Reader’s 12 maggio 2022 (rassegna web)

Manutenzione periodica dei rapporti Italia-Usa: nulla di più è stata, secondo Massimo Marnetto e molti altri, la visita di Draghi a Biden, vista l’assenza di elementi di novità per sbloccare lo stallo russo-ucraino. Come dire: ci state simpatici, ma si fa come diciamo noi. Viaggio inutile quindi?

No, presto avremo bisogno di gas liquido americano, per rimpiazzare quello russo. Ma il rischio è uscire da una dipendenza per infilarci in un’altra.

Così, alla sudditanza politica si sommerebbe quella energetica. Un’ulteriore cessione di sovranità molto pericolosa.

La foto di Biden con la sua mano sulla spalla di Draghi è una ”confidenza” che il Presidente americano si concede per ribadire – con il linguaggio non verbale della prossemica (i contatti vicini al volto sono gerarchici) – il rapporto di amichevole subalternità che gli Usa riservano all’Italia.

Rischio guerra civile

Sul Manifesto, il racconto di Michele Giorgio, NenaNews, ripreso anche da Remocontro. La torre Hanadi a Gaza city si è sbriciolata in pochi attimi, colpita da missili ad alto potenziale sganciati dall’aviazione israeliana. Un filmato scandisce gli ultimi secondi di questa costruzione di 12 piani»,

La risposta alle 21 di ieri sera delle Brigate al Qassam, il braccio militare di Hamas, che hanno preso di mira l’area di Tel Aviv con 130 razzi sparati quasi tutti nello stesso momento. Uccisa una donna e feriti almeno otto israeliani, tra cui un bambino di cinque anni. Qualche ora prima altre due israeliane erano morte in un attacco da Gaza contro Ashkelon che ha provocato anche 60 feriti.

Razzi lanciati dalla Striscia di Gaza verso Israele


«Ora, nel mantenere la nostra promessa, le Brigate al Qassam hanno lanciato il più grande attacco missilistico contro Tel Aviv e i suoi dintorni, con 130 missili, in risposta al nemico che ha preso di mira grattacieli civili», ha scritto il movimento islamico su Telegram.

Escalation militare verso cosa?

Si tratta solo dell’ultimo sviluppo della escalation militare tra Israele e Hamas cominciata lunedì pomeriggio. “ 30 palestinesi, più della metà civili uccisi dai bombardamenti israeliani in meno di due giorni, più della metà civili secondo un conteggio fatto dai media di Gaza. E dieci di essi sono ragazzini». Ma tra gli ultimi morti palestinesi ci sono anche tre comandanti del Jihad, colpiti da un missile sganciato da un drone, e un ufficiale delle Brigate Al Qassam.

Benyamin Netanyahu, tornato al potere in proroga, annuncia di aver deciso insieme all’apparato militare di «accrescere ancora di più la potenza e il ritmo degli attacchi».

Operazione «Guardiani delle Mura»

“Da ieri pomeriggio l’esercito ha eseguito centinaia di attacchi. Abbiamo colpito comandanti e obiettivi di alta qualitàTutti i comandi – ha avvertito il capo di stato maggiore Aviv Kochavi – devono prepararsi a un conflitto più esteso senza limiti di tempo”.

Guerra totale come nel 2014?

Una guerra come nel 2014, che ha devastato Gaza, è sempre più vicina e i mediatori egiziani stanno provando a disinnescarla cercando di arrivare a un cessate il fuoco. «Ci sarà un cessate il fuoco quando noi saremo pronti», avrebbe tuttavia risposto un alto funzionario israeliano citato dal Jerusalem Post.

Intanto nelle città miste in Israele il clima è da guerra civile tra ebrei e arabi. Gli attacchi tra le due parti si moltiplicano e a Lod (Tel Aviv) un palestinese, Musa Hassouna, è stato ucciso a colpi d’arma da fuoco da un israeliano che ha detto di essersi sentito minacciato da un gruppo di giovani.

Nel corso della notte a Tel Aviv si sono vissute ore di guerriglia urbana, con edifici pubblici, inclusa una sinagoga, e decine di auto dati alle fiamme.


Lo sfruttamento cinese del Myanmar

Già si sapeva che la Repubblica Popolare Cinese aveva appoggiato il golpe del 2021 – scrive Michele Marsonet su Remocontro – quello che riportò al potere l’esercito nel Myanmar, la ex Birmania dell’impero britannico. Dopo la vittoria elettorale legittima della “Lega nazionale per la democrazia”, il partito della 76enne Aung San Suu Kyi, premio Nobel per la pace. Quest’ultima è stata recentemente incarcerata per l’ennesima volta.

Oggi però molti analisti internazionali accusano la Cina di praticare una politica “predatoria” nel “Paese delle Mille pagode” per motivi prettamente economici e commerciali. Il Myanmar è infatti ricchissimo di materie prime, e soprattutto delle cosiddette “terre rare” da cui provengono i minerali indispensabili per la costruzione degli apparati elettronici.

Le concessioni golpiste

Il capo della giunta militare golpista, il generale Min Aung Hlaing, ha in pratica concesso carta bianca ai cinesi affinché procedano all’estrazione dei suddetti minerali. Tale estrazione ha però un alto costo ambientale, del quale né i militari né i cinesi che li appoggiano si curano molto. Del resto, ci ricorda Marsonet, la stessa Repubblica Popolare possiede i maggiori giacimenti al mondo di “terre rare”.

Per esempio nella Mongolia interna, regione autonoma della Cina, e nello Jangxi, dove anni di estrazione intensa ha causato noti disastri ambientali. Dopo aver capito che la situazione in patria non era più sostenibile, la dirigenza di Pechino ha quindi deciso di sfruttare i giacimenti del Myanmar, approfittando del fatto che l’appoggio cinese è indispensabile per la stessa sopravvivenza del potere militare birmano.

I danni ecologici ed ambientali vengono quindi semplicemente trasferiti nella nazione confinante, senza che la popolazione locale possa opporsi in modo efficace visto il controllo pervasivo praticato dai militari. Il Myanmar è peraltro un paese molto povero, nel quale l’epidemia di Covid 19 ha fatto crollare l’industria turistica, una delle fonti principali di entrate economiche. Non solo. Con tale strategia Pechino distoglie l’attenzione dell’opinione pubblica mondiale dai suoi problemi ambientali, contando sul fatto che tale attenzione è molto meno viva per quanto riguarda il Myanmar.

Sull’ambiente vincono le ‘Terre rare’

Si può anche osservare, con una certa ironia, che il governo cinese ha adottato alcuni anni orsono delle nuove normative ambientali che rendono meno redditizia l’estrazione nella Repubblica Popolare. Il tutto è facilitato dal fatto che i maggiori giacimenti del Myanmar si trovano nelle aree settentrionali di Pangwa e della regione di Kachin, entrambe proprio a ridosso del confine con la Cina.

Dulcis in fundo, aggiunge Il professor Marsonet, l’operazione consente ai cinesi di aumentare ulteriormente il loro predominio nel campo delle “terre rare”. Se si pensa che proprio dai giacimenti birmani proviene gran parte dei materiali necessari per far funzionare un’automobile elettrica o una turbina eolica, il quadro è completo. Anche la tanto decantata transizione “green”, dunque, ha dei costi ambientali molto alti. Senza che Greta Thunberg e i suoi seguaci se ne rendano ben conto.

Il monopolio cinese

“La suddetta transizione “green”, conclude Marsonet, sta ulteriormente aumentando la dipendenza occidentale dall’attività estrattiva asiatica. Senza scordare che Taiwan è il maggiore esportatore mondiale di microprocessori. Se Xi Jinping riuscisse ad annettere anche l’isola, la Repubblica Popolare godrà di una sorta di monopolio in questo settore strategico, condannando l’Occidente a una condizione di dipendenza permanente.

Una dipendenza, tuttavia, mi permetto di aggiungere io, che considerando quella dai colossi digitali americani nella gran parte del mondo, potrebbe non risultare così drammatica. Almeno per chi vorrebbe oggi assistere a più multilateralismo e a meno confronto politico e militare tra i blocchi.

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