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Reader’s – 22 gennaio 2023 Rassegna web

Fine del giornalismo

di Antonio Cipriani

Nei giorni scorsi il decadimento del giornalismo è stato misurato in lungo e largo attraverso la lente di una notizia apparsa ovunque, molto ma davvero molto farlocca.
Capace però di produrre una montagna di polemiche sul giornalismo degli anni ‘20 e, di conseguenza, capace di partorire un topolino informativo.

Per qualche giorno le truppe del commento social hanno lasciato i porti sicuri delle chiacchiere sulle primarie del Pd, delle promesse meloniane, della bontà musicale dei Maneskin e del tifo in tempo di guerra per avventurarsi sull’analisi dell’informazione che, ahimè, non verifica le notizie.
Cioè non verifica le notizie quando si tratta di fare due più due incrociando orari di treni e costi di viaggi. Invece su tutto il resto sarebbe utile capire il livello di verifica. Il controllo sulle fonti. Anzi, sarebbe bello conoscere esattamente su quali fonti si basa l’informazione che abbiamo

Le fonti

Per esempio il mio sogno sarebbe quello di avere alla fine di ogni pezzo le fonti che hanno ispirato il lavoro del giornalista. Per capire con chi ha parlato, se ha parlato con qualcuno; dove ha preso il virgolettato, se dall’agenzia o da un comunicato stampa. Per capire quanto incidono gli uffici di pubbliche relazioni delle aziende sulla costruzione del prodotto informativo. Sarebbe bello. Come sarebbe bello avesse spazio un sano e puro giornalismo da strada, che possa avere come fonti lo sguardo, l’incontro, la conoscenza diretta, o quella dovuta allo studio.

La domanda che sorge spontanea però è questa: ma il giornalismo delle scarpe consumate dalla ricerca della notizia è davvero funzionale ai giornali? E lo è l’approfondimento che necessita tempo e studio? Oppure – e lo dico per esperienza diretta – queste forme sono state ampiamente scalzate dalla logica delle agenzie di stampa e dei comunicati stampa? A che serve cercare la notizia se poi vale meno di una conferenza di un potente?

Vero o verosimile vale lo stesso

Quindi? Mi chiede incuriosito il barbiere anarchico. Quindi vero o verosimile vale lo stesso. E il mondo delle fake news contro il quale tutti lottano non è così lontano dal quotidiano incedere dell’informazione assillata dalla crisi e dal livello zero delle verifiche e da quello altrettanto basso delle conoscenze specifiche. E corrosa dall’assenza di notizie scortesi e scomode.

Viaggiamo verso il disastro come la bidella avanti e indietro sul treno? Chiede ancora il mio amico, mentre scolpisce michelangiolescamente una barba finta. Non da adesso, amico mio. Non cadiamo sempre dalle nuvole per poter pensare che prima era diverso, era meglio, c’era una professionalità che oggi per un destino cinico e baro non c’è più. Invece mi pare che il sistema sia lo stesso da decenni (vale per la cultura, per la politica, per i media). Si sta solo evolvendo.
Niente di buono sotto il cielo. Ieri come oggi. E i risultati sono sotto gli occhi di tutti.

Ps

Sarebbe bello discuterne e potrebbe essere uno spunto interessante per un dibattito, dal vivo, magari senza quella decina di soliti noti a discettare su tutto e, quindi, anche sul senso dell’informazione e della realtà vissute da lontano. Il titolo potrebbe essere: “Fine del giornalismo” e come sottotitolo: scopi e rischi di un mestiere”. (Ennio, lo organizziamo un dibattito del genere?)
Che ne pensate dell’ambiguità insita nel titolo: Fine del giornalismo


Dico la mia

Sarebbe bello discuterne, scrive oggi Antonio Cipriani. Discutiamone allora, va da se che parlare o scrivere di “fine del giornalismo” significa premettere che questa bella professione prima c’era e oggi non c’è più. Mentre io penso che sia la ricerca che la diffusione delle notizie ci siano state ieri come ci sono oggi e che tra le veline di ieri e i comunicati stampa di oggi non ci sia gran differenza. In Italia come altrove. Solo che ieri venivano imposte, oggi soltanto proposte ai giornali “di area”. Ma arroganza del potere e servilismo hanno sempre tentato di costringere l’autonomia professionale nei limiti del possibile. Chi ha provato ad imporla in redazione si è trovato di solito in minoranza, rischiando come minimo l’emarginazione.

La dittatura dell’editore attraverso la persona del direttore responsabile non è mai stata messa in discussione, neppure – negli scorsi decenni – con la presentazione del piano editoriale alla redazione e la formalità del voto da parte di quest’ultima. Tuttavia è vero che da una ventina d’anni a questa parte, con l’avanzare della comunicazione di massa, la prepotenza pubblicitaria e la dequalificazione del giornalismo con l’impiego sempre più frequente di precari pagati con pochi euro a pezzo, la qualità dell’informazione non poteva che peggiorare. E non sarà con l’affidare il commento a un editorialista di prestigio che si porrà rimedio alla manipolazione ( o mercificazione) delle notizie. (nandocan)


Fasciotrash

Alessandro Gilioli su fb

C’è questo gran movimento proprietario attorno ai giornali di destra o fasciotrash, insomma il Giornale e la Verità.
Due testate che insieme fanno sì e no quarantamila copie vendute al giorno, forse meno, e uno si potrebbe chiedere: ma perché se li comprano, se non contano più nulla?
E allora servirebbe un’ora di spiegazione, in questa strana era in cui i quotidiani non li compra più nessuno ma vanno nelle rassegne stampa in tivù, invadono i social con i loro titoli, soprattutto invadono i talk show con i loro giornalisti, dalla Gruber in giù.
Insomma i giornali sono falliti come business ma contribuiscono eccome all’egemonia politica.
Nel caso dei fasciotrash, sdoganano l’indicibile a destra per spostare un po’ più a destra tutto il resto – e magari per spaventare qualcuno che non ha voglia di essere lapidato.


Il parto di un partito che torni a sinistra

di Massimo Marnetto

Educato, incolore, diligente: Letta si congeda da un PD in cerca di senso. Il Segretario-pontiere consegna all’Assemblea un Manifesto nuovo, con una scelta chiara verso la giustizia sociale e ambientale, nonché il ripristino della distanza dalle leggi del mercato, ritenute (finalmente) non addomesticabili all’interesse generale. Letta pone le basi per un partito nuovo, che torni a sinistra. Ma non ha la forza per abrogare la vecchia Carta dei Valori, neanche le parti ormai ripudiate. 

I ”princìpi-lasagna” si sovrappongono, sperando che la besciamella della voglia trasversale di rilancio copra il sapore rancido del neoliberismo del 2007. Così rientrano quelli di Articolo 1, ma restano i renziani. Tutto avrà il suo compimento con le primarie, rassicurano i candidati. Con Bonaccini impegnato per un PD ampio e vago che abbracci anche i calenziani; mentre la Schlein vorrebbe prendere il testimone da Bersani e Bindi per riportare lavoro, equità e legalità di nuovo al centro del partito. Guai a parlare di regionali: una complicanza che potrebbe compromettere il parto.


Lula passa dalla carota al bastone

di Livio Zanotti

Con effetto immediato, il presidente brasiliano Ignacio Lula da Silva ha destituito nelle ultimissime ore il comandante generale dell’Esercito, generale Julio Cesar de Arruda, 56, nominato d’intesa con il predecessore Jair Bolsonaro per gestire il periodo di transizione da uno all’altro.

Lo ha sostituito con il pari grado Tomas Miguel Ribeiro Paiva, che lo segue in ordine di anzianità e tra gli alti gradi militari è stato tra i primi a fare proprio il fermo richiamo del capo dello stato ai valori costituzionali e alla dovuta fedeltà alle istituzioni della Repubblica.

Questa decisione di Lula chiude quindi l’aspettativa seguita alla sua prima scelta di lasciare a tutti i responsabili la possibilità di correggere le rispettive inerzie, riscontrate nella sciagurata giornata dell’8 gennaio scorso. Marca anche l’avvio di una riorganizzazione ai vertici dell’esercito e con ogni probabilità dei rapporti stessi tra le distinte forze armate.

Attenzione agli interessi dei militari, ma…

Venerdi scorso, infatti, Lula ha riunito a lungo il ministro della Difesa, Josè Mùcio Monteiro, e i tre stati maggiori per discutere congiuntamente le necessità di ammodernamento di ciascun settore e i conseguenti capitoli di spesa. Un’evidente attenzione agli interessi corporativi oltre che professionali dei militari.

Nella medesima circostanza ha preteso, però, un’inchiesta rapida e circostanziata sulle mancanze che hanno reso possibile se non addirittura istigato l’assalto del teppismo bolsonarista alle sedi dei tre massimi poteri dello stato. Stante lo svolgimento dei fatti, la sua esigenza era rivolta essenzialmente al generale Arruda, che ha tentato ancora di prendere tempo affermando la necessità di un’indagine approfondita.

Chi ha aperto le porte ai bolsonaristi

Lula ha ritenuto che il suo atteggiamento dilatorio fosse pretestuoso e inaccettabile. Fin dal primo momento egli ha detto e poi in più circostanze ripetuto che non solo i servizi d’informazione militari non potevano ignorare quanto stavano preparando i bolsonaristi, ma che qualcuno (e chi altri se non uomini del battaglione speciale incaricato di proteggere gli edifici delle massime istituzioni, dal Congresso alla Presidenza della Repubblica e al Supremo Tribunale Federale?) aveva aperto loro le porte di accesso dall’interno, in quanto non risultavano forzate da fuori.

La dilazione di Julio Cesar de Arruda appariva dunque a tal punto ingiustificata da costituire un sia pur non esplicito atto d’insubordinazione. Segno di un rapporto ormai irrimediabile e a cui reagire con la massima energia. E’ la spiegazione che il Presidente ha fornito ai suoi, la maggior parte dei quali non gli chiedeva altro.

Un difficile equilibrio politico

Alla riunione, certamente la più importante delle innumerevoli che si sono susseguite dopo la sgangherata ma non perciò meno pericolosa insurrezione dell’8 gennaio, Lula ha voluto che partecipassero dall’inizio alla fine anche i maggiori dirigenti della Confindustria brasiliana, quelli della Federazione di San Paolo. In quanto direttamente interessati al tema della produzione di armamenti, agli aspetti tecnici e a quelli economico-commerciali. Ma con il trasparente proposito di garantirsi testimoni per quanto possibile autorevoli e al di sopra delle parti.

Una circostanza che misura e fa intendere concretamente il profondo deterioramento dell’indispensabile rapporto di fiducia tra la massima autorità della Repubblica e le sue Forze Armate. Dunque il difficile equilibrio politico interno in cui si trova ad agire Lula, ma anche la chiarezza della sua scelta di governare senza condizionamenti occulti.


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