Reader’s – 13 maggio 2022 (rassegna web)

L’inciampo politico che attende il presidente del Consiglio Draghi giovedì 19 maggio per il “question time” (senza repliche) previsto in parlamento sulla guerra in Ucraina è anticipato da Alberto Negri sul Manifesto:

“Draghi vuole figurare come il miglior alleato possibile di Biden e allo stesso tempo tenere a bada una maggioranza di governo dove in molti sono contrari all’invio di altre armi”.

Questa è la sostanza dei piani americani. Se poi vogliamo credere alle parole di Draghi nell’incontro con Biden a Washington e di Macron rimane anche lo spazio per tentare un negoziato ma sono, appunto, parole. Macron ancora più di Draghi, si è spinto avanti: «Non bisogna umiliare la Russia», ha detto. E il capo dell’Eliseo, seguito in questo anche da Draghi, si è affrettato a dire che deve essere l’Ucraina, non altri, a indicare le condizioni di un negoziato con Mosca.

La dichiarazione di Macron più che un consiglio diplomatico appare come un avvertimento alla stessa Alleanza atlantica. Dove all’ultimo vertice di Ramstein si è passati da una prima fase del conflitto, che mirava soltanto a difendere l’Ucraina e limitare i danni dell’invasione russa, a una seconda fase, quella di indebolire la Russia e impegnarla in un lungo conflitto di logoramento e di attrito. Ma, come scrive Tom Stevenson sul New York Times, qui non si tratta soltanto di inviare convogli di armi.

Il sostegno militare Usa all’Ucraina

Gli Usa e gli inglesi – ma anche l’Italia stando alle dichiarazioni di qualche ex generale – stanno fornendo agli ucraini intelligence e sorveglianza dei cieli, dando informazioni in tempo reale che sono servite a individuare le posizioni dei militari russi sul terreno, a eliminare una decina di generali e ad affondare il Moskva, ammiraglia russa nel Mar Nero.

Se volessimo spingerci appena un passo più in là del giornale americano, la realtà è che la Nato ha insediato sui cieli dell’Ucraina una sorta di “no fly zone” elettronica e si prepara ad affondare i colpi anche con la cyberwar, come fanno intuire i «misteriosi» incidenti avvenuti a siti di interesse militare in territorio russo.

Escalation di parole e fatti

L’escalation è nelle parole e nei fatti. Il segretario alla Difesa Usa Lloyd Austin, ha dichiarato che la Russia deve essere «indebolita». La ministra britannica degli esteri Liz Truss ha affermato che il conflitto si deve allargare alle zone dell’Ucraina occupate dalla Russia come la Crimea e che «l’obiettivo è espellere le truppe di Mosca dall’intera Ucraina».

Donbass ed Europa

Nelle prime settimane della guerra anche i leader più nazionalisti di Kiev discutevano della possibilità di dichiarare lo status di neutralità dell’Ucraina per fermare l’avanzata russa, ora si parla di «vittoria» e riconquista dei territori perduti. Il Donbass, in guerra dal 2014 e lungamente ignorato dalla stragrande maggioranza dei politici europei, ora è diventato in poche settimane la nuova frontiera dell’Europa, la linea rossa tra la democrazia e l’autocrazia putiniana.

Golia e un incerto Davide

Ma vogliamo davvero questo? Draghi al bivio si mantiene nella sua ambiguità. «Molti in Europa – ha detto Draghi – condividono la nostra posizione unita nell’aiutare l’Ucraina e nel sanzionare la Russia. Ma si chiedono anche: come possiamo mettere fine a queste atrocità? Come possiamo arrivare a un cessate il fuoco? Come possiamo promuovere dei negoziati credibili per costruire una pace duratura?».

E poi alla conferenza stampa all’ambasciata italiana ieri, ha dichiarato che La Russia «non è più Golia», non è più invincibile, ma tutte le parti devono fare uno sforzo per sedersi intorno a un tavolo «anche gli Usa» per cominciare a chiedersi come si costruisce la pace. Una pace che vuole l’Ucraina, non una pace imposta».

Botte piena e moglie ubriaca

Il premier italiano – che riferirà in Parlamento il 19 maggio per un question time (senza repliche) – vuole la botte piena e la moglie ubriaca: ovvero figurare come il miglior alleato possibile di Biden e allo stesso tempo tenere a bada una maggioranza di governo dove in molti – oltre che tanti nel Paese – sono contrari all’invio di altre armi in Ucraina per una guerra che ha cambiato di segno.

Ma quasi sicuramente avverrà il contrario: faremo quel che ci chiedono gli americani e se servono i nostri droni daremo i droni.

Libia, le colpe occidentali

Tra Biden e Draghi non è mancato un siparietto libico di involontaria comicità. Draghi ha chiesto a Biden un sostegno alla «stabilizzazione della Libia» che può essere «un enorme fornitore di gas e petrolio», visto che tra l’altro ci unisce, dal 2004, anche un gasdotto della portata di 30 miliardi di metri cubi. Se per il gas ci siamo sempre più legati alla Russia è anche per le perdite subite con le mancate forniture dalla Libia dovute alla decisione di Usa, Gran Bretagna e Francia di far fuori, con la Nato, Gheddafi nel 2011 abbandonando poi il Paese al suo destino.

Promesse e pochi fatti

Sono anni che le amministrazioni americane, democratiche o repubblicane, ci prendono in giro sulla questione della Libia dove promettono all’Italia un ruolo nella «cabina di regia» di un Paese che nel frattempo è stato occupato per metà dalla Turchia e dove non si vede ancora chi possa governarlo riunificando Tripolitania e Cirenaica.

Ironia della sorte prima abbiamo pagato le guerre americane e dei nostri alleati e ora paghiamo anche quelle di Putin. Più irrilevanti di così si muore, quasi come muoiono tutti i giorni, ormai ignorati, i profughi nel Mediterraneo.


Alla conquista del Donbass o meglio delle Terre rare

A scrivere di un tema solo apparentemente marginale del conflitto ucraino è oggi Piero Orteca su Remocontro. Un tempo il metallo del potere fu l’oro. Nella modernità atomica fu l’uranio. Oggi in metallo del potere si chiama ‘Litio’. Chi possiede il litio dominerà le energie “rinnovabili” e il solo possibile futuro del mondo.
La Cina è già in corsa ma l’Occidente dorme.

La Cina mentre Russia e Usa…

A Pechino guardano lontano e hanno saputo mettere assieme una “pianificazione” riveduta e corretta, e un “capitalismo di Stato”, dove le regole vengono fatte rispettare anche con durezza. Il risultato? Pochissima libertà, niente democrazia e incrementi del Pil da far paura. Ma “se si tratta di “visioni strategiche” dell’economia, allora togliamoci il cappello. Oggi, parliamo di un minerale che si stanno accaparrando, prima che gli altri, tutti presi dalle guerre e dall’insaziabile foia di controllare il pianeta, si accorgano che vale quanto l’oro: il litio.

Con questo metallo si fanno gli accumulatori o, per dirla più concretamente, le batterie elettriche delle autovetture “del futuro”. Senza litio parlare di rivoluzione “verde” è come discutere di fare il vino senza l’uva. Eppure è così che, per ora, funziona in Occidente. Sembra incredibile, ma tutti i paludati “tromboni” che riempiono i governi europei (per non parlare della Commissione di Bruxelles), sono rivolti verso altre “incombenze”.

Sebbene per la tanto decantata “transizione energetica”, prevista dal PNRR, sia indispensabile come l’acqua per i pesci.

Gli Usa col litio alla gola

Negli Stati Uniti, però, dove il “verde”, oltre a essere il simbolo dell’ambientalismo è anche il colore dei dollari, qualcosa si muove. Finalmente hanno capito che la Cina ha preso, da lunga pezza, il monopolio della raffinazione del litio. Prende il minerale grezzo dai più grandi produttori mondiali (Australia, Cile e lei stessa), lo processa e poi lo rivende al resto del pianeta. Secondo il Financial Times, gli Stati Uniti sono alla canna del gas e producono solo l’1% del litio di cui hanno bisogno.

Il litio inquinante

E sapete perché? scrive Orteca. Perché, per raffinarlo, si inquina maledettamente il terreno dove sorgono gli impianti e il bacino imbrifero che lo serve, dato che c’è bisogno di tanta acqua. Così, sembra una barzelletta, ma il risultato finale di una delle scelte più “green” è un inquinamento, in stile “Manchester 1840”. E non è finita. Il problema dei problemi è, poi, lo smaltimento delle batterie al litio esaurite.

Putin con gas e petrolio

Se le cose stanno così e Putin adesso “ci ricatta” con gas e petrolio, non occorre essere politologi per capire che domani la Cina potrebbe “ricattarci” con il litio. In una democrazia, promuovere produzioni che inquinano aree limitate, ma i cui benefici si spalmano su tutta la collettività nazionale, non è facile. Ne sa qualcosa Biden, che sta cercando disperatamente di fare aumentare la produzione di litio negli Usa. Ma un ricco giacimento, nella Carolina del Nord, è bloccato da diversi anni, per l’opposizione della comunità locale.

Effetto ‘Nimby’

L’effetto “Nimby” (“Not in my backyard”) è sempre forte, insomma, specie nelle zone rurali. Ma il problema della disponibilità di litio è cruciale per gli Stati Uniti. Secondo l’Agenzia internazionale per l’energia, nel giro di 18 anni avremo bisogno una quantità di litio 40 volte superiore a quella attuale, se vorremo rispettare gli accordi di Parigi sul clima. Biden ha riesumato il “Defense Production Act” della guerra di Corea, per liberare risorse da destinare all’estrazione di litio, cobalto, nichel, grafite e manganese. Tutti minerali indispensabili per realizzare la tecnologia delle rinnovabili.

Il paradosso

Ma la loro estrazione e la successiva raffinazione provocano “danni collaterali”.. Così, arriviamo al paradosso che, per produrre energia pulita, dobbiamo utilizzare sostanze inquinanti.


Nonviolenza o autodistruzione.

Finora nella storia, quando scoppiavano delle controversie che non si riuscivano a risolvere in modo pacifico e non violento, la strada obbligata, dai più ritenuta perfino scontata e naturale, era la guerra.

E’ venuto il tempo, scrive oggi Giovanni Lamagna in uno dei suoi “frammenti di pensiero” , di concepire e provare a realizzare un nuovo ordine internazionale: fondato sulla pace e sulla nonviolenza.

“La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi.” Con queste parole, famosissime, il generale prussiano Carl von Clausewitz esprimeva, quasi due secoli fa, non solo un sentimento ma anche un’idea, un concetto, un’ideologia diffusissimi, accettati dal senso comune come ovvii, indiscutibili, del tutto scontati.

Persino la morale della Chiesa cattolica, che pure si rifà (o dovrebbe rifarsi) all’insegnamento indubitabilmente pacifista e non violento di Cristo, è giunta a teorizzare e ritenere legittima la guerra in determinate situazioni, almeno in quelle configurabili nella forma della legittima difesa.

Tanto è vero che in questi giorni perfino un vescovo e un teologo molto noto e illuminato come Bruno Forte, citando la dottrina cattolica, è arrivato a giustificare l’invio delle armi in Ucraina, a sostegno della resistenza di un popolo attaccato da un’altra nazione, quella russa, e a criticare un certo pacifismo che ha definito “ingenuo”; come a dire: in certe situazioni il ricorso alle armi è inevitabile.

Io, invece, dico, che siamo giunti ad un punto, ad un tornante, della Storia in cui bisogna mettere in discussione quello che finora è apparso come assiomatico, pensiero comune, scontato, senza alternative, perfino naturale, quindi giuridicamente legittimo.

Oggi iniziare una guerra (ne è un esempio quella ora in corso in Ucraina) può innescare una tale escalation militare da sfociare, prima o poi e inevitabilmente, in un conflitto planetario e, a quel punto, nucleare; il cui esito molto probabile sarebbe l’autodistruzione dell’Umanità.

Oggi l’uso delle armi, anche solo quello delle armi convenzionali, è talmente devastante, sia in termini di feriti e morti che di distruzioni di edifici e strutture economiche, da porre legittimamente la domanda: vale davvero la pena difendersi con le armi da un attacco straniero?

Conosco già e molto bene l’obiezione che di solito viene fatta ad un tale ragionamento da coloro che non concepiscono altra risposta alla violenza armata che il ricorso all’uso delle armi: “ma allora, voi pacifisti, volete, state in pratica chiedendo, la resa dell’Ucraina all’invasione russa?..,E’ questa un’obiezione senz’altro fondata e del tutto legittima; certo, se ad un attacco violento, noi reagissimo in maniera inerte, semplicemente alzando le mani in atto di resa, avrebbero del tutto ragione i critici della posizione pacifista e nonviolenta!

Il punto è che i pacifisti e nonviolenti non pensano affatto che l’alternativa alla risposta militare ad un attacco militare sia (solo) la resa incondizionata all’avversario; pensano che un’alternativa possibile, praticabile, sia un altro modo di resistere e, quindi, di realizzare il conflitto (sì, il conflitto: non esito ad usare questo termine) con l’esercito invasore. Sia, ad esempio e innanzitutto, la non collaborazione civile con le nuove autorità che verrebbero ad insediarsi al potere, la disobbedienza civile diffusa e di massa.

In secondo luogo, la ricerca e l’instaurazione di alleanze negli organismi internazionali deputati a risolvere le controversie tra popoli e nazioni, per isolare e sanzionare con metodi non violenti la nazione attaccante.

In terzo luogo la risposta mite, perfino gentile, ma ferma, non pavida, alla brutalità e violenza dei militari invasori, in modo da mettere continuamente a confronto umanità e disumanità e suscitare nei violenti sentimenti di vergogna e possibilmente di pentimento e cambiamento.

So benissimo che tali modalità e strumenti alternativi di praticare il conflitto non sono di facile uso, che richiedono un’educazione ed una preparazione lunga, difficile e delicata; e, soprattutto, che di primo acchito appaiono ai più del tutto ingenui e completamente inefficaci, quindi improponibili.

La riflessione che il pacifista oppone a tale reazione istintiva e immediata è però: a quali risultati porta invece la risposta militare ad un intervento armato (ovviamente il pacifista non prende manco in considerazione l’intervento armato di attacco)?

E’ effettivamente più efficace la resistenza armata rispetto a quella non armata? Forse fino ad ottanta anni fa questo si poteva ancora sostenere; nessuno può negare, neanche il più strenuo dei pacifisti nonviolenti, che la resistenza armata al nazifascismo ha impedito che questo mostro ideologico, politico e militare prendesse il sopravvento e affermasse il suo dominio nel mondo.

Ma oggi si può ancora dire lo stesso? Si può ancora affermare che la resistenza armata sia la risposta giusta, anzi l’unica adeguata e proporzionata ad un attacco militare; anche col rischio di un’escalation mondiale e quindi nucleare del conflitto? Io credo di no.

Per questo penso che ci troviamo oggi in una fase completamente nuova della Storia, che ci costringe a cambiare radicalmente i nostri paradigmi culturali; una fase in cui l’Umanità deve decidere del suo destino, non del suo futuro remoto, ma di quello prossimo: vuole continuare a vivere e a evolvere, progredire; o vuole sprofondare nell’incubo dell’autodistruzione?

Questa domanda non ha a che fare solo con la morale e con l’ideologia (come molti ancora oggi credono ed affermano); ha a che fare con il senso della realtà, anche se, purtroppo, una realtà che a molti ancora sfugge; è una domanda che ha a che fare con la realpolitik e non più con l’utopia. Allo stesso modo di come (e non è un caso che i due problemi si pongano nello stesso momento, nella stessa fase storica) l’Umanità è chiamata a decidere oggi, consapevolmente, del futuro dell’ambiente, dell’ecosistema, in cui vive.

Con il tipo di sviluppo economico che da secoli (soprattutto negli ultimi due secoli) gli uomini si sono dati, il loro futuro è segnato da una prospettiva di oramai neanche tanto lenta autodistruzione. O l’Umanità, quindi, nel giro non di secoli ma di pochi anni, sarà capace di modificare, anzi invertire il modello di sviluppo (specie quello economico) che finora ne ha caratterizzato la storia, oppure il suo destino è segnato, già deciso: nel giro di qualche generazione essa scomparirà dalla faccia di questo pianeta.

Non so quanti riescono ad avere consapevolezza della fase storica assolutamente nuova, inedita, nella quale ci troviamo. So solo che chi ha raggiunto questa consapevolezza ha il dovere morale e il compito storico di segnalarlo ai suoi simili; saranno poi essi a decidere del loro destino; che per me non è affatto scontato; o, meglio, a giudicare dai segnali prevalenti che vedo in giro è un destino niente affatto roseo e positivo.

La ragione, che guarda freddamente i dati di realtà, mi rende anzi piuttosto pessimista; e mi ha colpito molto che perfino il capo della Chiesa cattolica, un uomo illuminato dalla fede e quindi piuttosto propenso verso la speranza, si sia autodefinito in una recente e importante intervista con lo stesso termine.

Anche se, come ci invitava a fare un illustre pensatore italiano, non voglio che al pessimismo della ragione segua, si unisca anche quello della volontà; perché come ci insegna un vecchio adagio “finché c’è vita c’è speranza”; ed io voglio (ancora) crederci, se non altro per il bene che voglio e auguro a mia figlia e ai miei nipoti.

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    Per la prima volta nella mia lunga vita e per motivi indipendenti dalla mia volontà (barriere architettoniche, complicazioni burocratiche per chi si trova provvisoriamente nell’impossibilità di muoversi con le proprie gambe fino alla cabina elettorale) non andrò a votare alle elezioni politiche. Anche se mai come questa volta avrei sentito la necessità di non far […]
  • Reader’s – 23 settembre 2022. Rassegna web
    Il salto di scala militare è immediatamente salto di scala politico e geopolitico. E si spera che il terrore per il famigerato bottone nucleare faccia finalmente il miracolo di mettere in testa a una classe priva di senso della storia che la guerra in Ucraina non è una guerra regionale in cui basta schierarsi dalla parte dei valori democratici perché il cattivo perda e tutto torni al posto suo: è una guerra destituente e costituente dell’ordine mondiale, dopo la quale, e comunque vada a finire, al posto suo non tornerà niente. Questione epocale, sulla quale non una sola parola è stato possibile ascoltare nella ridondanza mediatica e comunicativa della campagna elettorale italiana. Dove la guerra ha giocato un ruolo sorprendentemente bifronte.
  • Reader’s 22 settembre 2022. Rassegna web
    Siamo in molti a notare come in questa breve campagna elettorale si sia parlato ben poco della guerra in Ucraina e del ruolo che potrebbero avere Italia ed Unione europea nel tentativo di giungere ad una soluzione del conflitto nel più breve tempo possibile. È vero che da sinistra si continua a invitare l’Europa a prendere l’iniziativa, magari affidandosi all’esperienza dell’ex cancelliera Merkel come propone qualcuno, ma senza crederci troppo, nella consapevolezza che chi, con l’invio delle armi, è co-belligerante di fatto non possa accreditarsi anche per il ruolo di mediatore. D’altronde, l’auspicata autonomia dell’ Unione Europea dalla Nato mi pare piuttosto teorica, quella dell’Italia dagli Stati Uniti ancora di piú.
  • Reader’s 21 settembre 2022 rassegna web
    I capelli delle donne vanno coperti perché sono belli e inducono gli uomini in tentazione. E si sa, un uomo eccitato perde lucidità e non si calma se non dopo un amplesso. Per evitare questo ”disordine”, il dio mussulmano (ma non solo) impone alle donne di coprirsi i capelli con un velo. Le donne più coraggiose – come Masha Amini – si ribellano e per questo vengono picchiate e uccise dalla Polizia Morale iraniana.
  • Reader’s – 17/18 settembre 2022. Rassegna web
    Alternanza sì ma nel rispetto della democrazia (e per favore non sparate sulla Costituzione) Il dibattito elettorale diviene ogni giorno più acceso in vista del voto del 25 settembre, è rimasta però una sorta di autolimitazione che vieta di invocare l’antifascismo come dimensione di senso che dovrebbe orientare le scelte di voto del popolo italiano. […]

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