogna, mancanza di dignità umana e politica e, di contro, un mondo solido e istituzionale, fatto di certezze assolute e finanziarie, di richieste dall’Europa, dalla Nato, e competenza in giacca e cravatta portate con una certa raffinatezza.

In mezzo, tra questi estremi, il deserto. Uno spazio svuotato da decenni, in cui non cresce più niente, né senso critico né umanità, dove le nostre domande si seccano nell’attesa e le ingiustizie rimangono senza voce, spariscono da ogni discussione pubblica. E parlo del welfare, dei salari, di una economia più giusta e sostenibile, dei diritti, dell’istruzione, della pace, della difesa della costituzione, della sanità pubblica, della vita reale dei cittadini nelle città, nei paesini dimenticati.

Il nostro pessimismo origina dalla sconfitta e non dalla resa. Mentre l’ottimismo che permea le decisioni, sempre più obbedienti e oscure, origina dalla resa culturale e dalla vittoria di chi ha potere contro tutti gli altri che ne hanno zero

Oggi semplifichiamo. Non uso il rasoio che sarei pericoloso. Abbiamo fiori da raccogliere, sono rossi immersi nel verde, sono fiori di sulla, crescono accanto ai papaveri rossi. Colorano l’orizzonte


30 anni dopo le stragi mafiose

«Cosa nostra è una sorta di ‘stato illegale’ organizzato, con una sua politica e relazioni con società, economia e istituzioni». «Falcone si era applicato, certo d’intesa con Borsellino».

A 30 anni da quelle stragi e dal rischio dell’abisso, possiamo dire che “ ci ha salvati una vera Resistenza”, ha scritto il magistrato Gian Carlo Caselli al direttore dell’Avvenire. Dieci anni prima, il 30 aprile 1982, era stato ucciso dalla mafia il politico siciliano Pio La Torre. Si voleva impedire che diventasse legge una sua proposta.

La rabbia e l’indignazione degli italiani onesti dopo la morte di Carlo Alberto dalla Chiesa (3 settembre 1982) costrinse però la politica a riesumare quella proposta, convertendola nella legge intitolata appunto a La Torre, oltre che al ministro Rognoni. Ed ecco che la mafia, di cui prima si negava spudoratamente l’esistenza, è finalmente vietata e punita di per sé stessa – come reato associativo – nell’art. 416bis del Codice penale.

Forze dell’ordine e magistratura possono così disporre di uno strumento di eccezionale importanza. Giovani Falcone e Paolo Borsellino ne fecero un uso intelligente, inserendolo nel metodo di lavoro del pool antimafia (creato da Rocco Chinnici e perfezionato da Nino Caponnetto) di cui erano le punte di diamante.

Un metodo imperniato sui criteri – rivoluzionari per quei tempi – della specializzazione degli operatori e della centralizzazione dei dati. Ne scaturì il cosiddetto ‘maxiprocesso’, un vero capolavoro. Maxi non perché Falcone e Borsellino fossero malati di protagonismo (come qualcuno cercò di insinuare), ma perché maxi era stata l’impunità di cui la mafia aveva prima goduto.

Perciò, ecco un processo di proporzioni enormi, maxi appunto: centinaia di capi d’accusa (associazione mafiosa, 120 omicidi contestati, traffico di droga, rapine, estorsioni e altro ancora; 475 imputati e 200 avvocati difensori; condanne in primo grado per 19 ergastoli e 2.665 anni di carcere).

Ma al di là delle cifre, l’aspetto decisamente più significativo del processo è che per la prima volta si condannano non solo i ‘soldati’ semplici e i capi intermedi, ma anche il cuore e il cervello dell’organizzazione. E si dimostra che Cosa nostra non è solo una mentalità, un insieme di malavitosi e spacciatori che compiono rapine od omicidi, ma molto di più: una sorta di ‘stato illegale’ organizzato, con una sua politica e relazioni con la società, l’economia e le istituzioni.

Per ostacolare il maxiprocesso si scatenano in quel periodo campagne calunniose contro i magistrati e i pentiti, che si intrecciano con gli imbrogli che Cosa nostra prova a mettere in atto per ‘aggiustare’ il processo. Ma le prove sono così solide da resistere a ogni tipo di manovra e il 30 gennaio 1992 la Corte di Cassazione (emarginato un magistrato famoso come… ammazzasentenze) conferma definitivamente le condanne del maxi.

Intanto Falcone (autoesiliatosi a Roma presso il ministero della Giustizia, dopo aver constatato che a Palermo nessuno più lo voleva) si era applicato, certo d’intesa con Borsellino, alla creazione di una nuova Antimafia, quella che ancora oggi funziona bene, proiettando su scala nazionale il metodo vincente (specializzazione e centralizzazione) sperimentato a Palermo. Di qui strutture antimafia come la Procura nazionale, le Procure distrettuali e la Dia (una Fbi italiana). L’effetto incrociato delle condanne del maxi e delle novità in tema di organizzazione dell’antimafia è stato dirompente per Cosa nostra.

Che ha reagito scatenando una feroce rappresaglia contro gli odiati Falcone e Borsellino, uccisi a Capaci e in via d’Amelio con gli uomini e le donne che erano con loro il 23 maggio e il 19 luglio 1992

. Con le stragi del 1992 si determinò il rischio concreto che la nostra democrazia potesse precipitare in un abisso senza ritorno. Ricordiamo le accorate parole, «è tutto finito, non c’è più niente da fare», pronunziate al funerale di Paolo Borsellino da Caponnetto.

Ma dopo un iniziale disorientamento vi è stata una forte reazione corale di contrasto (forze dell’ordine, magistratura, politica per un paio d’anni ‘magicamente’ unita, società civile: la Palermo ricoperta di lenzuola bianche). Una vera Resistenza che ci ha salvati dall’abisso. Per quanto mi riguarda, mi sono messo in gioco chiedendo di essere trasferito da Torino a Palermo a capo della Procura (una scelta definita da Andrea Camilleri – con sapida ironia – il primo risarcimento dei Savoia alla Sicilia dopo l’annessione…).

Dopo le stragi, senza distinzioni di casacche, all’unanimità, sia pure con un iter tormentato, viene approvato l’articolo 41bis dell’ordinamento penitenziario, ideato da Falcone. Viene finalmente interrotto quel circuito perverso che rendeva il carcere dei mafiosi una protesi del loro territorio. Il 41bis si innesta su un’altra novità legislativa, la legge del 1991 che favorisce e incentiva i ‘pentimenti’ cioè le collaborazioni con la giustizia.

L’eredità di Falcone e Borsellino è dunque evidente. Se sfuma la facilità con cui in passato si potevano evitare le condanne, se il carcere diventa una cosa ‘seria’ anche per i mafiosi condannati, ecco che si cercherà di ridurre questa tenaglia al minor danno, sfruttando anche gli spazi offerti dalla legge sui pentiti. Forze dell’ordine e magistratura, in questa nuova situazione, ritrovano efficienza ed entusiasmo.

I risultati non tardano ad arrivare e sono imponenti: latitanti arrestati, per numero e ‘caratura’ criminale, come mai in precedenza; Cosa nostra costretta a subire una pesante stagione di processi, conclusi con giuste condanne (650 ergastoli in particolare); processi anche per la fondamentale ‘zona grigia’ con imputati ‘eccellenti’ (Andreotti e Dell’Utri, fra gli altri).

L’Italia ha ripreso così la strada tracciata da Falcone e Borsellino con il maxiprocesso. La strada giusta per contenere e alla fine sconfiggere Cosa nostra, che per parte sua ha dapprima insistito nella rabbiosa strategia stragista con gli attentati del 1993 a Roma, Firenze e Milano, per poi inabissarsi in modo da uscire dai ‘riflettori’, rimarginare le ferite, ritessere la tela dei suoi rapporti, riprendere sotto traccia le imponenti attività di accumulazione di capitali.

* Magistrato, già procuratore capo di Torino e Palermo. Lettera indirizzata al direttore del quotidiano “L’Avvenire”


Una Costituzione modello, come quella italiana, ora non resta che attuarne i principi a cominciare dall’articolo 1

Da Buenos Aires, dove risiede ormai da molti anni, il vecchio amico e collega LIVIO Zanotti segnala la grande novità di una nuova Costituzione del Cile, che annuncia una nuova età dei diritti, quella “evocata trent’anni fa da Norberto Bobbio. A quattro anni e una pandemìa planetaria dalle moltitudinarie proteste popolari di piazza Italia a Santiago (28 giorni d’ininterrotte manifestazioni), invano combattute con estrema violenza dai carabiñeros dell’allora presidente Sebastian Piñera, il Cile propone una Magna Charta pienamente democratica in sostituzione di quella imposta nel 1980 dalla dittatura del generale Pinochet.

E’ l’esito dello straordinario processo avviato dal plebiscito nazionale dell’ottobre 2020, in cui l’80 per cento dei cileni rigettò la Costituzione voluta dai militari e l’anno seguente ha portato all’elezione dei 155 delegati incaricati di redigere ex novo la legge fondamentale dello stato. In maggioranza indipendenti dai partiti, nei 10 mesi di dibattito più d’uno dei delegati eletti ha fatto riferimento al costituzionalista italiano Stefano Rodotà. Come previsto, i 15 milioni di elettori del paese verranno convocati alle urne il prossimo 4 settembre per ratificarla o respingerla.

Nel “continente delle massime disuguaglianze” e dei conseguenti contrasti che lo lacerano nel più profondo della loro esistenza, il Cile ha saputo imporre un ordine al suo sistema politico. Quello in cui a partire da un’irrinunciabile difesa della pace numerosi soggetti hanno condiviso il principio fondamentale del reciproco riconoscimento di diritti. Dai popoli originari (decine di etnie -mapuches, quechua, aymaras, collas, rapa-nui, kawahskar, diaguitas…ciascuna portatrice di altrettante culture e interessi materiali pregressi) alle donne, alle diverse identità di genere sessuale, ai giovani. Non esclusi neppure gli animali, tutti, ai quali deve essere risparmiata ogni forma di crudeltà (come chiedono gli animalisti del mondo intero).

Fino a sommare nella sua Charta 499 articoli (la più estesa del mondo), organizzati in 8 capitoli, che disegnano uno stato plurinazionale e interculturale, con entità territoriali dotate di propria autonomia politica, fiscale e amministrativa. Confermano il sistema presidenzialista, ma con una sola Camera dei deputati, sostituendo il Senato con un’Assemblea delle Amministrazioni Locali. Una redistribuzione dei poteri che recide la tradizione dello stato iper-centralista, autoritario e affarista costruito da Diego Portales nella prima metà dell’Ottocento, quasi due secoli addietro.

Il Cile legifera a partire dalla “costituzionalizzazione” della persona e dalla regola dell’inclusione, che sostituisce quella antica dell’esclusione. Nello stesso tempo in cui al capo opposto dell’Occidente, l’invasione russa dell’Ucraina incendia la più primitiva delle dispute, con una guerra di aggressione e di annessione che nega e oltraggia nel sangue il diritto elementare alla sovranità nazionale.

Un testo tanto rinnovatore, comprensivo del diritto alla procreazione e della possibilità d’interromperla, deciso ad assicurare una “morte degna”. Liste elettorali in cui la presenza di un minimo del 50 per cento di candidate donne è un obbligo al pari del voto per i maggiori di 18 anni. Libertà di espressione, di associazione e di movimento. Il controllo pubblico sulle risorse naturali e la difesa dell’ambiente non poteva non essere anche un campo di battaglia politica per la società cilena, in parte della quale il tradizionalismo è ben presente, concreto e radicato.


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