Site icon Reader's

Reader’s – 19 gennaio 2023. Rassegna web

Rilanciamo Tax the Rich!

Ma come, abbiamo il governo piú a destra della nostra storia repubblicana e proponiamo di andare nella direzione opposta? Sissignore, si chiama “fare opposizione”. Quella che inutilmente aspettiamo che faccia il PD mentre, ancora convinto dai media di “lorsignori” di potercela fare da solo grazie a una imprecisata “vocazione maggioritaria”, stenta a indicare la sua linea politica, che poi vuol dire semplicemente da che parte stare (nandocan).

Giulio Marcon su “Sbilanciamoci!”

In Italia i super ricchi negli ultimi tre anni sono diventati ancora più ricchi mentre i poveri sono un milione in più. Altro che tassa piatta, serve una fiscalità più progressiva. Come Sbilanciamoci! con l’iniziativa Tax the Rich! proponiamo 5 semplici misure per redistribuire la ricchezza, ridurre le diseguaglianze, costruire uno Stato sociale a beneficio […]

Prima la crisi pandemica, poi la guerra in Ucraina (con la crisi energetica), hanno fatto lievitare la povertà e le diseguaglianze in Italia e nel mondo. I ricchi in questi ultimi tre anni hanno visto enormemente crescere I loro patrimoni: ben 70 miliardi in più per i 50 super-ricchi italiani in testa alla classifica di Forbes. Mentre i poveri italiani, secondo l’Istat, sono un milione in più.

Molti (gli operai, i disoccupati, il ceto medio-basso) risparmiano sul cibo e sulle cure mediche, mentre crescono le vendite di auto di lusso, yacht e rolex, come raccontato anche sulle colonne del nostro sito. E mentre con la legge di bilancio del nuovo governo si riduce – e poi si toglierà – ai poveri l’ombrello del reddito di cittadinanza – mentre continua a piovere e stanno per arrivare altri temporali – si benedicono con i condoni gli evasori fiscali e si rende sempre meno progressivo, con la flat tax, il nostro sistema fiscale: a tutto vantaggio dei ricchi.

Altro che flat tax!

Il problema non è la ricchezza in sé, ma la sua ingiusta distribuzione (le diseguaglianze), il modo con cui la si accumula (talvolta o spesso con il malaffare e l’evasione), lo scarso contributo dato (dai ricchi) a far vivere il welfare e i servizi pubblici di questo paese. In questi anni di relativa crescita economica la torta è diventata un po’ più grande, ma anche (anzi, molto di più) le fette di torta che i ricchi si sono prese.

In questi anni sono aumentati i privilegi dei pochi e diminuiti i diritti dei molti. Bisogna cambiare radicalmente questo stato di cose. Con l’iniziativa Tax the Rich! proponiamo cinque semplici misure per redistribuire la ricchezza, ridurre le diseguaglianze, costruire uno Stato sociale a beneficio di tutti, con la gratuità di sanità, istruzione e dei servizi sociali di un welfare che si rispetti.

La nostra iniziativa si svilupperà nei prossimi mesi con tanti appuntamenti e proposte e fornendo un flusso di informazioni e dati per rischiarare il buio della opacità della ricchezza e dei privilegi nel nostro Paese. Per questo, dalla prossima settimana Sbilanciamoci! spedirà un breve notiziario per aggiornare i nostri lettori e sostenitori sulle iniziative, i documenti, gli approfondimenti dell’iniziativa Tax the Rich!.

Mobilitatevi insieme a noi.

Le 5 Proposte per rendere il Paese più giusto e ridurre le diseguaglianze

Scarica le 5 proposte


La Tunisia che sta per esploderci sotto casa

da Remocontro

Crisi esplosiva: tutti contro il presidente despota Kaid Saied che i poteri se li è presi tutti senza risolvere uno dei mille problemi di un Paese ormai allo stremo, tra disordine e fame. «Dégage, vattene», come gridavano contro il dittatore Ben Ali 12 anni fa. Ora contro il presidente che ha tradito le aspettative del 70% di tunisini che l’hanno votato nel 2019.
L’indebitamento rappresenta l’80 per cento del Pil e a causa del debito sono bloccate le importazioni, mancano latte, zucchero, burro, caffè, medicine.

Dégage, vattene!

«Lo slogan è tornato a risuonare nelle strade di Tunisi a dodici anni dalla cacciata di Ben Ali, il 14 gennaio 2011, benché la capitale fosse blindata dalle forze di sicurezza che per impedire proteste». La memoria di Giuliana Sgrena sul Manifesto, che parte dalla rivolta e dalla illusoria ‘rivoluzione dei gelsomini’, la ‘primavera araba’ timìnisina che le aveva anticipate tutte. Ma oggi la Tunisia del dopo Bel Ali rischia di esploderci sotto i piedi, guardando alla geografia, dove pezzi d’Italia sono più a sud di Tunisi.

Il presidente piglia tutto

Forte di quel 70 per cento si speranze espresse nel voto, il presidente ha via via concentrato nelle sue mani tutti i poteri dello stato: sospeso il parlamento, approvata una costituzione fatta su misura e inscenata una farsa elettorale che però non ha tratto in inganno i tunisini che al 90 per cento hanno disertato le urne, e non per disinteresse ma per risposta politica. Lunedì è cominciata, nell’indifferenza generale, la breve campagna elettorale per il secondo turno delle legislative, il 29 gennaio. «Interessati solo i candidati e il presidente che, dopo il flop del primo turno, ha sostenuto. ‘La partecipazione si misura sui due tempi’. Come nelle partite di calcio», l’amara ironia di Sgrena.

Pane, lavoro, dignità

Il 14 gennaio in piazza i tunisini hanno riproposto le richieste del 2011: pane, lavoro, dignità. La situazione del paese, sull’orlo della bancarotta, è infatti disastrosa: l’indebitamento rappresenta l’80 per cento del Pil e a causa del debito sono bloccate le importazioni, mancano latte, zucchero, burro, caffè, medicine.

Aiuti persino della Libia

La situazione è così drammatica che la Libia ha inviato nei giorni scorsi 96 camion carichi di zucchero, semola, riso e olio d’oliva! «Chissà se i ministri italiani Tajani e Piantedosi, che ieri erano a Tunisi per bloccare l’emigrazione, si sono resi conto che ai tunisini manca anche la pasta?». Se mai fosse, non l’hanno detto a noi della stampa, visto che nulla abbiamo letto su una situazione che invece di fermarle, le migrazioni, presto le moltiplicherà.

La rivoluzione tradita

«Si riparte dunque dal 2011? La rivoluzione dei gelsomini non ha dato l’esito sperato, ma i processi di democratizzazione dopo una dittatura sono spesso ostacolati dalla mancanza di istituzioni solide, mire personali, corruzione. Così il parlamento è stato ostaggio degli islamisti o della frammentazione politica che ha aperto la via all’autoritarismo del paladino dei senza-partito, Kais Saied».

Politica in debito e partiti rissa

L’opposizione al ‘golpe’ del presidente non sembra tuttavia aver ridato credibilità ai partiti, con l’unica eccezione del Partito di Abir Moussi, la carismatica avvocata, già leader del partito di Ben Ali, ritenuta dai sondaggi l’unica alternativa valida al presidente. Come gli altri partiti dell’opposizione Abir Moussi chiede le dimissioni del presidente e nuove elezioni, ma nello stesso tempo accusa l’islam politico rappresentato da Rachid Ghannouchi fondatore di ‘Ennahdha’, la versione tunisina dei Fratelli musulmani, di tutti i mali dopo il 2011. Travolto da scandali e inchieste giudiziarie che hanno portato in carcere anche l’ex-primo ministro Ali Larayedh, Ennahdha ha esaurito il credito politico che aveva permesso agli islamisti di vincere le prime elezioni dopo il 2011.

Il sindacato a salvare il Paese

L’Unione generale dei lavoratori tunisini ha invitato i sindacalisti a mobilitarsi «per una battaglia nazionale ben organizzata per salvare il paese», con la possibile richiesta di elezioni presidenziali anticipate, ma con una nuova legge elettorale. Ne stanno discutendo con l’Ordine degli avvocati, la Lega tunisina dei diritti dell’uomo e il Forum tunisino dei diritti economici e sociali. Quasi una nuova edizione di forze sociali che nel 2015 aveva vinto il Premio Nobel per la pace. Il ‘Quartetto’ che nel 2013 era stato decisivo per evitare che il paese, segnato da assassini politici e disordini, precipitasse nella guerra civile.

Sull’orlo del tracollo, il come uscirne?

Società civile e partiti ancora una volta divisi. Per la politica, il punto di partenza è l’uscita di scena di Kais Saied. Mentre il sindacato ritiene indispensabile consultare il presidente sulle iniziative da prendere per uscire dalla crisi che sta letteralmente travolgendo il Paese.


Il merito di Pif

di Massimo Marnetto

La puntata di Caro Marziano 2 (RAI 3) sul giudice assassinato dalla mafia Rosario Livatino è stata quanto mai opportuna. Pif (Pierfrancesco Diliberto) ci ha portato nella casa dove è cresciuto, proprio poche ore dopo l’arresto di Matteo Messina Denaro. I parenti intervistati hanno parlato di come ”Rosario” unisse rigore e rispetto nella sua attività; ‘‘uno che dava sempre la mano ai fermati, prima di iniziare l’interrogatorio”

Il merito di Pif è stato quello di aver fatto emergere dalla puntata – bella e troppo breve – il profilo pieno di sfumature e interessi di questo giudice, circondato da una semplicità francescana. Per contrasto, m’è venuto in mente invece quello di MMD, una persona addobbata di oggetti preziosi, ma spoglia di affetti e amicizie vere, con solo una scia di morti e violenze nel proprio passato. Se esiste un inferno, è quello di avvertire l’inutilità della propria vita, per aver peggiorato quella degli altri.


Faber nostrum

di Michele Serra

«Aveva un bellissimo viso da signore, ancora ben intuibile dietro gli sfregi lividi dell’alcol, come in un ritratto di Bacon. Aveva una bellissima voce da uomo, profonda e fedele alle parole che pronunciava, levigata negli anni da un fiume di sigarette. E aveva un bellissimo cuore, il cuore dei grandi poeti, aperto al cielo, alle nuvole, alle donne che amano, ai soldati che muoiono, ai potenti che comprano, ai delinquenti che pagano.

Noi ragazzi degli anni Sessanta ci innamorammo dei suoi eroi malvisti, derelitti, risplendenti di solitudine. E ridevamo dei suoi grotteschi bersagli, re sudicioni, borghesucci ipocriti, giudici spietati, beghine pavide. Quella stessa potente, preziosa materia – la percezione che il mondo è ingiusto e ottuso – che la politica, di lì a poco, avrebbe bruciato come carta straccia, nelle canzoni di Fabrizio faceva una luce incantevole, la mite e durevole luce dell’arte. E la ferita emotiva che quelle parole, quelle ballate aprivano nell’animo, corrispondeva all’intuizione che l’arte e la poesia fossero la più radicale delle rivolte.

Quell’intuizione, purtroppo, non è irrimediabile. Si cicatrizza con gli anni, ci si passa poi sopra, crescendo, quando l’attimo fuggente svanisce. Ma malamente, così come mi viene dal cuore dicendo addio a Fabrizio, vorrei dire che se la mia generazione avesse creduto fino in fondo alle canzoni di De André (e per li rami a Brel, Brassens, Vian) piuttosto che a certi severi catechismi, quanto dolore e quanta bruttezza avremmo evitato…

Come ci commuoveva, nella Guerra di Piero, la quartina nella quale il soldato sceglieva di morire piuttosto che uccidere: “E se gli sparo in fronte o nel cuore/ soltanto il tempo avrà per morire/ ma il tempo a me resterà per vedere/ vedere gli occhi di un uomo che muore”. Ma quanto poco durò, ahimè, il mito adolescenziale della diserzione, incalzato dal mito virile della militanza».


Exit mobile version