Site icon Reader's

Reader’s – 11 ottobre 2022. Rassegna web

Gas e petrolio: in Africa la caccia al tesoro delle multinazionali

da Remocontro

Dalla guerra in Ucraina a quelle energetiche tra Occidente e Russia e le recenti tensioni con gli stessi Regni arabi del petrolio sino a ieri alleati obbedienti. E gas e petrolio tornano ad essere armi strategiche negli equilibri planetari, dopo decenni di quasi equilibrio tra domanda ed offerta. E si torna alla ‘caccia al tesoro’ fossile di gas e petrolio dove sai che c’è, ma dove sino a ieri non era conveniente o era pericoloso andarlo a prendere.

L’Africa nera di petrolio oltre il Mediterraneo

Paesi europei e multinazionali dell’energia verso l’Africa centrale e meridionale, segnala su ‘Pagine Esteri’ Marco Santopadre. Dai paesi del nord Africa diventati tra i principali fornitori dell’Europa alle regioni sud del continente sino a ieri ritenute poco interessanti. Ed ecco che l’aumento dei prezzi e la necessità per l’Europa di sostituire i flussi che fino a pochi mesi fa giungevano da Mosca, rendono interessanti progetti di estrazione e di trasporto fino a ieri abbandonati per i costi eccessivi, o per l’instabilità politica dei Paesi coinvolti.

Africa petrolifera da 100 miliardi di dollari

Secondo i calcoli di Reuters i giganti energetici stanno attualmente gestendo o pianificando in Africa progetti per complessivi 100 miliardi di dollari.

Gas e petrolio: la sorpresa Africa

Già nel 2019, il continente africano ospitava circa il 9% delle riserve globali di gas e ne produceva il 6% di quello consumato nel pianeta. Tre paesi – Algeria, Egitto e Nigeria – da soli coprivano ben l’85% della produzione totale, seguiti da Libia e Mozambico. Ma nel nuovo contesto internazionale molti altri paesi stanno iniziando a sfruttare i propri giacimenti, sottolinea Pagine Esteri.

Rystad Energy

Uno studio di Rystad Energy, una nota società di ricerca con sede a Oslo, calcola che entro il 2030 la produzione di gas dei paesi dell’Africa subsahariana raddoppierà, trainata dai progetti di estrazione nelle acque profonde al largo delle coste. Secondo la stima, in pochi anni si dovrebbe passare da 1,3 milioni di barili al giorno del 2021 a 2,7 milioni alla fine di questo decennio.

Africa al posto della Russia

Già nei prossimi anni, l’Africa dovrebbe essere in grado di sostituire circa il 20% del gas esportato fino a qualche mese fa in Europa dalla Russia.

Dove il tesoro d’Africa

Mozambico. «A breve dovrebbero iniziare a funzionare gli impianti di estrazione del grande giacimento di gas naturale offshore di Coral Sul (l’italiana Eni, la statunitense Anadarko e la francese Total), a lungo ritardato dalle violente scorribande di gruppi jihadist», segnala Marco Santopadre.
Tanzania, è più indietro nello sfruttamento delle sue riserve di gas naturale, che le stime finora quantificano però in ben 57 miliardi di metri cubi.
Zimbabwe, una società australiana, la Invictus Energy Ltd sta conducendo le esplorazioni nel nord del paese.
Namibia e Botswana. Il colosso canadese ReconAfrica ha già iniziato le perforazioni nella Kavango Zambezi Transfrontier Conservation Area (Kaza), la più grande area protetta transfrontaliera del mondo, tra le proteste di diverse associazioni ambientaliste.
Kenya, Etiopia, Somalia e Madagascar, Senegal e Mauritania. Le compagnie petrolifere sono ottimiste sulle attività di ricerca avviate in Kenya, Etiopia, Somalia e Madagascar, mentre aumenta la produzione in Senegal e in Mauritania.
Angola. L’unico paese africano che negli ultimi anni ha subito un consistente calo della produzione di gas e petrolio è l’Angola, che pure possiede riserve di 380 miliardi di metri cubi di gas.
Nigeria, che possiede le più consistenti riserve africane e vende già il 14% del GNL che i paesi dell’Unione Europea importano. Con Lagos che cerca investitori stranieri a finanziare un gasdotto trans-sahariano per portare il suo gas in Algeria e da qui all’Europa.

Trans Saharan Gas Pipeline

La crisi attuale ha rilanciato il progetto del Trans Saharan Gas Pipeline, che punta ad estendere l’esistente gasdotto dell’Africa Occidentale fino alla Spagna passando per i paesi costieri. Soldi cinesi per avviare la costruzione dell’Ajaokuta–Kaduna–Kano (AKK), un gasdotto di 614 km gestito dalla Nigerian National Petroleum Corporation per trasferire il gas naturale dalle regioni meridionali e quelle centrali del paese. Sul fronte del petrolio, invece, molto contestato è l’EACOP (East African Crude Oil Pipeline), l’oleodotto di quasi 1500 km che dall’Uganda dovrebbe arrivare sulle coste della Tanzania.

Addio lotta al cambiamento climatico

Progetti per la realizzazione di infrastrutture che dovrebbero entrare in funzione tra qualche anno e rimanere in attività il tempo necessario a giustificare gli enormi investimenti. Insomma, interessi economici e geopolitici prevalenti sugli impegni a ridurre la dipendenza dai combustibili fossili. Con l’Ue che dovrebbe teoricamente ridurre il consumo di gas del 40% nel 2030 rispetto al 2021, concentrando proprio sull’Africa la ricerca di nuove forniture di gas.

Cop27: l’Africa rivendica lo sfruttamento delle proprie risorse

I governi africani stanno ovviamente cercando di non lasciarsi sfuggire l’occasione creata dal nuovo contesto internazionale. Le royalties ottenute dalla vendita delle proprie risorse consentendo di lanciare urgenti programmi di modernizzazione e sviluppo economico. Oltre ai consumi interni che con il boom demografico porteranno il continente africano ad aver bisogno almeno, entro il 2040, del 30% in più di energia.

Il Guardian e i 55 dell’Unione africana

Secondo il Guardian, i 55 paesi dell’Unione Africana avrebbero deciso di presentarsi al prossimo COP27 in Egitto a difendere il diritto del continente africano a poter sfruttare le proprie risorse energetiche. «Una richiesta più che legittima, considerando che attualmente 600 milioni di africani non hanno ancora accesso all’elettricità e che il continente africano genera solo il 5% delle emissioni globali di gas serra», la severa considerazione di Pagine Esteri.

Cambiamento climatico: doppio standard Ue

Il problema è che l’UE e le istituzioni politiche ed economiche internazionali applicano un doppio standard rispetto alle questioni climatiche. Mentre Bruxelles ha reagito all’emergenza fino a resuscitare lo sfruttamento del carbone, pretenderebbe dall’Africa un rispetto integrale degli impegni contro il surriscaldamento globale. Ed i progetti che permetterebbero l’accesso all’energia elettrica di decine di milioni di africani faticano a trovare finanziamenti da parte della Banca Mondiale o del Fondo Monetario Internazionale perché inquinanti.

Colonialismo Verde

Vijaya Ramachandran, direttrice per l’energia e lo sviluppo del centro studi californiano Breakthrough institute, parla apertamente di “colonialismo verde” e spiega che i paesi ricchi sfruttano le risorse di quelli più poveri, negandogli però l’accesso alle stesse risorse in nome del contrasto alla crisi climatica.

Combustibili fossili: opportunità o condanna?

Comunque, la stragrande maggioranza dei combustibili fossili estratti sul suolo e nei mari africani, prende la via dell’esportazione, e contribuisce in minima parte allo sviluppo dei paesi nei quali essi vengono prodotti. E le popolazioni dei paesi esportatori beneficiano assai poco delle royalties, spesso dilapidate da meccanismi clientelari e di corruzione incentivati dalle stesse multinazionali straniere.

In Africa resta l’elevato impatto ambientale e sociale che gli impianti di estrazione provocano nei territori interessati. Le catastrofiche conseguenze sull’ecosistema e sulle comunità umane in Mozambico e in Nigeria come esempio, e complessivamente nel continente africano, il più colpito finora dalle conseguenze del cambiamento climatico.


Exit mobile version