Reader’s – 20 giugno 2022

Al confronto interno dei Cinquestelle Massimo Marnetto dedica la prima nota della settimana. “ Con l’ingresso di tanti giovani, scrive, il Movimento ha aperto il Parlamento come una scatoletta di tonno, salvo scoprire che è buonissimo. E ora tutti vogliono rimanerci oltre i due mandati, nonostante il voto di precarietà sottoscritto per non far diventare la politica un mestiere. Ora gli eletti chiedono all’Eletto di poter rimanere. Ma lui non cede, mentre Conte è possibilista, pur di sedare il malcontento”,

Dove l’eletto è chiaramente Luigi Di Maio, al quale una carriera tanto prestigiosa quanto rapida pare stia altrettanto rapidamente facendo dimenticare l’anticonformismo alle origini del movimento. Ma ciò non disturba affatto Marnetto, convinto che “la politica istituzionale debba essere una professione. Anzi, aggiunge, penso che chi volesse aspirare a cariche rappresentative potrebbe entrare senza qualifica solo nel primo livello (Municipio); ma dovrebbe prendere un’abilitazione specifica per il secondo (Regione) e il terzo (Parlamento). Svolgendo corsi di Economia e sostenibilità, Comunicazione (grammatica, chiarezza, sintesi), Regolamenti d’aula, Tecniche di mediazione.

“Forse così – prosegue Massimo – si alzerebbe il livello professionale dei politici, che negli anni si è sempre più abbassato. Fino al punto che ormai dominano gli aggressivi che interrompono gli altri e gli imbonitori da fiera che se la cavano sempre col taglio delle tasse. Un po’ poco per giustificare il prelibato tonno di cui si nutrono”.

Se il fascino esercitato da Draghi e più in generale dalla figura del “super manager” dovesse condizionare a lungo la politica italiana, il rischio è il ridimensionamento di un’altra qualità indispensabile in una vera democrazia: la rappresentanza. Non è così che negli ultimi anni è andata gradualmente spegnendosi la forza propulsiva della sinistra in Italia?

Passando ad altro argomento, su Remocontro “Michele Marsonet spiega la portata della sfida sul fronte del Pacifico, espressione armata di quella economica che deciderà a breve quale sarà la prima potenza economica mondiale”.

“Il presidente Usa Biden – valutazione diffusa,- vorrebbe tenere impegnata la Russia in Ucraina ancora per qualche tempo, ma deve badare anche ad altro (oltre alla crisi economica in casa).
Questa settimana la Cina ha varato la sua terza portaerei e il presidente Xi Jinping ha aperto le porte a un maggior coinvolgimento dell’Esercito di liberazione popolare in operazioni militari “diverse dalla guerra”.

Nonostante il rallentamento del Pil e la crisi economica incombente, dovuta soprattutto alla politica del “Covid zero” e ai frequenti lockdown totali che hanno bloccano le maggiori metropoli del Paese -Shanghai e Pechino incluse – la Cina continua senza sosta a rafforzare e ammodernare le sue forze armate.

Cina, meno crescita ma più forza militare

La flotta cinese, per quanto riguarda i numeri, ha superato quella americana (355 navi contro 300). La Repubblica Popolare è particolarmente impegnata nel settore delle portaerei, che rappresentano il fulcro della flotta Usa. Pechino possiede la “Liaoning”, nave piuttosto vecchia, varata dai cantieri di Mikolaiv e poi ceduta dall’Ucraina a Pechino nel 1998.

Provocazione Taiwan e sfida Giappone

Quando Joe Biden ha detto pubblicamente che gli Stati Uniti difenderanno militarmente Taiwan in caso di aggressione, la Cina ha fatto uscire in mare aperto la “Liaoning”, accompagnata da sette navi di scorta. La vecchia portaerei si è spinta fino al Mare delle Filippine (Paese che con la RPC ha numerosi contenziosi territoriali), tornando poi indietro verso Okinawa, dove gli americani sono presenti in forze con 30.000 soldati.
Si tratta di una chiara sfida al Giappone, che si è schierato con Washington appoggiando il proposito di Biden di difendere Taiwan con le armi. I giapponesi hanno inviato i loro caccia F-35 a sorvegliare le manovre cinesi, mentre le moderne portaerei Usa “Abraham Lincoln” e “Ronald Reagan” navigavano nel Mare delle Filippine.

Super sommergibile e super portaerei

Comunque Pechino comprende benissimo la relativa arretratezza delle sue attuali navi da guerra, ed ha quindi varato un programma di rapido rafforzamento, già programmato da Hu Jintao, il predecessore di Xi Jinping. Secondo le stime della intelligence Usa, i cantieri navali cinesi sono in grado di produrre due navi ogni tre mesi.

Procedendo a questi ritmi, la Cina potrebbe avere 420 navi da guerra nel 2025, distanziando ancora di più gli Stati Uniti.
Le stesse fonti parlano della produzione di un super sommergibile nucleare, dotato di missili balistici in grado di colpire direttamente gli Usa. E’ stata inoltre varata la terza portaerei cinese che andrebbe ad affiancare le più arretrate “Liaoning” e “Shandong”. La nuova nata, che gli americani prima chiamavano “Tipo 003”, è la “Fujian”, dotata del sistema di decollo con catapulta che viene utilizzato da tutte le portaerei statunitensi, e che consente di far decollare e atterrare i velivoli in modo più rapido ed efficace.

Fujian, la Cina di fronte alla sua isola

La scelta del nome è molto significativa. Il Fujian, con capitale Fuzhou, è infatti la regione della Cina continentale che si colloca proprio di fronte a Taiwan, separata dalla Repubblica Popolare dallo Stretto di Formosa, e quindi a un tiro di schioppo dalle coste cinesi. Pechino ribadisce quindi, ancora una volta, la sua volontà di annettere l’isola che, pur essendo uno Stato formalmente indipendente, è considerata dal governo cinese parte integrante del suo territorio nazionale sin dalla vittoria di Mao Zedong sui nazionalisti di Chiang Kai-shek.

Sfida di potenza già oltre l’Ucraina

Il varo della “Fujian”, che stazza 80.000 tonnellate, è avvenuto a Shanghai ma, a causa dei “lockdown” che hanno pesantemente colpito anche i cantieri navali della metropoli, non ha ancora completato tutti i collaudi necessari. Quando diventerà operativa è destinata a potenziare in modo notevole le capacità della flotta di Pechino. Permane per ora la superiorità numerica e tecnologica delle portaerei Usa, ma è chiaro che tale superiorità verrà intaccata nel prossimo futuro.


Un presidente di sinistra per la prima volta al governo della Colombia.

Da Buenos Aires, Livio Zanotti mi scrive di “un presidente di sinistra per la prima volta al governo della Colombia. Radicale ma pragmatico, colto e risoluto, Gustavo Petro nscommette sulla modernizzazione del paese sudamericano da settant’anni assediato dalla violenza.

Il nuovo presidente della Colombia, Gustavo Petro, 62 anni,ex sindaco di Bogotà e senatore da due legislature, è nuovo per l’intera America Latina. Ha un profilo inedito che coniuga passato e futuro del paese in termini di un’avanzata modernità, finora mai messa in campo. Promette a tutti e 50 milioni di concittadini una profonda trasformazione politica, economica e delle istituzioni, senza vendette; anzi in uno spirito di riconciliazione.

Ha l’esperienza e il carattere perportarla avanti. Ieri, dopo la vittoria, giurando sulla propria vita fedeltà agli elettori riuniti nello stadio della capitale, ha detto con arguzia: “Sapremo sviluppare il capitalismo, che non è il nostro sistema preferito; ma in Colombia dobbiamo cominciare a superare il feudalesimo…”.

Proprio la radicalità del suo programma e la coerenza con cui l’ha difeso sembrano aver conquistato molti giovani, portando loro alle urne e lui a Palacio Mariño. Ha respinto fino all’ultimo anche le insistenze del suo stesso entourage a depurarla di qualcuno dei punti più conflittivi, per far fronte nel secondo turno a un avversario saldamente rafforzato dal sostegno di tutta la destra tradizionale, trainata dall’estrema dell’ex presidente Alvaro Uribe. Non in quanto convinto della vittoria, bensì del pericolo dei compromessi che in caso di successo avrebbero poi finito per disarticolare l’azione di governo, fino a nullificare quella che viene considerata un’occasione storica.

Al terzo tentativo, Petro è riuscito così a divenire il primo candidato della sinistra nella storia colombiana ad essere eletto capo dello stato. Ha ricevuto il 50,5 per cento, 11 milioni e 284 mila voti, dai quasi 22 milioni di elettori (il 60 per cento circa degli aventi diritto). Il suo avversario, l’immobiliarista milionario Rodolfo Hernandez, 77 anni, un populista che ha evitato qualsiasi confronto pubblico con Petro così come con tutti gli altri candidati fin dal primo turno, è arrivato al 47,2 per cento, sommando 10 milioni e 581 mila suffragi.

Senza essere clamoroso, il vantaggio di 750mila voti accumulato da Petro è aritmeticamente netto e ancor più solido in termini politici. Tanto che il diretto sconfitto ne ha riconosciuto subito il trionfo. Immediatamente seguito dal più acerrimo nemico di Petro, l’ex presidente Alvaro Uribe: “Per difendere la democrazia – ha detto- bisogna rispettarla: Petro è il nuovo presidente della Colombia”.

Assumerà la carica tra una quarantina di giorni, il 7 agosto prossimo, insieme alla vice, Francia Marquez, 40 anni, un’avvocata nota per l’impegno nella difesa dei diritti umani. La temuta disputa sulla legittimità del voto è dunque uno scampato pericolo, soltanto il primo, ma non da poco.

L’impresa che il neo-eletto propone è immane, lo sarebbe ovunque; assume i caratteri della sfida rivoluzionaria in un contesto in cui il dinamismo della società e la forza preponderante degli interessi costituiti sulla base del privilegio e della corruzione si scontrano da decenni generando un’ininterrotta, tragica violenza. Le bande guerrigliere ancora attive nel paese, il narcotraffico, i latifondisti che si sono impadroniti delle proprietà di milioni di profughi dai trascorsi decenni di guerra sono i prossimi nemici da sconfiggere.

Sono tutte battaglie connesse una all’altra. Impossibile consolidare la pace, che pure ha compiuto giganteschi passi avanti con il disarmo concordato con le Fuerzas Armadas Revolucionarias (FARC), se non vengono almeno arginati il banditismo politico, quello comune e il traffico di stupefacenti che li finanzia.

Per questo Petro parla non solo di riforma agraria, ma di “democratizzazione del mondo rurale”. Una riforma fiscale che imponga un prelievo progressivo, a cominciare dalle 4mila maggiori fortune del paese (già censite) è indispensabile e urgente per coprire il permanente deficit di bilancio e garantire le spese correnti. Tra i primi provvedimenti vi sarà la ripresa dei rapporti con il Venezuela, ritenuti capaci di produrre uno stimolo decisivo nella ripresa delle attività produttive.

Petro evita di condannare o assolvere il governo di Maduro. Semplicemente rifiuta di far sopportare alla Colombia parte dei costi dell’isolamento a cui è stato ridotto il Venezuela, senza beneficio per nessuno. Fa conto sulla crisi internazionale scatenata dall’aggressione della Russia all’Ucraina e la conseguente ripresa sia pure parziale dei rapporti tra Washington e Caracas, per ripristinare condizioni diplomatiche e giuridiche accettabili. E’ anche una via per liberarsi delle centinaia di migliaia di profughi venezuelani che da anni ormai costituiscono una delle numerose emergenze sostenute dalla Colombia. Le riforme previste, che comprendono anche quella pensionistica e l’estensione della scuola pubblica e gratuita fino all’università, richiedono un minimo di ordine previo che la società attende da tempo.

Petro suscita attese che non potranno essere soddisfatte in tempi brevi e timori che in parte condurranno prevedibilmente a scontri molto aspri. La sua scommessa è di riuscire comunque a mantenere questi e quelle all’interno del confronto politico. Capacità non gliene mancano. Guerrigliero nelle file del movimento M19 negli anni Settanta, catturato e torturato dall’esercito, è andato esule in Belgio quando dopo anni di carcere ha potuto lasciare la Colombia. E’ sempre stato un quadro intellettuale più che un combattente arma alla mano. Il nome di battaglia in quel periodo della sua vita era Aureliano, innegabilmente tratto dal romanzo di Garcia Marquez “Cent’anni di solitudine”. E scrivere è una passione che non lo ha abbandonato neppure al ritorno in Colombia e alla politica parlamentare.


  • Reader’s – 24/25 settembre 2022. Rassegna web
    Per la prima volta nella mia lunga vita e per motivi indipendenti dalla mia volontà (barriere architettoniche, complicazioni burocratiche per chi si trova provvisoriamente nell’impossibilità di muoversi con le proprie gambe fino alla cabina elettorale) non andrò a votare alle elezioni politiche. Anche se mai come questa volta avrei sentito la necessità di non far […]
  • Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web
    Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.
  • Reader’s 22 settembre 2022. Rassegna web
    Siamo in molti a notare come in questa breve campagna elettorale si sia parlato ben poco della guerra in Ucraina e del ruolo che potrebbero avere Italia ed Unione europea nel tentativo di giungere ad una soluzione del conflitto nel più breve tempo possibile. È vero che da sinistra si continua a invitare l’Europa a prendere l’iniziativa, magari affidandosi all’esperienza dell’ex cancelliera Merkel come propone qualcuno, ma senza crederci troppo, nella consapevolezza che chi, con l’invio delle armi, è co-belligerante di fatto non possa accreditarsi anche per il ruolo di mediatore. D’altronde, l’auspicata autonomia dell’ Unione Europea dalla Nato mi pare piuttosto teorica, quella dell’Italia dagli Stati Uniti ancora di piú.
  • Reader’s 21 settembre 2022 rassegna web
    I capelli delle donne vanno coperti perché sono belli e inducono gli uomini in tentazione. E si sa, un uomo eccitato perde lucidità e non si calma se non dopo un amplesso. Per evitare questo ”disordine”, il dio mussulmano (ma non solo) impone alle donne di coprirsi i capelli con un velo. Le donne più coraggiose – come Masha Amini – si ribellano e per questo vengono picchiate e uccise dalla Polizia Morale iraniana.
  • Reader’s – 17/18 settembre 2022. Rassegna web
    Alternanza sì ma nel rispetto della democrazia (e per favore non sparate sulla Costituzione) Il dibattito elettorale diviene ogni giorno più acceso in vista del voto del 25 settembre, è rimasta però una sorta di autolimitazione che vieta di invocare l’antifascismo come dimensione di senso che dovrebbe orientare le scelte di voto del popolo italiano. […]
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