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Reader’s – 20 gennaio 2023. Rassegna web

Troyan

di Massimo Marnetto

Fare la riforma della giustizia varia se ci si sente più dalla parte delle vittime del reato o da quella degli imputati. Nel primo caso, il legislatore cerca di agevolare il processo affinché il cittadino colpito abbia il ristoro di una sentenza. Se invece i riformatori si immaginano più dalla parte degli imputati – perché magari molti loro amici sono incappati in vicende giudiziarie –  tendono a impedire la sentenza. 

Vietando i mezzi d’indagine più potenti (come i trojan); seminando il processo di ostacoli procedurali per dilatarne i tempi; finalizzando la melina ad ottenere la prescrizione o – meglio ancora – l’improcedibilità. Che spesso i giornali amici scambiano per assoluzione. Poi questa oscenità la si impiatta decorata da uno strato di tutela della privacy, laccato di croccante garantismo: e la porcata diventa il capolavoro degli chef dell’impunità.

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Finché ci riferiamo alla tentazione dei politici di premunirsi contro i processi per collusione o per corruzione, sono d’accordo con Marnetto come con tutti coloro che leggono nel divieto dei trojan l’ennesimo tentativo di imbavagliare la stampa. Ma attenzione a non generalizzare. L’imputato, come dice la Costituzione, non è un presunto colpevole. Così come si può essere vittima di un errore giudiziario. Capita perfino che qualche giornalista venga trascinato in giudizio con l’accusa (immeritata) di calunnia (nandocan).


Autonomia differenziata: se la conosci la eviti

di Domenico Gallo

Per contrastare il progetto dell’Autonomia differenziata è necessario riconsiderare in maniera critica la riforma del titolo V della Costituzione per rimediare agli errori commessi. A tal fine, il Coordinamento per la democrazia costituzionale ha presentato una proposta di legge costituzionale di iniziativa popolare, recante una modifica degli art. 116.3 e 117 che cancella la natura pattizia della procedura, rendendola reversibile, e restituisce allo Stato materie strategiche per il sistema paese, come l’istruzione, il lavoro, la previdenza, la salute, l’energia.

Il treno che porterà alla realizzazione dell’insano progetto dell’autonomia differenziata è già partito.
Lo ha messo sui binari il Ministro Calderoli che ha trasmesso ufficialmente a Palazzo Chigi il testo della sua proposta di “legge di attuazione” sulla formazione delle intese di cui all’art. 116.3 Cost. per l’attribuzione di una maggiore autonomia a regioni che la richiedano, con l’intenzione di farlo approvare entro la fine del mese di gennaio.

La possibilità di concedere alle Regioni non a statuto speciale “ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia “la c.d. “autonomia differenziata” trova origine nella riforma del titolo V della Costituzione attuata nel 2001. La riforma ampliò notevolmente l’autonomia legislativa delle Regioni. L’art. 117 definì (nel secondo comma), gli ambiti riservati alla legislazione esclusiva dello Stato, ed assegnò (nel terzo comma) alle Regioni la competenza concorrente in 23 materie, precisando che “nelle materie di legislazione concorrente spetta alle Regioni la potestà legislativa, salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata allo Stato.” E tuttavia nella riforma c’è un criterio che rende modificabile il confine delle rispettive competenze per le Regioni che siano interessate ad acquisire maggiori forme di autonomia, cioè più potere.

L’art. 116, al terzo comma, recita:
Ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia, concernenti le materie di cui al terzo comma dell’articolo 117 (..) possono essere attribuite ad altre regioni, con legge dello Stato, su iniziativa della regione interessata, sentiti gli enti locali, nel rispetto dei princìpi d i cui all’articolo 119. La legge è approvata dalle Camere a maggioranza assoluta dei componenti, sulla base di intesa fra lo Stato e la regione interessata.”

È bene precisare che si tratta di una mera facoltà e non di un obbligo costituzionale, come pretendono i leghisti. Inoltre si tratta di una facoltà che non può essere avulsa dalla tela dei rapporti fra organi costituzionali e diritti dei cittadini come delineati nel testo costituzionale. Se le Regioni ottenessero la competenza piena in tutte le materie di competenza concorrente e nelle materie di competenza esclusiva dello Stato (norme generali sull’istruzione, tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali), verrebbe surrettiziamente ribaltata la riforma che ha tracciato i confini fra i poteri dello Stato e quelli delle Regioni, senza ricorrere al procedimento di revisione della Costituzione, di cui all’art. 138.

Verrebbe differenziata anche l’eguaglianza dei cittadini, in aperto contrasto col principio fondamentale di cui all’art. 3. Per non parlare dell’istruzione dove la possibilità di attribuire alle Regioni la competenza sulle norme generali sull’istruzione si scontra apertamente con la disposizione di cui all’art. 33, che statuisce: “La Repubblica detta le norme generali sull’istruzione”.
Le disposizioni di cui al terzo comma di cui all’art. 116, sono compatibili con l’impianto costituzionale solo ove se ne dia un’interpretazione restrittiva.

Vi sono materie che non possono essere parcellizzate per esigenze specifiche di un territorio: scuola, autostrade, ferrovie, salute, tutela e sicurezza del lavoro, grandi reti di produzione e trasporto dell’energia, chiamano in causa un indivisibile interesse nazionale. Invece, le richieste delle Regioni capofila, Veneto, e Lombardia, (in misura ridotta Emilia Romagna) hanno di mira tutte e 23 le materie di competenza concorrente e persino le due o tre materie che rientrano nella competenza esclusiva dello Stato.

In altre parole si è aperto un processo politico che mira ad utilizzare il “baco” inserito nell’art. 116 della Costituzione come una breccia per squarciare l’intero impianto costituzionale e ribaltare il principio fondamentale dell’unità della Repubblica, trasformando l’Italia in una serie di repubblichette semi-indipendenti. Non a caso la legge Calderoli è stata denominata “lo spacca Italia”. Si tratta di un progetto “sovversivo” dal punto di vista della legalità costituzionale e particolarmente insidioso per le sue modalità procedurali.

Infatti l’autonomia differenziata, una volta concessa, sarà potenzialmente irreversibile.
Questo perché il processo di determinazione dell’autonomia differenziata ha natura sostanzialmente pattizia. Si fonda sulle intese stipulate fra il Governo e la Regione richiedente. Una volta raggiunta l’intesa, il Parlamento non può modificarla, può solo approvarla in blocco o rigettarla. Una volta deliberata la legge che approva le intese, non può essere sottoposta a referendum abrogativo. Né l’intesa potrebbe essere modificata con una nuova legge perché occorrerebbe il consenso della Regione interessata, senza il quale l’intesa raggiunta è destinata a durare in eterno.

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(questo articolo è stato pubblicato sul Fatto quotidiano del 19 gennaio 2023 con il titolo Lo spacca Italia non è autonomia)


Repressione senza fine in Myanmar, ora anche contro la chiesa cattolica, ed elezioni beffa

Michele Marsonet su Remocontro

Brucia per volere del regime il simbolo della tolleranza religiosa. La storica chiesa cattolica del villaggio di Chan Thar, nel distretto di Shwe Bo (regione di Sagaing) in Myanmar è stata incendiata e completamente rasa al suolo da ‘Tatmadaw’, le forze armate che dal 1 febbraio 2021 hanno preso con un colpo di stato le redini del paese rovesciando il governo democratico guidato da Aung San Suu Kyi.
Mentre Michele Marsonet ci informa di elezioni beffa organizzate dai militari golpisti per agosto. Loro ovviamente come soli garanti.

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Dopo i massacri la beffa elezioni a mano armata

Non si allenta in Myanmar la morsa dei militari golpisti. Il capo della giunta, il generale Min Aung Hlaing, due anni dopo aver preso il potere con la forza, ha annunciato che nuove elezioni si terranno nel prossimo mese di agosto.
In apparenza è una buona notizia, ma tutti rammentano quanto accadde nella tornata elettorale del 2020. La Lega Nazionale per la Democrazia, guidata dalla premio Nobel per la pace, Aung San Suu Kyi, ottenne una vittoria schiacciante conquistando la maggioranza assoluta dei seggi in parlamento.
Per un po’ l’esercito stette a guardare, pur manifestando inquietudine per il processo di democratizzazione promosso dal partito vincitore. Poi, temendo di perdere definitivamente il grande potere – anche economico – che da sempre detiene, attuò un golpe sanguinoso riportando indietro le lancette dell’orologio.

3mila assassinati e 13mila in galera

Da quando sono tornati in sella i militari non hanno certo avuto la mano leggera. Stime degli osservatori internazionali giudicano che, dopo il golpe, la repressione dell’esercito abbia causato la morte di 3000 persone e l’incarcerazione di altre 13000.
Naturalmente le carceri dei militari sono molto dure e i detenuti, oltre a soffrire la fame, sono oggetto di continui abusi. Nonostante questo i cittadini birmani in questi anni hanno continuato a manifestare, incuranti del fatto che i soldati hanno ordine di sparare a vista.

Governo clandestino di opposizione

E’ stato pure formato un Governo di unità nazionale, che opera in clandestinità, e che conta sull’appoggio delle Forze popolari di difesa, una nuova milizia civile che dispone di armi leggere.
In risposta, i militari hanno ripreso le esecuzioni politiche, incendiato interi villaggi considerati “ribelli” e bombardato anche scuole e ospedali perché sospettati di dare rifugio a elementi antigovernativi.

Vera guerra partigiana

Il che fa capire che nel Paese è ormai diffusa un’intensa attività di guerriglia. Non si tratta, però, della guerriglia tradizionale condotta da gruppi etnici che vogliono una maggiore autonomia – o addirittura l’indipendenza – dal governo centrale.
Questa volta i guerriglieri hanno l’obiettivo di rovesciare la giunta miliare giunta al potere con il golpe, e di instaurare nuovamente un governo democratico eletto direttamente dai cittadini. Obiettivo invero difficile da realizzare, poiché significherebbe la fine del controllo che l’esercito ha sul Paese, e che risale addirittura agli anni dell’indipendenza dal Regno Unito, che fu ottenuta nel 1948.

Nobel in carcere e militari arbitri

Infatti i militari hanno già provveduto a imprigionare per l’ennesima volta Aung San Suu Kyi. Ben sapendo che la leader della Lega Nazionale, nonostante le polemiche internazionali per le sue posizioni sulla minoranza musulmana dei Rohingya, conserva comunque tutto il suo carisma presso la popolazione.
In realtà l’esercito che, come dianzi accennato, ha in mano tutte le leve del potere economico e finanziario, ha già posto condizioni. Vuole che il nuovo sistema democratico, pur essendo multipartitico, sial contempo molto “disciplinato” e, quindi obbediente alle indicazioni dei militari.

Elezioni beffa e fascisti mascherati

Non c’è alcun segno, quindi, che l’esercito intenda davvero lasciare i cittadini liberi di scegliere. E spiace, a tale proposito, notare che la giunta golpista birmana gode dell’appoggio della Repubblica Popolare Cinese, e, in misura minore, della Federazione Russa, che in Myanmar hanno grandi interessi economici da tutelare.

TagsBirmania golpisti Myanmar


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