Reader’s – 19 aprile 2023

Rassegna web di nandocan magazine

Sostituzione etnica

La condivisione, da parte di un ministro postfascista dell’attuale governo, di un termine già usato in passato da esponenti della Lega, non è solo indice di razzismo ma suona particolarmente ridicolo in un paese come il nostro, felicemente arricchito nei secoli da invasioni e ondate migratorie di ogni tipo. “Ma ormai dove sono le patrie? – scriveva il mio maestro Ernesto Balducci (nella foto) nel 1985 nelle pagine conclusive de “L’uomo planetario” – La minaccia di morte che investe tutti gli uomini della terra, ci sta venendo incontro in vari modi, ciascuno dei quali di dimensione planetaria: come una selva di missili, o come catastrofe dell’equilibrio ecologico, dentro il quale l’umanità è inastonata, o come irruzione caotica dei popoli della fame dentro lo spazio in cui banchettano i popoli dell’opulenza. In una situazione siffatta, i punti di vista da cui giudicare le scelte umane, anche le più private (come se procreare o meno un figlio), sono ridotti ad unità. Ogni giudizio che non tenga conto di questa unità indissolubile del destino dell’uomo è già per questo immorale” (nandocan).


LL4

di Massimo Marnetto

E’ aggressiva la frase ”sostituzione etnica”, pronunciata dal ministro plantigrado Lollobrigida. Evoca la fine della ”razza” italica, dovuta all’occupazione delle culle da parte di figli stranieri. Nulla di nuovo: si torna al vittimismo che ha sempre armato la mano del nazionalismo. C’è sempre una minoranza cattiva che minaccia la maggioranza buona. Che siano ebrei, stranieri, omosessuali, poveri, africani non cambia: nella visione della destra, gli anormali vogliono sempre il male dei normali.

La destra ha bisogno di creare questo clima di accerchiamento per giustificare la persecuzione dei propri nemici. Come a dire: non li detestiamo perché siamo cattivi, ma perché loro vogliono distruggerci. Così la violenza nazionalista diventa subito giusta, necessaria e orecchiabile. Con il vantaggio di convogliare la rabbia provocata da un Governo che non sa risolvere i problemi, su quegli strani individui che complottano. Il messaggio implicito è chiaro: rifiutiamoli, maltrattiamoli, rinchiudiamoli: così imparano cosa capita a chi vuole sostituirci.


Ucraina sul fronte del grano perde alleati e mercato

Ennio Remondino su Remocontro

Le guerre troppo lunghe logorano le alleanze. L’Ucraina ha criticato aspramente la decisione del governo della Polonia di vietare le importazioni di cereali e altri prodotti agricoli dal paese in guerra, compresi quelli in transito verso altri paesi. Ma alla Polonia si è unita l’Ungheria, critica verso Kiev per le discriminazioni alla comunità magiara della Transcarpazia. E l’iper atlantico premier polacco deve arrendersi a settimane di proteste degli agricoltori contro l’import esentasse di derrate alimentari ucraine.
Per Varsavia, non solo spese militari alle stelle, ma anche frutta e verdura. La Slovacchia si unirà ai due paesi confinanti solo per alcune categorie di prodotti agricoli. Bulgaria in procinto di adottare misure analoghe. La Romania per ora fronteggia il malcontento dei suoi agricoltori.

Unione europea, regole ed eccezioni

La Commissione europea ha immediatamente redarguito sia Varsavia sia Budapest per «misure unilaterali in materia di derrate alimentari, quando le politiche doganali, commerciali e agricole sono di competenza esclusiva dell’Ue». Ma contro la burocrazia vince Budapest, con i dati sulla contaminazione da tossine e ogm dei cereali importati dall’Ucraina. Prima la sanità pubblica sulle normative comunitarie del libero commercio.

Russofobi ma prima il benessere

La situazione si fa rischiosa per le strutture comunitarie, poiché altri Stati mitteleuropei penalizzati dall’esecutivo Ue potrebbero prendere decisioni autonome. La vasta protesta a Praga contro il carovita e la politica filo ucraina del governo Fiala – rileva Limes-, «è cartina di tornasole dell’umore dei popoli dell’Europa centro-orientale, tanto russofobi quanto sensibili alla conservazione di un relativo benessere». Oltre al conflitto armato, in Ucraina si consuma una guerra economica sui beni di consumo primari.

Le proteste degli agricoltori dal Baltico al Mar Nero mettono in dubbio la compattezza del sostegno mitteleuropeo a Kiev. E rischiano di danneggiare ulteriormente la già fragile economia del paese invaso.

Per un pugno di grano: Visegrad volta le spalle a Kiev

Sul Manifesto, Anna Maria Merlo, rileva come la decisione presa dalla Ue a favore di Kiev nel maggio del 2022 per un anno, sta arrivando a scadenza. E tutte le molte contraddizioni interne Ue e nei singoli Paesi coinvolti, stanno esplodendo di fronte a questa guerra e questi secrifici senza fine. Le produzioni agricole ucraine, che sulla carta sono destinate a paesi terzi, hanno fatto però crollare i prezzi interni dei paesi limitrofi, oltre a portare alla saturazione dei silos. Con conseguenze politiche interne non trascurabili.

In Polonia all’inizio del mese si è dimesso il ministro dell’Agricoltura e la crisi rischia di far traballare il Pis, il partito al potere, che tra qualche mese deve affrontare le elezioni che nel 2019 aveva vinto grazie al voto rurale.

Polonia atlantista e i conti in tasca

«La Polonia è tra i paesi che si sono impegnati di più per fornire armi e accogliere rifugiati. Ed è quello che più preme, nella Ue, per spingere ad aumentare gli aiuti all’Ucraina in materia di armamenti e per aggravare le sanzioni contro la Russia». Ma, sottolineano a Bruxelles, «quando si tratta di difendere i propri interessi, Varsavia dimentica la solidarietà».

Pressioni interessate sull’Ue

«In realtà, la manovra di questi paesi è un mezzo per far pressione sulla Ue e ottenere un aumento degli aiuti: c’è già stato un primo pacchetto di 50 milioni di euro per gli agricoltori dalla Riserva per le crisi agricole, e un secondo è allo studio». Bruxelles ha chiesto un po’ di tempo per «valutare» la situazione e raccogliere maggiori informazioni. Spagna e Olanda hanno subito protestato per questo blocco: i due paesi sono importatori di cereali dall’Ucraina per l’alimentazione animale. Solo ieri, Sergio Mattarella in visita a Varsavia aveva esortato il presidente polacco Andrzej Duda a non lasciare sola l’Ucraina.

Ricaschi a livello mondiale

Il blocco dell’export, che chiude la strada per far uscire i cereali dall’Ucraina, rischia di avere conseguenze gravi per la sicurezza alimentare di varie parti del mondo. Anche se la produzione agricola dell’Ucraina, storicamente un granaio mondiale, è in calo a causa dell’invasione (dai 60 milioni di tonnellate esportate nella campagna 2019-2020, ai 47,5 milioni per il 2022-2023 e ribasso previsto a 40 milioni per il 2023-2024). Ma il 30% dell’export di cereali e ‘oleaginosi’ ucraini va al mercato europeo, il 30-35% all’Africa e il 40% all’Asia. Per molti paesi dipendenti, per esempio l’Egitto o la Giordania, c’è forte preoccupazione.

Come sostituire l’Ucraina?

L’Argentina soffre di un’importante siccità, mentre il Brasile già si propone per il mais. Per Kiev l’export di prodotti agricoli è importante, anche se con la guerra, il reddito è diminuito anche per l’aumento dei prezzi di produzione, dall’energia alla logistica.


Un’Europa afasica perde dialogo con l’america Latina

di Livio Zanotti

Calorosamente ricambiato, il Brasile di Lula estende orizzonte politico e interessi economici verso l’oriente estremo, nella Cina di Xi Jinping in primis ma non solo; poiché tra poche settimane il presidente-operaio è atteso dai giapponesi al summit del G7 ad Hiroshima. Dove dovrà invece misurarsi con le critiche degli Stati Uniti e un sostanziale ma non proprio amichevole silenzio dell’Europa, in primis dell’Italia che con l’America Latina pur vanta tanti vincoli storici.

La scelta, sebbene mediata da tempi e spazi di manovra ancora molto ampi, tali da poterne eventualmente correggere la rotta, presenta qualche incognita per Lula. Evidente quella di scivolare in un rapporto di subordinazione di fatto con il gigante asiatico e di conseguenza in conflitto più o meno acuto con Washington, di dove Joe Biden gli aveva riservato finora limitata ma riguardosa attenzione. Confortato però anche nel rischio -oltre che dalla prospettiva di nuove, notevoli possibilità di sviluppo- dal sostegno di quella parte niente affatto trascurabile della grande borghesia nazionale che da sempre vede se stessa come la naturale potenza egemone dell’economia subcontinentale.

Il fuoco covava sotto la cenere. Non serviva il ministro degli Esteri russo, Sergej Lavrov, precipitatosi a palazzo Alvorada poche ore dopo il ritorno di Lula da Pechino, a ricordare che il Brasile è tra i BRICS (con Russia, India, Cina, Sudafrica), che reclamano una moneta alternativa al dollaro nel commercio internazionale. E preme affinché vi aderisca anche l’Argentina presieduta almeno fino al prossimo dicembre dagli alleati politici e amici personali Alberto Fernandez e Cristina Kirchner.

BRICS

La Cina è il primo partner commerciale del Brasile e il suo maggior investitore. Il Sud-Est asiatico tra soli 6 anni rappresenterà il 66 per cento della classe media mondiale e il 59 per cento della sua capacità di consumo. La Russia e tutti gli altri BRICS vogliono esserci, il Brasile spera di trovarvi i mercati che non ha avuto in Europa e quei riconoscimenti che dagli Stati Uniti sono stati solo episodici. Il loro rifiuto a rivedere gli eccessivi privilegi nella gestione del Fondo Monetario Internazionale (FMI), ha indotto i BRICS a costituire un proprio istituto finanziario. La cui presidenza è stata adesso affidata all’ex presidente brasiliana Dilma Rousself.

Criticato dall’intero movimento ecologista sudamericano in quanto nocivo per l’ambiente e dal governo argentino perché pregiudizievole dei suoi interessi industriali, l’accordo commerciale Unione Europea-Mercosur è rimasto chiuso nei cassetti. Morto prima ancora di venire a luce. C’erano voluti 20 anni di negoziati per raggiungerlo. Malgrado le pressioni di Berlino che vi aveva trovato largo spazio per le eccedenze della sua industria automobilistica, nessun paese lo ha ratificato.

Sono rimaste inascoltate anche le richieste dei paesi latinoamericani per adeguare l’indennizzo concordato nel 2009 (100mila milioni di dollari l’anno), in cambio del loro impegno a frenare lo sfruttamento di risorse naturali al fine di ridurre il surriscaldamento del pianeta. Lo ricorda esplicitamente il comunicato congiunto diffuso alla conclusione degli incontri di Lula con Xi Jinping a Pechino(c’è da credere con qualche soddisfazione di quest’ultimo).

I rapporti con la Cina

“Nessuno ci può impedire di sviluppare i nostri rapporti con la Cina”, ha proclamato Lula alludendo alle obiezioni di parte occidentale che più o meno apertamente hanno accompagnato il suo viaggio e maggiormente le corpose intese. A suggerire un’idea della misura di questo sviluppo, è intervenuto allora il ministro dell’Economia, Fernando Haddad, il numero 2 del governo di Brasilia. Dopo aver sottoscritto ben 15 importanti accordi di collaborazione tecnologica (tra i quali la controversa introduzione di prodotti dell’impresa leadercinese Huawei nello sviluppo del sistema 5G), ha detto che “il Brasile non vuole distanziarsi da nessuno, men che meno da un socio dell’importanza degli Stati Uniti”. Aggiungendo anzi l’intenzione “di ristabilire le migliori relazioni e collaborazioni possibili tanto con gli Stati Uniti quanto con Unione Europea”.

In conclusione, considerato che Xi a Mosca con Putin e Lula a Pechino con Xi hanno più volte parlato della “crisi dell’egemonia occidentale”, c’è da ritenere che la visione che condividono e propongono come base del nuovo dialogo est-ovest sia quella di un mondo multipolare.

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  • Reader’s – 30 maggio 2023
    Con zelo degno di miglior causa, la grande stampa si affretta ad attribuire a una segretaria fresca di nomina l’insuccesso alle recenti amministrative. Trascurando il particolare che altro è guidare un partito al governo e altro all’opposizione. / Effetto Elly per la sconfitta alle amministrative? No, il PD paga ancora l’effetto Renzi. Ovvero un partito indefinito non fuori (alleanze), ma dentro (obiettivi). Come se ne esce? (Marnetto) / Sono disposti gli americani a sacrificare per l’impero? Questo uno degli interrogativi chiave del nostro tempo. La domanda su Limes e le risposte ragionate di Federico Petroni in una non facile sintesi senza nostri tradimenti, speriamo. / L’importanza e la verità dei miti (Lamagna)
  • Reader’s – 29 maggio 2023. Rassegna web di nandocan magazine
    Domenica da morituri, su Rai3. Fazio saluta a esequie avvenute; Annunziata dopo le dimissioni è spacciata; e neanche Augias e Zanchini stanno tanto bene. /F16 all’Ucraina, non ‘l’arma miracolosa’: riciclo dell’usato a ripristino Usa e spese europee (Remocontro) /Lettera aperta a Fausto Bertinotti (Lamagna)
  • Reader’s – 29 maggio 2023. Rassegna web di nandocan magazine
    Sono gli stessi ragazzi raccontati come sfaticati, quelli che mentre i governanti tagliano boschi e cementificano le aree alluvionali, asfaltando anche sentieri più sentieri, si pongono il dubbio del futuro, del loro futuro. Sono quelli che mentre il ceto politico del Paese affastella condoni e altre forme di costruzioni assurde, ponti inutili e opere faraoniche, getta vernice lavabile per dire al mondo: ci siamo anche noi. E mentre sale l’onda mediatica del disprezzo per azioni simboliche per il bene comune di tutti, crescono i silenzi sulle cause dello sfacelo italiano, ribadisco: sfacelo culturale, amichettistico, ambientale, affaristico. / MELONI: “Libereró la cultura dal potere intollerante della sinistra”(Squizzato) / Statue di fango (Marnetto) /Le uniche regole a cui dovrebbe obbedire la nostra coscienza.(Lamagna)
  • Reader’s – 27 maggio 2023
    Personaggi in vetrina.I colleghi che mi hanno conosciuto in RAI in tempi remoti, a cominciare da quelli del Tg2 come Sergio Criscuoli, sanno quanto il tema da lui indicato nel titolo che segue mi sia familiare. Aggiungo allora una mia breve considerazione ai commenti pubblicati in questi giorni sull’uscita dall’azienda di “personaggi televisivi ad alto indice di gradimento”. Una lunga esperienza mi dice che la popolarità di questi ultimi si raggiunge molto difficilmente, per non dire mai, senza meriti professionali ma neppure in assenza di una carriera, breve o lunga che sia, affidata al compromesso con metodi e sistemi oggii variamente esecrati…/RAI: uomini, donne, stagioni e “costituzione materiale” (Criscuoli) / La madonnella degli evasori (Marnetto) /La mafia all’ombra della guerra. Timori Usa sull’intraprendenza dei servizi segreti ucraini (Remocontro) / Noi e la vecchiaia (Lamagna)
  • Reader’s – 26 maggio 2023
    ANCHE LA DESTRA OCCUPA LA RAI. Lo sapevamo. L’occupazione della RAI da parte del governo di destra, con la nomina dei nuovi vertici delle testate giornalistiche (gli altri seguiranno a scala), era soltanto questione di tempo. Questo infatti prevede la riforma Renzi, che affida tutti i poteri a un A.D. indicato da Palazzo Chigi, aggravando ulteriormente quella lottizzazione politica da parte dei partiti di maggioranza che è storia di sempre.Per l’Usigrai le nomine di ieri sono “inaccettabili e senza prospettiva” / INTANTO (Marnetto) / Venti anni di armi italiane in Medio Oriente e Nord Africa (Remocontro)
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