Reader’s – 18 luglio 2022 rassegna web

La strategia occidentale o, meglio, quella degli Stati Uniti in Ucraina, è sbagliata. E va cambiata, di corsa. Prima che a pagare un pegno ancora più pesante siano gli stessi ucraini, seguiti, a ruota, dai popoli di mezzo pianeta, senza distinzioni.È quanto si legge sulla rivista di geopolitica più importante del mondo, segnalata oggi su Remocontro da Piero Orteca.

Foreign Affairs: «Strategia tutta sbagliata, sedetevi a trattare»

L’autore del masterpiece è Barry R. Posen, professore di Scienze Politiche al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston. Posen demolisce, con un’analisi dettagliata, la strategia Usa della “guerra di logoramento”, che indebolirebbe progressivamente la Russia, fino a portarla sull’orlo di un collasso multiplo: nell’ ordine, militare, finanziario, economico e, da ultimo, sociale e politico. Con una possibile “notte dei lunghi coltelli”, dentro le mura le Cremlino e la successiva “defenestrazione”, anche fisica di Putin.

‘Guerra di logoramento’ strategia Usa a perdere

Non è una riflessione qualunque, precisa Piero Orteca su Remocontro. Viene dalla rivista di geopolitica più importante del mondo: Foreign Affairs. La “Bibbia” delle relazioni internazionali, che raccoglie la “crema” dell’intellighentia americana. E non solo. Il pezzo non ammette repliche. “Le teorie poco plausibili della vittoria dell’Ucraina” recita il titolo. Mentre il “catenaccio” esplicativo toglie qualsiasi dubbio, chiarendo che si parla “della fantasia della sconfitta russa” e soprattutto di “diplomazia”, divenuta un “caso”, perché sembra che trattare, ormai, assomigli quasi a una resa al nemico.

‘Vincere a Mosca’

Posen chiama questo piano di battaglia “Vincere a Mosca”. E lo liquida come sostanzialmente irrealistico. “Putin è un veterano dell’intelligence -scrive l’autore – conosce bene le cospirazioni e sa come difendersi. È anche improbabile che la compressione dell’economia, per le sanzioni, riesca a creare pressioni politiche significative contro Putin”. La tesi dell’analista di Foreign Affairs è che la Russia è un Paese immenso, con ampia disponibilità di energia, materie prime, semilavorati e prodotti alimentari “basic”, che anzi esporta. Non ci sono rivolte per il pane nelle strade, dunque. Il settore che soffre di più è quello della tecnologia industriale (in generale), dell’informatica e delle telecomunicazioni.

Mai un Colpo di Stato per carenza di microchip

Ma nessuno ha mai fatto colpi di Stato perché gli mancano i microchip. Certo, il settore estrattivo e il comparto della difesa soffrono. Ma il resto lo fa il collaudatissimo “sistema immunitario” internazionale anti-sanzioni: contrabbando, mercato nero, triangolazioni mascherate e sponde di comodo. Così, le merci entrano ed escono lo stesso, sotto il naso dei “doganieri” di Biden, che minacciano chiunque faccia business con i russi. Ma dove la riflessione del professor Posen si rivela graffiante, è nell’analisi della possibile vittoria ucraina sul campo di battaglia. Possibile (per qualcuno) ma improbabile.

Bugie di guerra e propaganda

Intanto, vista l’evoluzione degli scontri e delle posizioni sul campo, i numeri diffusi finora devono essere rivisti. Posen attribuisce a fonti britanniche l’indicazione di circa 60 mila russi fuori combattimento: 15 mila morti e 45 mila feriti. Inverosimile. Calcolando una stima di mille uomini per i 120 battaglioni impiegati, ciò vorrebbe dire che l’armata di Putin avrebbe perso metà dei suoi effettivi. Da ritirarsi. Invece, le cifre vanno ridimensionate. Posen scrive un’altra cosa di estremo interesse. E cioè, i russi si erano messi nei pasticci all’inizio, sparpagliando le loro forze senza senso e accumulando gravi perdite. Quando hanno capito l’andazzo, hanno riconcentrato la gran parte delle unità nel Donbass e sul Mar Nero. Conducendo attacchi “di saturazione”, lenti ma progressivi.

Contrattacco a perdere

Paradossalmente, per gli ucraini la situazione è peggiorata quando hanno avuto istruzioni (dagli americani?) di andare al contrattacco. In più occasioni ci hanno lasciato le penne, perché le loro forze sono strutturate per colpire (benissimo) in difesa. Ma attaccare un nemico come i russi, talmente superiore in uomini e mezzi ti espone, di sicuro, a gravi rischi. Comunque sia, Posen è certo che gli ucraini, da soli, anche se riforniti di altre armi moderne, non ce la faranno mai. E un risultato di questo tipo, metterà l’Occidente di fronte a una scelta-non scelta. Nel senso che, siccome nessuno è così folle da scatenare una Terza guerra mondiale (nucleare) per la Crimea, l’unica opzione possibile è sedersi a un tavolo e trattare.

Teoria dei giochi, ‘approccio cooperativo’

Attenzione: quando Posen parla, esprime riflessioni da “scienziato della politica”. Cioè, il suo pensiero invita a ragionare sulle controversie e sulle crisi, per trovare la soluzione migliore possibile. Che non è detto debba essere quella che va bene solo a noi. In Teoria dei giochi si chiama “approccio cooperativo”.

Chi invece ha la presunzione di essere sempre nel giusto e vuole essere il primo della classe, fa solo “giochi a somma zero”. In cui vince solo lui, è ovvio.


Amedeo Ricucci. Come si raccontano le guerre in tv

Amedeo Ricucci, vecchia guardia tra gli inviati del Tg1, lo sapeva fare bene, scrive Ennio Remondino ricordandolo nel suo blog, ma adesso se n’è andato. Sono certo che non gli piaceva più il giornalismo che si vedeva attorno. Ottimo giornalista e prezioso amico, non era personaggio da cercarsi troppe attenzioni anche morendo. Lontano da certi palcoscenici tv che ormai hanno invaso anche la tragedia guerra, tra esibizionismo video, e le parole feroci e insensate di troppi salotti-rissa.
Amedeo, forse meritava un po’ di attenzione in più, almeno nel ricordo, ma forse siamo noi faziosi per affetto.
La guerre crescono, le presenza televisive sul campo si moltiplicano ma pochi insegnano, perché fare il cronista nel caos di una guerra è mestiere particolare, e le improvvisazioni le puoi pagare care. Se ti va bene con brutte figure e discredito professionale. Se ti va male, addirittura con la vita.
Nuove generazioni di ottimi reporter sul campo, e molti meno bravi direttori a distinguere tra l’apparire e l’essere. Amedeo, generoso sempre, torna a suggerire come le parole e le immagini in televisione, anche in guerra, debbano far bene all’amore.

Parole e immagini avvinghiate le une alle altre

di Amedeo Ricucci

Le parole e le immagini devono danzare, avvinghiate le une alle altre, come in una coppia di tango. Se c’è un segreto per raccontare storie in tv – sotto forma di reportage o inchieste – beh, sta tutto qui. Mi spiego. Ovunque ci porti il nostro lavoro di cronisti che si trovano ad operare in aree di crisi – sulla linea del fronte, in un campo profughi, tra le macerie di una città bombardata – quello che conta è riuscire a individuare i dettagli che caratterizzano e rendono unica quella situazione, per poi provare a rappresentarla – a metterla in scena, come si dice in gergo, con un’espressione ahimè troppo ambigua – sfruttando la potenza delle immagini ed esaltandola con le parole giuste. A quel punto forse, solo a quel punto, si potrà catturare l’attenzione del telespettatore, sfuggendo alla mannaia implacabile del suo zapping.

Così lavoro io. Ed è una gran fatica.

Perché riuscire a raccontar bene non è facile. In fondo tutte le guerre si somigliano; e a prima vista gli orrori, così come il dolore, la disperazione o la miseria, assumono le stesse sembianze a tutte le latitudini. Sta a noi cronisti fare la differenza, cogliere di volta in volta l’irripetibilità di una situazione o di un evento, per poi isolarla in modo da poterla esaltare nel racconto. E’ un lavoro che si fa d’istinto, per sottrazione: c’è infatti da estrarre volti e oggetti, tableaux vivants, dal buio dell’indistinto, per trasformarli in storie narrate che abbiano un’adeguata “comunicabilità” – così si dice nelle Scuole di Giornalismo – e che quindi, una volta raccontate, possano rappresentare adeguatamente l’evento e quindi la Storia, quella con la esse maiuscola. Sembra facile, lo so, ma dopo trent’anni di mestiere io ancora faccio fatica, ci provo e ci riesco solo ogni tanto. E’ un segreto che non padroneggio, lo ammetto. Però l’ho intuito fin da subito quando – era il 1993 – Milena Gabanelli mi mise in mano una piccola telecamera HI8 – per la prima stagione di Report, che allora si chiamava Professione Reporter – ed io, che venivo dalla carta stampata ed ero stato catapultato in tv quasi per caso, me ne sono subito innamorato.

Una parentesi

Nel racconto scritto le parole descrivono, spiegano, al massimo – se si ha una buona penna – possono evocare. Nel racconto televisivo, invece, le uniche parole che hanno diritto d’esistenza sono quelle supportate dalle immagini. E devono essere immagini adeguate, perché solo così le parole riescono a brillare come pietre preziose.

Se le parole amano più i fatti o chi le produce

Non è scontato. Nel giornalismo televisivo italiano, infatti, a differenza di quanto accade nel mondo anglo-sassone, parole e immagini viaggiano spesso in parallelo senza mai incontrarsi. Capita cioè che il giornalista si limiti a scrivere e incidere l’audio del suo testo senza curarsi affatto delle immagini che il cameraman ha girato e che il montatore utilizzerà poi per coprirlo. A volte non le ha mai viste. Di sicuro non ha scritto il suo testo sulla base di quelle immagini; le quali peraltro, troppo spesso, risultano essere immagini di repertorio: quelle che nel giornalismo anglosassone si chiamano wallpaper, carta da parati, buone cioè per tappezzare tutte le parole e tutti i servizi giornalistici) del mondo. Il risultato è che parole e immagini difficilmente entrano in contatto: o non ballano oppure ballano musiche diverse, col risultato che il telespettatore segue un registro oppure l’altro, mai entrambi. Ed è un’occasione sprecata, una banalizzazione del medium televisivo, che offre invece delle potenzialità ben maggiori.

Immagini documento e non cinema

Per immagini adeguate – su cui applicare la scrittura, per la tv – intendo invece, e non può non essere così, quelle girate sul campo, stando cioè dentro la situazione o l’evento che si vuole raccontare. E’ la conditio sine qua non per poter chiamare reportage un servizio televisivo. Tutte le volte che vedo colleghi col giubbotto anti-proiettile ben indossato ma senza un grammo di polvere addosso, che con la voce falsamente concitata si ingegnano a raccontare davanti a una telecamera le scene di una guerra che sta dietro di loro a centinaia di metri o che non hanno mai visto personalmente, mi viene in mente Robert Capa quando diceva: “Non esistono foto belle o foto brutte. Solo foto prese da vicino o da lontano. Se la foto non è buona, vuol dire che non eri abbastanza vicino.” Nel giornalismo televisivo è la stessa cosa. Raccontare la guerra con le immagini girate e vissute da qualcun altro, a cui poi si appiccica uno stand up fatto sul balcone di un albergo, beh, a mio avviso è una scorciatoia che non si può accettare. Meglio rinunciare. Meglio inventarsi modalità di racconto diverse, in cui parole ed immagini vadano però d’accordo e non stridano. Perché l’inganno non paga. Mai.

Anche le immagini possono mentire

Per immagini adeguate intendo anche quelle che non inducono ad una rappresentazione scorretta della realtà circostante. Ad esempio, mi è capitato spesso di litigare con dei cameraman che, appena sbarcati in un Paese arabo, si accanivano a filmare solo le donne in niqab – velate cioè integralmente – anche quando queste donne erano un’esigua minoranza e non caratterizzavano affatto quella situazione. Era più forte di loro. Ma dietro quella che ritenevano fosse una scelta puramente estetica faceva capolino l’esotismo di stampo orientalistico di cui parla Edward W. Said, con tutti i pregiudizi etnocentrici che si porta dietro e che falsano la nostra percezione del mondo arabo-musulmano. Ha senso un reportage da Tunisi in cui si mostrano solo donne velate a passeggio su Avenue Bourghiba? Non è forse una forzatura, vista la straordinaria ricchezza e complessità della società tunisina?

Grammatica e sintassi tv

In verità raccontare per immagini è altra cosa dallo scrivere per un giornale. E’ diversa la grammatica ed è diversa anche la sintassi. Ci sono “attacchi”, lead, che sono perfetti per un reportage scritto e che invece, nel racconto per la tv, perdono di efficacia o risultano addirittura insensati perché non supportati dalle immagini giuste. Così come ci sono atmosfere e situazioni che vengono esaltate nel racconto per immagini mentre invece, in un racconto scritto, senza le immagini a supporto, non sono convincenti e addirittura possono risultare astruse. Perché l’immagine è azione e richiede perciò parole in movimento, leggere, che descrivano e accompagnino chi guarda dentro i fatti narrati; mentre invece il racconto scritto è come un quadro e richiede perciò parole diverse, che fissino i fatti nella mente di chi legge.

Racconto in soggettiva, mai primo piano

Devo riconoscere che lavorare con le immagini mi ha dato grandi soddisfazioni. Saper usare la telecamera mi ha fatto capire l’importanza del racconto in soggettiva, che è altra cosa dallo star sempre in primo piano – come fanno molti colleghi – ma è comunque fondamentale per coinvolgere il telespettatore, portandolo dentro la situazione di cui si parla. Aver cercato la massima simbiosi con il cameraman che mi affiancava, fino a diventare in alcuni casi insopportabile e ossessivo, mi ha garantito invece l’aderenza fra la mia percezione della realtà circostante e le immagini che si andavano realizzando sul posto e che mi avrebbero poi consentito di mettere in scena quella situazione. Il resto l’ha fatto la potenza delle immagini. Sì. perché la forza espressiva di un piano sequenza è straordinaria, unica. Vive di luce propria. E ha bisogno di parole solo a mo’ di carezze.

Parole ad esaltare o a stravolgere

C’è stato un tempo in cui ho creduto che solo le immagini in movimento fossero in grado di restituire la forza degli eventi, la loro magia. La scrittura, invece, da sola mi sembrava inadeguata, incapace di raccontare uno sguardo, un taglio di luce, un gioco di colori oppure un’atmosfera. Col tempo ho però capito che anche il potere delle immagini può essere sciupato, perché non sempre viene messo al servizio del buon giornalismo. A volte si indulge troppo al sensazionalismo, oppure – ed è peggio – si falsa la messa in scena. Per carità, lo si fa anche sulla carta stampata, decidendo di raccontare una cosa piuttosto che un’altra, privilegiando cioè un dettaglio piuttosto di un altro. Ma in tv questa forzatura ha effetti dirompenti, perché in genere si crede che le immagini non mentano mai. E invece non è così.

Le immagini da nascondere

Ci sono immagini, infatti, a cui bisogna saper rinunciare. A volte per pietà, la pietas latina – che dovrebbe essere un dovere per noi giornalisti – altre volte per non falsare la realtà, che cambia non appena entrano in gioco le telecamere (o le macchine fotografiche). Capita cioè che di fronte alla telecamera la gente si metta in posa, reciti. Ormai è un riflesso pavloviano, perché tutti sanno che le guerre si vincono sui media prima ancora che sul campo di battaglia, e questo finisce per condizionare il comportamento di tutti gli attori. C’è il soldato che ostenta il suo coraggio, la famiglia che ostenta il suo dolore, il bambino che viene messo al servizio della propaganda. In questi casi l’unica via di scampo è spegnere la telecamera.

Fine del monopolio del racconto

In guerra la sfida è ardua. Perché i giornalisti non hanno più il monopolio del racconto. Oggi chiunque può scrivere, fare foto oppure video e renderli poi disponibili al grande pubblico attraverso i social network. E’ la democrazia della Rete, che arricchisce indubbiamente l’offerta ma finisce inevitabilmente per favorire la saturazione nel pubblico e lo espone alle manipolazioni della propaganda. Un tempo erano i grandi inviati a sottrarre le guerre dimenticate all’oblio cui le destinava la gerarchia etnocentrica delle notizie stabilita dai grandi media mainstream. Se Ettore Mo o Lucio Lami non fossero andati in Afghanistan, negli anni ’80, ai tempi della guerra dei mujahidin contro l’invasore sovietico, difficilmente in Italia si sarebbe saputo nulla di quel conflitto. Oggi invece sono gli stessi eserciti, le milizie, i governi, i media-attivisti e i citizen journalist a inondare la Rete di contenuti informativi sulle guerre più disparate. Si sa tutto di tutto. Anche se troppo spesso le notizie sono di parte.

La Babele che rende le guerre invisibili

E’ un paradosso. Proprio nell’epoca della massima visibilità possibile, la Babele delle notizie finisce per rendere le guerre invisibili. Nel senso che la rappresentazione dei conflitti a fini di propaganda permea, per forza di cose, ogni racconto degli eventi bellici, anche il più onesto. Lo contamina. Ci sono così tanti telefonini, macchine fotografiche e telecamere presenti sulla linea del fronte o in un campo profughi che, appena tiri fuori l’attrezzatura, la gente si mette in posa. Per questo è buona abitudine filmare solo dopo che la tua presenza di giornalista è stata “assorbita”, con la speranza (spesso vana) di riuscire a passare inosservati.

Le ‘storie’, frammenti del tutto

La mia personale via di fuga da queste strettoie sono state le “storie”, quelle che nel giornalismo anglosassone si chiamano features. Storie cioè di uomini, donne e bambini che mi sono di volta in volta sembrate le più adatte a raccontare un evento. Storie che offrissero un punto di vista particolare, una prospettiva rimasta in ombra, un aspetto volutamente celato. Storie da raccontare per chi aveva ed ha ancora voglia di ascoltare o di leggere.

Sia di penna e di immagine

Le storie raccolte in questo libro – una ventina, fra reportage e inchieste – hanno una particolarità: sono state pubblicate sulla carta stampata e al tempo stesso sono andate in onda in tv. Sono cioè le stesse storie, raccontate sia con la penna che per immagini. E’ un esperimento nato per gioco, nei laboratori didattici che ogni tanto curo nelle scuole di giornalismo, e che si è via via trasformato in una sorta di sfida, con cui mettere a confronto i due diversi linguaggi e verificarne limiti e pregi, punti di forza e di debolezza. Chi avrà la pazienza di seguirmi in questo percorso parallelo, accostando perciò lettura e visione, vedrà subito che a volte risulta più efficace il racconto scritto e altre volte, invece, quello per immagini. Dipende. A voi il giudizio.

Suola delle scarpe da consumare

Sono queste, in ogni caso, le mie Cronache dal Fronte: un fronte che, salvo rare eccezioni, va dal Nord Africa al Medio Oriente, lungo quella faglia geo-politica che è si aperta negli ultimi decenni, sconvolgendo quel mondo così come lo si conosceva prima. E’ lì che ho consumato in questi ultimi anni le suole delle mie scarpe: in Tunisia, Libia, Egitto, Turchia, Siria, Iraq, Kurdistan, provando a capire quello che stava succedendo – le primavere arabe, l’inverno delle contro-rivoluzioni, il terrore jihadista, il nuovo Grande Gioco – a stretto contatto con gli avvenimenti in corso ma pronto sempre a fare un passo di lato per coglierne e indicarne la prospettiva storica. Era ed è secondo me l’unico modo per informare in tv: parlare alla testa e alla pancia, avere le immagini giuste e usare le parole appropriate.

Nessun eroismo, per favore

In genere i libri degli inviati di guerra sono epici e trasudano eroismo. Questo no. Forse perché io non ho mai subito il fascino delle armi né quello del rischio. Sento l’adrenalina della frontline, questo sì, ma la mistica del coraggio non è nelle mie corde. Se c’è un fascino che subisco, l’unico, è il poter vivere di persona, in prima fila, dei momenti di Storia da raccontare a tutti, a modo mio. L’ho sempre fatto con onestà e con rispetto dei fatti, senza filtri ideologici né pregiudizi. E me ne vanto. Non so se basti. Un giorno ad Aleppo, nel 2012, sotto i barili-bomba del regime, in mezzo ai morti e ai feriti, un’anziana signora vestita di nero prese le mie mani tra le sue e fissandomi negli occhi, disperata, mi urlò addosso: “Voi filmate, filmate, ma a cosa serve? A noi serve aiuto. E solo Dio ci aiuta”. A distanza di anni, ormai, aspetto ancora di trovare le parole per risponderle.


  • Reader’s – 24/25 settembre 2022. Rassegna web
    siamo giunti al venerdì della chiusura della campagna elettorale. Non possiamo che raccomandare di andare alle urne ed esprimere il voto, Nell’attuale situazione la rinunzia alla scelta, anche se fosse per esprimere una protesta, sarebbe inefficace e influirebbe negativamente rispetto ai mali che si vorrebbero evitare. Vi segnaliamo la possibilità di far registrare al seggio un reclamo contro l’iniqua legge elettorale esistente (il “rosatellum”) secondo quanto suggerito da “Critica liberale” e altre personalità, e si può trovare al seguente link:
  • Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web
    Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.
  • Reader’s 22 settembre 2022. Rassegna web
    Siamo in molti a notare come in questa breve campagna elettorale si sia parlato ben poco della guerra in Ucraina e del ruolo che potrebbero avere Italia ed Unione europea nel tentativo di giungere ad una soluzione del conflitto nel più breve tempo possibile. È vero che da sinistra si continua a invitare l’Europa a prendere l’iniziativa, magari affidandosi all’esperienza dell’ex cancelliera Merkel come propone qualcuno, ma senza crederci troppo, nella consapevolezza che chi, con l’invio delle armi, è co-belligerante di fatto non possa accreditarsi anche per il ruolo di mediatore. D’altronde, l’auspicata autonomia dell’ Unione Europea dalla Nato mi pare piuttosto teorica, quella dell’Italia dagli Stati Uniti ancora di piú.
  • Reader’s 21 settembre 2022 rassegna web
    I capelli delle donne vanno coperti perché sono belli e inducono gli uomini in tentazione. E si sa, un uomo eccitato perde lucidità e non si calma se non dopo un amplesso. Per evitare questo ”disordine”, il dio mussulmano (ma non solo) impone alle donne di coprirsi i capelli con un velo. Le donne più coraggiose – come Masha Amini – si ribellano e per questo vengono picchiate e uccise dalla Polizia Morale iraniana.
  • Reader’s – 17/18 settembre 2022. Rassegna web
    Alternanza sì ma nel rispetto della democrazia (e per favore non sparate sulla Costituzione) Il dibattito elettorale diviene ogni giorno più acceso in vista del voto del 25 settembre, è rimasta però una sorta di autolimitazione che vieta di invocare l’antifascismo come dimensione di senso che dovrebbe orientare le scelte di voto del popolo italiano. […]
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