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Reader’s – 14 / 15 gennaio 2023. Rassegna web

Eccoci ancora una volta al “polemos” domenicale di Antonio Cipriani, oggi un po’ meno “polemico”, almeno esplicitamente, su colpe e difetti degli italiani ma sempre più orientato a proporre l’esempio del suo “piccolo seme” in Val d’Orcia, oggi “così piccolo, quasi insignificante” perché “possa diventare una piantina, poi un fiore, insomma vita culturale e sociale nella comunità civile. Il futuro più giusto per i nostri figli”.

Dare il fiore: l’arte delle piccole azioni culturali

di Antonio Cipriani

Uno scrittore incredibile e gentile, una maestra sorridente a recitare proprio la parte della maestra in uno spettacolo teatrale improvvisato al momento, con i bambini a fare da pubblico e nello stesso momento in scena come protagonisti della pièce. Un esempio poetico e bellissimo di scrittura scenica. Lui, il barbuto e fintamente burbero scrittore, è Roberto Piumini, con la sua voce e la sua classe disegna parole inventando personaggi della fiaba che si dipana davanti a noi che assistiamo al miracolo della bellezza.

Un ricordo di qualche anno fa. La scuola era a Piancastagnaio. Una mattinata indimenticabile, a dimostrare che si può fare promozione alla lettura con fantasia e dolcezza, senza letture forzate o incontri frontali di noia e routine. Ci insegna che il teatro è sempre cura.

Dopo qualche anno, domani, si ricomincia con un progetto straordinario, di diffusione sui territori di cultura fertile. “Leggere rende la vita interessante”, c’è scritto nel comunicato dell’Unione dei Comuni che parla di questa nuova iniziativa nelle scuole e nelle biblioteche: una cinquantina di incontri ad Abbadia San Salvatore, al Vivo d’Orcia, a Piancastagnaio, a Castiglion d’Orcia, a Radicofani e a San Quirico d’Orcia, con una decina di scrittori, giornalisti, illustratrici, cantastorie per bambini (tra chi collabora, ha collaborato o collaborerà in futuro ricordiamo qualche nome oltre a Piumini: Emanuela Nava, Barbara Lachi, Davide Ruffinengo, Vichi De Marchi, Sara Lucaroni, Silvia Borando, Emanuela Da Ros, Bimba Landmann, Valeria Ancione…)

Citando ancora il bel comunicato“L’idea è quella di modificare la percezione della biblioteca, aprirla a pubblici che magari non la frequentano ancora o non la frequentano più, attraverso il contatto con gli autori in modo da creare una nuova narrazione dei luoghi, dei servizi e delle attività che è possibile svolgervi: quindi non solo biblioteche intese nella loro funzione di infrastrutture per la conoscenza ma veri e propri luoghi sociali”.

Ancora: “Il progetto è caratterizzato da una preponderante volontà di integrazione di soggetti, luoghi, persone e servizi del territorio che ha portato a coinvolgere biblioteche ed istituti comprensivi in una comune attività di promozione della lettura.
Le attività sono state progettate in accordo con gli assessori alla cultura dei comuni dell’area, con il supporto del personale del Servizio Associato Biblioteche, Archivi Storici e Musei dell’Unione dei Comuni Amiata Val d’Orcia e dei dipendenti dei comuni associati e grazie alla collaborazione con la libreria e casa editrice Vald’O
”.

Ed è una gioia questa collaborazione. Perché, cari lettori, dopo tanto giornalismo, inchieste, porte sbattute, qualcuna in faccia, progetti di democrazia di informazione e anni e anni a ricamare segni, il senso è questo stare con i piedi su un territorio, farne parte. Per questo ora sono, siamo, Vald’O. Cito un verso perfetto di Gianni D’Elia: restiamo e insistiamo, tra mondo e terra, a dare il fiore.

Già, questo è il fiore.

Così noi ci siamo presi una frase di Simone Weil e ce la siamo incisa nel cuore, come modalità e coerenza: fare del pensiero un’azione. Per vincere l’opacità del tempo e le scorciatoie dei social, dei dibattiti infiniti che restano piantati sullo stesso punto, abbiamo scelto di agire, qui e ora, tra mondo e terra. Affinché il seme, anche sotto la neve, possa avere senso. Per restituire possibilità al futuro. Perché torni la primavera, e questo seme che oggi sembra così piccolo, quasi insignificante, possa diventare una piantina, poi un fiore, insomma vita culturale e sociale nella comunità civile. Il futuro più giusto per i nostri figli.


Nuovo ministro degli Esteri cinese, un segnale all’America

Michele Marsonet su Remocontro

Il nuovo ministro degli Esteri cinese, l’ex ambasciatore negli Usa Qin Gang, cinguetta via twitter tutta la sua simpatia per il popolo americano affermando che opererà per ricucire le relazioni bilaterali e alla Borsa cinese immediatamente i titoli tecnologici fanno un balzo all’insù.
Qin ricorda di aver assunto l’incarico di ambasciatore nel 2021 «in un momento di gravi sfide per le relazioni Cina-Usa», e di aver visitato nel corso del suo mandato «22 Stati, agenzie governative, il Congresso, think tank, imprese, fabbriche, porti, aziende agricole, scuole e campi sportivi» e di essersi fatto nel frattempo «molti amici per tutti gli Usa».
Il cinguettio di Qin si conclude con l’auspicio di poter vedere, durante il suo mandato, «il mutuo rispetto, la coesistenza pacifica e la cooperazione tra i nostri due Paesi»

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Il ministro cinese più americano tra tutti

In Cina come altrove la nomina dei ministri ha sempre una forte valenza politica, soprattutto se il ministero coinvolto è importante. Gli analisti hanno quindi accolto con grande interesse l’avvento al ministero degli Esteri di Pechino di Qin Gang.
Diplomatico piuttosto giovane (56 anni) per gli standard cinesi, il nuovo ministro ha nel suo curriculum un incarico molto significativo visti i tempi che corrono. E’ stato infatti ambasciatore della Repubblica Popolare a Washington nel 2021-2022. Periodo piuttosto breve, che gli ha comunque consentito di intrecciare buoni rapporti (e soprattutto rapporti diretti) con l’establishment Usa.

La portata politica della nomina

La notizia non è certo di poco conto. Prima di lasciare l’ambasciata cinese nella capitale statunitense, Qin Gang ha ritenuto opportuno congedarsi dagli americani con un editoriale sul “Washington Post”, nel quale ha citato una frase piuttosto sibillina del poeta T.S. Eliot: “La fine è il punto da cui partiamo”.
Naturalmente sono subito fioccate le interpretazioni che, come sempre accade in questi casi, divergono tra loro. La più accreditata è che, con questa nomina, Xi Jinping, uscito trionfatore dal XX congresso del Partito, abbia voluto lanciare un segnale di distensione a Biden e al mondo politico Usa in genere.

Un uomo di Xi Jinping

Si noti innanzitutto che il nuovo ministro non avrebbe potuto ottenere la nomina se non fosse vicino al segretario, che ormai controlla totalmente il Politburo e tutti gli organi decisionali del Partito/Stato. In secondo luogo, sembra ovvio che Xi, con questa mossa, abbia voluto dire agli americani – e all’intero Occidente – che la Repubblica Popolare intende migliorare i rapporti, soprattutto economici, con i Paesi occidentali.

Disastro putiniano e Covid

I dirigenti cinesi stanno assistendo con un misto di ira e di frustrazione al disastro putiniano in Ucraina, e cercano ora di migliorare i rapporti con le nazioni occidentali che da sempre rappresentano il loro miglior partner economico e commerciale. Il cosiddetto patto di “amicizia senza limiti” con Putin ha messo a serio rischio le relazioni della Repubblica Popolare con Usa e Ue.
Se rammentiamo anche gli enormi danni provocati dalla pandemia e dalla politica del “Covid zero”, alla quale Xi ha rinunciato, con una vera e propria giravolta, solo il mese scorso, è evidente che la Cina ha urgente bisogno di far ripartire un’economia che ora è in affanno.

Ripresa cinese via Usa ed Europa

Per ottenere tale risultato la Russia di Putin serve a poco, considerata la modestia dei reciproci scambi economici e commerciali. Servono, invece, gli Stati Uniti e i principali Paesi dell’Unione Europea, Italia inclusa, che hanno con Pechino forti legami nel settore dell’import/export.

In questo senso, avere un ministro degli Esteri che conosce bene Washington e le principali capitali occidentali serve molto, a Xi e al nuovo gruppo dirigente che lo circonda, per far ripartire il Paese. Senza scordare che, nella nomenklatura cinese, il ministro degli Esteri occupa una posizione di primissimo piano, come già avveniva con Zhou Enlai ai tempi di Mao.


Nelle nostre scelte morali viene prima la teoria o prima l’esperienza?

di Giovanni Lamagna


Nel suo “La filosofia come modo di vivere” (Piccola Biblioteca Einaudi, 2008) Pierre Hadot, a p. 255, a proposito della famosa regola “non fare all’altro quello che non vorresti che fosse fatto a te”, sostiene che “questo principio non si fonda su nessuna filosofia, è legato all’esperienza umana”. Io sono in parte d’accordo e in parte no con questa sua tesi.

Sono d’accordo perché, a mio avviso, la famosa “regola d’oro” a cui fa riferimento Hadot è figlia di un pre-giudizio (nel senso che essa viene assunta in prima battuta da una scelta emotivo-affettiva) piuttosto che di un vero giudizio (e, quindi, di un atto compiutamente filosofico).

La “regola d’oro” si fonda su un certo tipo di esperienza umana piuttosto che su una considerazione teorica, intellettuale. Un’esperienza umana che, nel caso specifico della “regola d’oro”, deve essere per forza di cose positiva, potremmo anche dire “buona”, nel senso che sorride alla vita e non ne è certo rattristata, depressa; che inclina, propende per questo verso una visione ottimistica della vita e non verso una pessimistica.

E tuttavia – noi lo sappiamo bene – ci sono molti uomini per i quali la vita non è stata e non è affatto favorevole, ma è stata ed è piuttosto sfavorevole, uomini ai quali la vita ha riservato più male che bene e che, di conseguenza, non sono portati ad avere dell’esistenza un giudizio positivo, ma piuttosto uno negativo.

Per questo tipo di uomini allora la “regola d’oro” ha poco senso, anzi in alcuni casi non ha alcun valore, è inapplicabile. Per questo tipo di uomini vale piuttosto la legge hobbesiana che “homo homini lupus”.

In altre parole, dunque, il giudizio sulla vita più che su considerazioni di carattere filosofico, quindi teoriche, si fonda sulle esperienze di vita, soprattutto su quelle primarie, vissute durante l’infanzia. Ha poco a che fare, dunque, con analisi teoriche e razionali, ma piuttosto sulle emozioni fondamentali che hanno dato un imprinting incancellabile, sin da subito, alla nostra esistenza.

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