Noè 2020

(“Noè, un arcobaleno!”, foto Alessandro)
Rannuvolato in volto
taceva il cielo sulle nostre ubbie
per questioncelle vane e dispettose
piccole o grandi cose
che stentavamo ancora a dipanare,
quando dall'alto prese a brontolare
prima in sordina, poi sempre più forte:
nessuno giochi in borsa con la morte ,
per la vita si chiudano le porte.

Tuonava il cielo sulle nostre ubbie
per polemiche vane e dispettose
piccole o grandi cose
che stentavamo ancora a dipanare,
quando dall'alto prese a diluviare
la lavata di capo universale.

(21 dicembre 2020)

Leggi anche:

  • Reader’s 3 Ottobre 2022. Rassegna Web

    “La ritualità del congresso sarebbe accanimento terapeutico”. A chiedere lo scioglimento del PD non è soltanto Rosi Bindi, ex presidente del Partito Democratico dal 2009 al 2013 oltre che ministra della Salute. Bindi ha firmato un appello insieme ad altre venti personalità del mondo cattolico. Tra cui Domenico De Masi e Tomaso Montanari. Dove si dice che la sconfitta alle elezioni parte da lontano: «Non c’è stata condivisione di un progetto politico che unisse ai valori del nostro campo la cultura di governo. E che sapesse interpretare l’esigenza di un radicale cambiamento che la situazione impone. Il Pd ha preferito rimanere al governo anche in momenti in cui sarebbe stato meglio andare a votare…». Adesso, secondo Bindi, è il momento di «essere tutti pronti a mettersi a disposizione, fino allo scioglimento dell’esistente, per costruire un campo progressista coinvolgendo quelle realtà sociali che già interpretano il cambiamento e non trovano rappresentanza politica». 

    Fabrizio Barca: “PD succube di Draghi. Non so se sia riformabile”

    Ora anche Fabrizio Barca, economista, ex ministro con Monti, fondatore e coordina- tore del Forum Diseguaglianze e diversità, sia pure non in modo così esplicito, sembra essere dello stesso avviso. Come valuta il risultato delle urne? Gli chiede Andrea Carugati sul Manifesto di ieri. “Purtroppo questo esito era prevedibile”, risponde. “I programmi dei partiti di centrosinistra riflettevano solo in parte il fermento sociale e imprenditoriale che c’è nel paese…. Non hanno mostrato agli elettori che il centrosinistra è responsabile verso di loro, specie quelli più colpiti dalle disuguaglianze. Sono apparsi responsabili, ancora una volta, verso astratte istituzio- ni, e gli elettori si sono rivolti a un altro sarto”.

    Ancora fortissima l’influenza del liberismo sul centrosinistra

    A quali istituzioni si riferisca, lo spiega dicendo che è ancora fortissima l’influenza del liberismo sul centrosinistra e sul PD in particolare, che “si è rivolto ai mercati, alle classi dirigenti, come se il punto fosse convincere loro a votarli. C’è stata una marcatura di distanza, un non rispetto verso i potenziali elettori… Non solo non si è capita la profondità delle disuguaglianze sociali, ma c’è stato proprio un mancato riconoscimento degli interlocutori. E il messaggio degli elettori è stato: «Tu non hai capito chi sono, come sto, di che parli?». E hanno cercato un altro punto di riferimento: si noti che la somma di Fdi, M5S e Lega fa il 51%, nel 2018 era il 54%”.

    Governo Draghi senza una ragione strategica

    Col governo Draghi, aggiunge Barca, “non c’è stato un filo di visione del paese, di un futuro migliore”. Questa improvvisa libertà di spesa che sta arrivando col PNRR non costituisce un’agenda. “Il senso del governo Draghi quale era? É nato senza una ragione strategica. Per questo è stato assurdo da parte del Pd nobilitare quell’agenda, che non esisteva, come un progetto politico. I dem hanno pagato innanzitutto questa scelta”, puntando molto “sull’alto gradimento di Draghi. Ripeto, il governo è nato senza una missione”.
    “La pandemia, il Pnrr…”, gli fa notare il giornalista. Risponde:”Sulla pandemia il ministro della salute è rimasto lo stesso, dunque c’è stata continuità con un lavoro che era stato ben impostato. Il Pnrr era brutto prima e tale è rimasto, un sollievo temporaneo”.

    Un ritiro della politica dal suo ruolo,

    Insomma, “per quanto riguarda il Pd, si è trattato dell’ultimo stadio di un ritiro della politica dal suo ruolo, iniziato negli anni Novanta. Stavolta la politica è proprio scomparsa per dare una cambiale in bianco a un tecnico. Ma quando rinunci a una tua visione strategica per investire un tecnico di questa funzione si arriva al parossismo del ritiro della politica. E nelle urne si paga. Se non racconti per fare cosa, a quale titolo chiedi il voto?”
    “Quando la politica lascia un vuoto – è detto ancora nell’intervista – in democrazia questo tende a riempirsi. O con forme di democrazia partecipata o con pulsioni autoritarie. In Italia questo vuoto ha dato vita a fenomeni diversi che si sono susseguiti, dal M5S a Lega e Fdi”.

    Non so se sarà possibile un processo di rinnovamento attorno al Pd

    “Ora nel Pd si è aperta una discussione sul congresso e sul nuovo leader. Cosa ne pensa?”, gli chiede ancora Carugati. “Nel paese c’è la domanda di un partito della giustizia sociale e ambientale, risponde Barca, questo cogliamo col Forum. Ad oggi non c’è un referente che dia una risposta al fermento che c’è nella società. E sinceramente non so prevedere se questa domanda riuscirà a penetrare nei partiti esistenti, Pd e M5S in testa, a condizionarli. Non so se sarà possibile un processo di rinnovamento attorno al Pd. Finora non ci sono riusciti. L’ultima occasione è stata con le primarie del 2019, la “piazza grande” di Zingaretti. Ha lasciato amarezza. Ci si può riprovare? E avranno realmente intenzione di farlo o si tratta solo di aggiustare i conti tra gli attuali gruppi dirigenti?”

    Trasferire potere (e non sussidi) a giovani, donne e migranti

    Fabrizio Barca dunque non parla ancora di scioglimento del PD se non come di una possibilità nel caso che non decida di “cambiare strada”, seguendo la via che già gli indicano nel Paese “pezzi di società”, con esperienze radicali che potrebbero e dovrebbero essere “portate a sistema”.
    “Noi come Forum da tempo ci concentriamo su tre capitoli: occorre trasferire potere (e non sussidi) verso i giovani, le donne, i migranti; creare servizi essenziali, educativi e della mobilità, a misura dei territori combinando saperi tecnologici e locali; e poi, la conoscenza e la ricerca come bene comune dell’umanità, a partire da una infrastruttura europea della ricerca. Questo è un esempio di visione radicale, quella conservatrice ritiene che basti far cadere denaro a pioggia”.

    Fondamentale il confronto conservatori e radicali

    “Sarebbe utile archiviare il Pd e dar vita a una nuova forza di sinistra?”, incalza Carugati. “La cosa fondamentale è che le visioni di conservatori e radicali si confrontino davvero, dentro e fuori dal Pd. Il conflitto di idee è importante e necessario, ma un processo così non si fa in pochi mesi. Per farlo non c’è occasione migliore che stare all’opposizione di un governo di destra. Questo conflitto è utile qualunque sia l’esito finale, e cioè la rifondazione del Pd o la nascita di nuovi soggetti. Basta essere consapevoli che questi nodi non si risolvono cambiando un segretario”.


    Un “altro” partito

    di Massimo Marnetto

    Da Scegli a Sciogli. Dopo la botta elettorale, ecco le parole che vorrei sentire da Letta. 

    ”Compagne e Compagni, il PD ha abbandonato chi è più in difficoltà, soprattutto i lavoratori. E loro hanno abbandonato noi. Siamo diventati il partito della ZTL, quelli delle Zero Tutele del Lavoro. Il PD ha fallito per colpa nostra, perché abbiamo smesso di batterci per la giustizia sociale e la dignità delle persone. 

    Ora, nasce un nuovo partito dalle fondamenta. Con sezioni sul territorio e una piattaforma per fare le ”primarie di programma” e individuare i temi prioritari; poi sceglieremo le persone più adatte a realizzarli. Ci si potrà iscrivere a un progetto, non al partito senza far nulla, per realizzarlo insieme ad un ”gruppo di scopo”. 

    Ogni sezione del centro dovrà essere gemellata con una della periferia per fornire ripetizioni gratuite ai giovani a rischio e altro sostegno; tutte le sezioni dovranno essere abbinate a un circolo di sinistra in una città dell’Unione Europea, per collaborazioni transnazionali. 

    Così diventeremo militanti attivi e informati su temi locali, nazionali e internazionali. Solo se saremo elettori competenti, avremo eletti competenti.

    Compagne e Compagni, da oggi il PD è sciolto. Saremo impegnati solo nell’innovazione, nel solco che va da Gramsci a Berlinguer. Non dobbiamo essere tristi. Se non moriamo, non rinasciamo. Coraggio! (parte Bella Ciao)”


    Brasile al ballottaggio, la polarizzazione riduce il vantaggio di Lula

    di Livio Zanotti

    Il vantaggio di 6 milioni di voti su Jair Bolsonaro, pari a 5 punti percentuali, non è stato sufficiente ieri a Lula da Silva per raggiungere la necessaria metà dei voti più uno e conquistare la presidenza della Repubblica al primo turno elettorale, come predicevano quasi tutti i sondaggi. L’ex capitano dell’esercito e il cosiddetto partito militare che vincolano a buona parte delle forze armate e alla loro ideologia tradizionalista e gerarchizzata ampi strati popolari di frontiera, borghesia minuta e marginalità criminogena, socialmente attigui ma in permanente, violento contrasto a difesa delle rispettive sopravvivenze quotidiane, hanno dimostrato un controllo del territorio e di quell’affollata parte dell’opinione pubblica che vi abita ben maggiore delle previsioni generali. Malgrado non raccolgano il favore della maggioranza delle donne e dei giovani. 

    Ballottaggio il 30 ottobre

    Il voto dei poco meno di 124 milioni di persone affluite alle urne (su 226 milioni di abitanti), oltre il 79 per cento degli aventi diritto, ha subito ritardi e varie proteste, ma nessun incidente di rilievo né apprezzabili contestazioni nel corso dello scrutinio. In un paese vasto mezzo subcontinente, attraverso una geografia che riunisce tutte le meraviglie e gli ostacoli di una natura straordinaria, non è un risultato di poco conto. Lascia tuttavia più tensioni e incognite di quante non ne abbia risolte. In attesa che il prossimo 30 ottobre il secondo turno decida chi tra i due maggiori contendenti, gli unici effettivamente in gioco dei sette candidati che hanno partecipato all’elezione, conquisterà la massima magistratura dello stato e andrà ad occupare per i prossimi 4 anni il palazzo del Planalto, nella monumentale Brasilia di Costa e Niemeyer.

    Destra evangelica e filo-militare

    Bolsonaro e il suo Partito Liberale, che dell’accusa d’inaffidabilità del sistema elettorale avevano fatto un leit-motiv della propaganda fino all’apertura dei seggi, celebrano oggi i successi ottenuti nelle elezioni dai loro candidati al Congresso. Numerosi sono infatti i deputati e senatori diretta espressione della destra sostenuta dalle chiese evangeliche e  filo-militare, sempre e comunque fieramente avversaria, spesso nemica dichiarata e militante delle organizzazioni di base che difendono i diritti civili in paese multietnico e multiculturale come pochi anche nella meticcia America Latina. Tanto per ricordare l’intensità dei conflitti che avvelenano ogni giorno la vita della gran parte dei brasiliani. Ma a cui volge le spalle per non vederli anche quella parte di borghesia urbana, colta e benestante, che -per esempio- ha eletto ieri al Senato l’ex giudice Sergio Moro, sanzionato dalla stessa magistratura penale per aver ingiustamente condannato e imprigionato il poi liberato e scagionato ex presidente Lula.

    Fallita la proposta di riconciliazione nazionale avanzata da Lula

    La proposta di riconciliazione nazionale avanzata da Lula, dal suo Partito dei Lavoratori e dalla coalizione extra-large che raggruppa 7 formazioni politiche, dai comunisti alla destra moderata laica e cattolica (non escluse frange integriste), ha fallito nel tentativo di  penetrare nel fronte che ha potuto invece tenere insieme la legittima e anche onorevole opinione conservatrice con loschi interessi quali il narcotraffico e il crescente, più che allarmante commercio delle armi alla luce del sole tra la popolazione comune. Nelle fasce di media periferia, che -attenzione!- nel caos urbanistico di megalopoli come San Paolo e Rio s’intersecano con i quartieri alti fino talvolta a sfidarsi fisicamente lungo chilometri di strade e viottoli, simili a mobili fronti di guerriglia, quasi fosse il Donbass di vent’anni addietro. (Bolsonaro ha votato ostentando nel seggio il suo giubbotto anti-proiettile; ma anche Lula ne indossava uno.) Nel mese circa d’attesa del ballottaggio elettorale, sono questi i punti d’attrito permanente da cui si teme possano scaturire incidenti capaci d’incendiare il clima elettorale.

    Corruzione e abusivismo edilizio

    I pretesti che per i sostenitori di Lula (tutt’altro che smentiti dai portavoce delle Forze Armate) potrebbero essere invocati strumentalmente per una qualche forma d’intervento militare, sono conseguenza delle storiche arretratezze del paese. Quelle antiche dovute ai ritardi dello sviluppo, che impediscono una solida e diffusa cultura del lavoro, formativa di una coscienza di comunità e solidarietà. Sostituita giorno dopo giorno dal prevalere di bisogni immediati e improrogabili che rendono subalterni inconsapevoli delle peggiori strategie clientelari. Un esempio concreto e frequentissimo: nelle estesissime zone urbane di abusivismo edilizio, l’accesso a servizi primari come l’acqua corrente potabile e la rete fognante viene negoziato in cambio del sostegno degli abitanti a modificazioni del piano regolatore. Ma, in questi ultimissimi anni anche alla subordinazione alle milizie armate che sempre più numerose impongono il proprio ordine nelle favelas e dintorni. La crisi economica ha accentuato tutti i fenomeni di illegalità, che contaminano tutto ciò che toccano.

    Nordeste e Bahia, le zone industriali roccaforti di Lula

    Smaltita la notte elettorale, il Brasile torna già in campagna per il secondo turno. Bolsonaro è in testa nel distretto federale della capitale, grazie alle concentrazioni di militari e del ceto impiegatizio, base dell’evangelismo. Non prevale ma rafforza la sua posizione negli stati-chiave di San Paolo, Rio e Minas Gerais, grazie all’efficienza amministrativa dei suoi governatori. Si mantiene in equilibrio nel Sud. Sono le zone geografiche e sociali in cui farà il massimo sforzo: dichiara che vuol vincere con il 60 per cento… Ci si aspetta che il web venga trasformato in un vero e proprio campo di battaglia, con assalti di hacker e scorrerie di fake-news senza precedenti. Il Nordeste e Bahia, le zone industriali sono le roccaforti di Lula, nelle quali la sua coalizione farà il massimo sforzo di mobilitazione. Determinanti potrebbero però diventare gli atteggiamenti del sistema bancario, delle grandi multinazionali (comprese quelle cinesi), gli interessi dell’agro-esportatore e le associazioni industriali e commerciali che non manifestano pregiudizi. Le loro sono scelte basate su precisi interessi di categoria e di gruppo, non hanno particolare simpatia per Bolsonaro e con Lula presidente fecero ottimi profitti. Quei tempi però erano diversi per tutti e appaiono lontani.


  • Reader’s 1-2 ottobre 2022. Rassegna web

    “A prescindere”, diceva Totò. Che le annessioni ad uno Stato avversario vengano considerate “farsa” non sorprende nessuno, che queste siano credibili o meno. Vale per i referendum della Russia nel Donbass come per i plebisciti che consacrarono l’adesione delle regioni italiane, a cominciare da quelle borboniche, al Regno di Sardegna. Oggi, però, chiedere un controllo internazionale è sempre possibile.

    Ma davvero qualcuno pensa, non solo negli Stati uniti, ma soprattutto in Europa dove più si pagano le conseguenze di questa guerra per procura, che dopo un relativo successo della controffensiva ucraina il governo russo avrebbe detto: “ci ritiriamo, scusate il disturbo, non avevamo previsto che l’invio delle armi occidentali avrebbe fatto la differenza”? Come riferisce oggi Ennio Remondino sul suo Remocontro: “Kiev rispetti la volontà popolare, cessi il fuoco e torni al tavolo del negoziato, noi siamo prontiha invece dichiarato Putin al termine della cerimonia di annessione. Ma “con Putin Presidente negoziato impossibile”, ha risposto 18 ore fa Zelensky.

    Del resto, questo era stato detto anche in Occidente al momento di decidere sugli aiuti militari all’Ucraina: l’obiettivo di questi ultimi doveva essere quello di mettere Zelensky in grado di negoziare da posizione di parità, dando per scontata l’improbabilità di una completa marcia indietro dall’invasione. Che cosa si aspetta allora in Europa per avviare un tentativo serio di mediazione che metta alla prova Putin e il mondo al riparo da una probabile escalation nucleare?(nandocan)

    La nuova ‘cortina di acciaio’ tra Russia e Occidente oltre il Donbass

    di Ennio Remondino

    Al Cremlino la cerimonia di annessione dei territori del Donbass alla Federazione russa. La politica come recita dopo una consultazione definita «farsa» da tutti i Paesi occidentali svolta sotto il rigido controllo delle truppe di occupazione. Ma c’è ben altro attorno e dietro.

    Putin con i governatori del neo Donbass russo

    Tra l’apparire e l’essere

    «Non vogliamo un ritorno all’Urss» promette Putin ma in molti invece lo vorrebbero. «Kiev rispetti la volontà popolare, cessi il fuoco e torni al tavolo del negoziato, noi siamo pronti» ha scandito in finale di celebrazione. Una volontà di attenuare il conflitto che per Mosca, sul piano militare è a rischio disastro?

    L’Occidente nemico

    Il capo del Cremlino si è poi rivolto all’Occidente: «Ha cercato e sta cercando una nuova occasione per indebolire e distruggere la Russia, sono ossessionati dall’esistenza di un Paese così grande che ha riconquistato il suo posto nel mondo dopo i tragici anni ‘90, quando nel Paese la gente moriva di fame».

    L’espansionismo della Nato

    Quello dell’Occidente secondo Putin «è un delirio, un inganno vero e proprio; le promesse di non espansione della Nato erano menzogne. Con queste regole false la Russia non ha intenzione di vivere. Ci vogliono ridurre a una colonia: non ci parlino di democrazia». E infine la frase definitiva: «La fine dell’egemonia occidentale è irreversibile».

    Arma nucleare e ‘sabotatori anglosassoni’

    Sulla possibilità di fare ricorso alla arma nucleare, il presidente russo ha ricordato che «sono stati gli Usa a sganciarla, per due volte, in Giappone: loro hanno creato il precedente». E poi un accenno alle falle che hanno colpito il gasdotto Nord Stream: «È chiaro a tutti a chi conviene il sabotaggio», e poi un’accusa più precisa con promessa di riscontri: «Gli anglosassoni dietro le esplosioni» con Londra nel mirino.

    Carta di Laura Canali

    La guerra del Baltico

    «Il sabotaggio dei gasdotti Nord Stream 1 e 2 nei pressi dell’isola di Bornholm (Danimarca), di cui è ancora ignoto il responsabile, è solo l’ultimo esempio di violento disaccoppiamento delle sfere di influenza nello spazio terracqueo tra Artico e Baltico», sottolinea Limes.

    Geopolitica

    Norvegia, Finlandia, Estonia, Lettonia, Lituania e Polonia [sulla carta di Laura Canali arancione] sono i paesi della Nato − o in procinto di farne parte – a condividere i confini con la Federazione Russa [viola]. Dunque a temere azioni militari dirette o non lineari (ibride) sul proprio territorio. Le tre piccole repubbliche baltiche (Estonia, Lettonia, Lituania) temono più di altri l’assertività di Mosca, pur ospitando rispettivamente a Tapa, Ādaži e Rukla basi di pertinenza Nato [stelle azzurre].

    Accoglienza sì, ma non troppo

    Si sono affrettate a bloccare le frontiere per impedire l’afflusso di migliaia di cittadini russi in fuga dalla mobilitazione decisa dal presidente Putin, sebbene in possesso di visti validi in tutto lo spazio Schengen. Il timore di Tallinn e Riga è che l’accoglienza di disertori russi possa rivoluzionare i rapporti demografici e interetnici interni con rischi per la sicurezza. Un quarto della popolazione di Estonia e Lettonia è infatti di origini russe.

    Finlandia nella Nato e altre minacce alla Russia

    «L’ingresso della Finlandia nella Nato – non ancora formalizzato – angustia parecchio la Federazione Russa», sottolinea Mirko Mussetti. Il confine tra i due paesi costituisce il tratto terrestre più lungo della cortina di acciaio, ora potenzialmente militarizzabile dagli Stati Uniti. Il superamento finlandese dello status di paese neutrale impensierisce Mosca anche per l’isolamento della penisola di Kola, dove sorge la più grande città del mondo a nord del Circolo polare artico: Murmansk. Il capoluogo affacciato sul Mare di Barents ospita installazioni di sottomarini nucleari, ordigni atomici e basi navali/aeree da cui partono incursioni per testare le difese dell’Alleanza Atlantica.

    Le isole norvegesi Svalbard

    «Le Isole Svalbard, appartenenti alla Norvegia, giocano un ruolo fondamentale nel contenimento della proiezione artica della Russia. Mentre le isole Bornholm (Danimarca), Öland e Gotland (Svezia) costituiscono la “collana di perle” baltica [rosso] per strangolare l’exclave russa di Kaliningrad, incastonata tra Polonia e Lituania. Anche in quest’area sono frequenti le incursioni aeronavali russe [frecce nere]».

    Polonia eterna nemica russa 

    La Polonia bastione nordico dell’Alleanza Atlantica e principale alleato degli Stati Uniti nel fronte antirusso. Varsavia ha un peso notevole nella contesa tra Washington e Mosca anche per il ruolo che può avere nel controllo della Bielorussia e dell’Ucraina, attualmente contese in maniera diversa [linee oblique giallo-verdi].

    Il grande paese baltico ospita numerose basi militari a uso degli Stati Uniti. Tra queste spicca Redzikowo, sede dello scudo missilistico della Nato Aegis Ashore.


    L’inflazione al 10,9% mette in ginocchio la Germania. Popolazioni in piazza in Francia e a Praga

    Piero Orteca su Remocontro

    A Berlino l’aumento dei prezzi ha toccato il 10,9%, un livello che non si conosceva da settant’anni. Eurozona verso il 9,7. 2023 con la Germania in recessione, e il resto d’Europa?
    A Praga, nella piazza San Venceslao della rivolta storica, 100mila persone a protestare per la crisi che sta colpendo duramente le condizioni di vita.
    Manifestazioni anche in Germania, Mecklenburg e Pomerania, nelle quali si chiedeva l’apertura del gasdotto Nord Stream 2 ora fatto saltare.
    New York Times: «Le proteste di Praga segnalano un inverno travagliato in vista per l’Europa».

    Francia e Germania ancora bastioni d’Europa?

    Se anche i Paesi che storicamente sono sempre stati i bastioni dell’Unione Europea vanno alla deriva, allora il futuro è proprio cupo. Ieri le piazze di decine di città francesi ribollivano. Centinaia di migliaia di persone hanno protestato contro il governo della signora Bonne e del Presidente Macron, incapace di arginare il caro-vita. Nel mirino dei manifestanti anche la severa riforma pensionistica messa in cantiere contro i lavoratori transalpini. Ma la notizia più impressionante, arrivata ieri, ha riguardato la Germania. Il dato sull’inflazione tedesca è stato, per i mercati, un colpo di cannone alla tempia.

    Inflazione tedesca da paura

    Dunque, a Berlino l’aumento dei prezzi ha toccato il 10,9%, un livello che non si conosceva da settant’anni. In un mese è aumentato di un’enormità, di circa 2,1% e testimonia l’incapacità del governo di gestire la crisi. Non solo, per colpa della Germania l’inflazione ‘armonizzata’ dell’Eurozona oggi potrebbe arrivare al 9,7%, costringendo la Banca centrale europea a politiche di stretta monetaria più aggressive. Questo nuocerebbe a Paesi, come l’Italia, che hanno grandi debiti pubblici e necessità di spingere sull’acceleratore della crescita.

    Scholz anti solidale a rischio suicidio

    Invece, il cancelliere Scholz sta attuando una politica finanziaria che è tutto il contrario di quello che richiederebbe un elementare principio di solidarietà europea. Se Trump diceva “America first”, Scholz ribadisce “la Germania prima di tutto”. Non c’è grande differenza. Solo che, nonostante i suoi tentativi, sta distruggendo lo stesso l’industria tedesca. Ora, per mettere una pezza ha varato un fondo per un “tetto al prezzo dell’energia”. Costo 200 miliardi, a debito naturalmente.

    Germania presto in recessione

    Il Financial Times scrive che i prezzi dell’energia, su anno, sono aumentati del 44% (35,6% solo ad agosto) e quelli dei generi alimentari quasi del 20%. Le previsioni economiche degli istituti specializzati sembrano una lotteria. L’anno prossimo in Germania sarà recessione. Nel migliore dei casi, intorno allo 0,5% e nel peggiore, fino a un catastrofico meno 7% del Pil. Torsten Schmidt (Leibnitz Institute) dice che l’unica cosa da fare è incrociare le dita: perché se avremo un inverno freddo e mancherà il gas le imprese dovranno chiudere a raffica.

    Praga di nuovo in piazza San Venceslao

    Intanto, anche Praga torna a essere una città in rivolta. Niente a che vedere col 1968, per carità, ma il fatto che piazza San Venceslao sia tornata a stiparsi di manifestanti fa una certa impressione. Tanto che, dall’altro lato dell’Atlantico, persino il New York Times si è immediatamente interessato alla massiccia protesta sociale. “Le proteste di Praga segnalano un inverno travagliato in vista per l’Europa”, è il titolo del quotidiano americano, che poi dice come decine di migliaia di persone (secondo alcune stime 100 mila) siano scese in strada a protestare, spinte dalla crisi energetica e dall’aumento dei prezzi “che sta colpendo i Paesi di tutto il Vecchio continente”.

    Contagi da protesta

    Il NYT, ecco spiegata la preoccupazione, prevede che la situazione sociale, che ha indotto i manifestanti a chiedere le immediate dimissioni del governo, possa degenerare anche in altri Stati. Nei cortei si sono issate bandiere ceche e gridati slogan come “vergogna, vergogna” oppure “prima la Repubblica Ceca”. Il problema è che la folla inferocita non si muove secondo un percorso “ideologico”, ma raccoglie una massa poderosa e critica di “antisistema” trasversali. Nel fiume della protesta, nota il New York Times, c’erano gruppi di estrema destra, guidati dal populista Ladislav Vrabel, esponenti del Partito comunista, cellule di arrabbiati antieuropeisti e una miscellanea di “antagoniti”, tra i quali anche molti “no-vax”.

    Antagonisti di mestiere ma non soltanto

    Attenzione, però. La maggioranza era composta da gente comune, famiglie che, semplicemente, data la gravità della situazione economica, non ce la fanno ad arrivare alla fine del mese. La Repubblica Ceca ha avuto un crollo verticale negli standard di vita. Gli anni della pandemia sono stati durissimi e poi l’invasione russa dell’Ucraina è stata la botta finale. Ma nonostante ciò, il governo di Praga pensava di avere il controllo della situazione. E si sbagliava. Come ha ammesso Thomas Pojar, consigliere del premier Petr Fiala, la prima manifestazione di protesta, che avrebbe dovuto svolgersi a Praga, era stata sottovalutata dalle autorità centrali. Pensavano di vedere solo 500 persone e se ne sono ritrovate invece davanti oltre 70 mila. Adesso il numero è cresciuto e pure i problemi, mentre le risorse per risolverli non si trovano.

    Contro le sanzioni alla Russia

    Spesso al centro delle rivendicazioni c’è la storia delle sanzioni alla Russia, che cominciano ad essere mal digerite. Nelle ultime settimane, si erano svolte manifestazioni di piazza anche in Germania, specie in Mecklenburg e in Pomerania, nelle quali si chiedeva l’apertura del gasdotto Nord Stream 2. Poi misteriosamente sabotato. La verità, comunque, è che non si protesta per convinzioni ideologiche, ma più prosaicamente per “fame” o, meglio, per disagio sociale. “Secondo alcuni analisti – scrive il NYT – i prezzi commerciali dell’elettricità, nella Repubblica Ceca, sono più che raddoppiati rispetto allo scorso anno. Circa il 10-15% delle famiglie è stato colpito duramente, dice una ricerca dell’Istituto Stem di Praga, che consiglia il governo. Anche la classe media sta iniziando a sentirsi in difficoltà, con il suo reddito disponibile in calo del 50% rispetto allo scorso anno”.

    Rischio collasso del ‘Sistema Paese’

    Non c’è bisogno di ricordare che l’alto costo dell’energia finisce, poi, per trasmettersi, attraverso la catena produttiva, sui costi finali dei beni realizzati. Inoltre rende molto più difficile il controllo dell’inflazione, che viaggia intorno al 17,2%. Prezzi altissimi, ma economia quasi incartapecorita, dato che il Pil alla fine dell’anno dovrebbe salire di un modesto 2% e la disoccupazione restare bassissima (2,2%), segnale di un mercato del lavoro collassato e di un sistema-paese sull’orlo della recessione.


    Col mandato ”ripetibile”

    DARIO FRANCESCHINI MINISTRO BENI CULTURALI

    di Luciano Pienza (da Facebook)

    A mio modo di vedere, in un tempo veloce come il nostro, non hanno più senso le lunghissime carriere da parlamentare. Quella è roba che andava bene quando le radio funzionavano a valvole e i bambini eravamo noi.

    Per esempio, Fassino e Franceschini

    Prendiamo i principali esponenti del centrosinistra. Ne porto a esempio due: se non erro, Piero Fassino è stato eletto in Veneto per la settima legislatura (chissà se a Torino si sarebbe garantito il seggio?) mentre Dario Franceschini è stato eletto a Napoli, lontano dalla sua Ferrara, per la sesta legislatura.
    Al di là delle qualità individuali e al di là di tutto, si tratta di persone che hanno trascorso tanti e tanti anni in una dimensione di enorme privilegio. Persone che, nel tempo, hanno guardato la realtà sociale da una distanza sempre più siderale.

    Nessun big all’uninominale

    Quanto sono rappresentativi oggi questi politici di lungo corso? Quanta parte della società sceglie effettivamente di rinnovare il loro mandato nelle principali assemblee rappresentative? A queste domande non vi è risposta già che nessuno dei principali esponenti del centrosinistra si è misurato all’uninominale.

    Ecco, lontano da ogni sirena demagogica, io credo che anche questo sia un elemento sul quale si dovrebbe ragionare per ricostituire su basi rinnovate. (da Facebook))


    La diversità dei caratteri rende impossibile il rapporto tra due persone?

    di Giovanni Lamagna

    Alla mia veneranda età sento di poter dire, con giustificata presunzione, che, quando il rapporto tra due persone non va bene o addirittura si rompe, ciò non è dovuto alla diversità dei loro caratteri. La diversità dei caratteri non è mai il vero problema nei rapporti. Anzi essa – in genere, quasi sempre – costituisce una fonte di ricchezza dei rapporti. Nella diversità le persone si arricchiscono, completano: l’una dona all’altra quello che le manca e viceversa.

    Interessi, valori e stili di vita

    Il vero problema nei rapporti è dato piuttosto dalla differenza di interessi e, soprattutto, di valori, di stili di vita. Tanto è vero che ci sono persone che hanno caratteri molto simili, ma che non vanno per niente d’accordo, perché troppo diversi sono i loro valori, i loro interessi e, per conseguenza, i loro stili di vita.

    Mentre ci sono persone che hanno caratteri molto diversi (una più estroversa, l’altra più introversa, una più attiva e dinamica, l’altra più riflessiva e flemmatica, una più istintiva e impulsiva, l’altra più meditativa e contemplativa…), ma che vanno perfettamente d’accordo perché hanno un sistema di valori di riferimento che le fa tranquillamente camminare insieme, sulla stessa strada, sia pure con modalità e ritmi diversi.


  • Reader’s 30 settembre 2022. Rassegna web

    L’atlantismo acritico del segretario del PD, tanto “fervente” da considerare incompatibile perfino un’accordo elettorale con i Cinquestelle, è risultato determinante per la vittoria del centro destra. Che ci sia stato non un semplice sbaglio ma un errore calcolato è la tesi sostenuta da Marco Montelisciani nell’articolo che vi propongo dall’ ultimo numero della rivista del Centro per la Riforma dello Stato. Dove si prova a spiegare anche come e perché il voto popolare per Conte “ha sconfitto la strategia del voto utile e la finzione del bipolarismo”. Per cui oggi “la sinistra è davanti all’ennesimo bivio”. 

    L’harakiri del PD, un errore calcolato

    di MARCO MONTELISCIANI 

    “A portare per la prima volta alla guida di una grande democrazia dell’Europa occidentale un partito dichiaratamente erede dell’esperienza storica del fascismo è solo in parte l’avanzata elettorale di Fratelli d’Italia – scrive Montelisciani. – Sia sulla base delle impressioni tratte da un primo approccio ai numeri di queste elezioni sia sulla base dell’analisi dei flussi elaborata dall’Istituto Cattaneo, infatti, si può dire che la forza politica guidata da Giorgia Meloni è riuscita soprattutto a egemonizzare il campo del fu centro-destra, che però complessivamente – ottenendo come coalizione il 43,8% dei consensi espressi, con un tasso di partecipazione al voto del 63,9% e in assenza di competitor alla sua destra – resta ben al di sotto dei suoi migliori risultati.

    Regalati a FdI la gran parte dei collegi uninominali

    “La destra ha vinto queste elezioni per decisione unanime del gruppo dirigente nazionale del maggiore partito del centro-sinistra, formalizzata nella direzione nazionale del 26 luglio scorso. La decisione del Partito Democratico di chiudere a ogni possibilità di accordo con il Movimento 5 Stelle e con Giuseppe Conte ha oggettivamente reso non contendibile la gran parte dei collegi uninominali, regalandoli alla coalizione guidata da Giorgia Meloni, anche laddove la destra era nettamente minoritaria nei consensi espressi dagli elettori.

    Una scelta tanto radicale quanto apparentemente irrazionale

    La scelta compiuta dal PD è tanto radicale quanto apparentemente irrazionale. Eppure la radicalità della scelta e delle sue prevedibili conseguenze impongono di cercare, se non una razionalità, almeno delle ragioni. La campagna elettorale si è già incaricata di smontare per manifesta insostenibilità logica e fattuale la tesi ufficiale del Nazareno secondo la quale la rottura con i Cinquestelle sarebbe divenuta inevitabile in seguito alla loro mancata partecipazione a un voto di fiducia in Parlamento, che avrebbe determinato quella sorta di “lesa maestà nei confronti di Draghi” di cui efficacemente parla Ida Dominijanni in un articolo pubblicato su questo sito.

    È molto probabile che il PD, già prima delle vicende che hanno portato alle dimissioni di Draghi, avesse già preso la decisione di rompere con Conte.

    Altrimenti che senso avrebbe avuto offrire una sponda politica alla scissione di Luigi Di Maio? E perché inserire nel “decreto aiuti” la norma sulla costruzione dell’inceneritore a Roma, che, comunque la si pensi nel merito, non può che essere considerata una provocazione deliberata nei confronti del Movimento 5 Stelle? E perché, poi, accettare di stringere un accordo con chi, come Sinistra Italiana, del Governo Draghi era stato aperto oppositore? Resta difficile pensare che quella del gruppo dirigente nazionale del PD sia stata solo una clamorosa manifestazione di imperizia tattica o strategica”.

    L’elmetto della NATO

    “Enrico Letta e il PD – prosegue l’analisi – non hanno esitato un minuto a indossare l’elmetto della NATO, rinnegando decenni di tradizione cattolico-democratica e socialcomunista prima, ulivista poi…. Tradizione sepolta, nel volgere di poche ore, dalla professione di “atlantismo”. Lo stesso termine che aveva utilizzato Mario Draghi chiedendo la fiducia del Parlamento per dare vita a un governo che non si limitava a ribadire, come da cerimoniale, la “collocazione dell’Italia nell’Alleanza atlantica”, ma che si definiva direttamente “atlantista”.

    Era il febbraio 2021, un mese dopo l’insediamento di un nuovo inquilino alla Casa Bianca e, si parva licet, poche settimane prima dell’insediamento di un nuovo segretario al Nazareno in seguito alle dimissioni, ancora oggi rimaste politicamente inspiegate, di Nicola Zingaretti. Catena di eventi che, su scale diverse, segna un passaggio di fase”.

    Il tentativo di rimuovere l’anomalia M5S e l’accordo sul proporzionale

    L’esperienza del Governo “dei migliori” è stata tante cose. Tra queste, anche il tentativo di rimuovere l’anomalia rappresentata dal Movimento 5 Stelle, dal suo nuovo capo Giuseppe Conte, dal fastidioso odore di popolo che continuano a portarsi dietro, da posizioni non sufficientemente allineate sui temi della pace, della guerra, del rapporto tra Europa e NATO.

    Mentre dal Governo, con il controcanto di una stampa conformista, si costringevano i Cinquestelle a una postura meramente difensiva dei provvedimenti simbolo della loro irruzione a palazzo Chigi dopo il trionfo del 2018, la nuova segreteria del PD provvedeva a smantellare le condizioni in base alle quali era stata fino ad allora costruita la possibilità di una collaborazione strategica con il Movimento.

    Su tutte, l’accordo sulla riforma in senso proporzionale della legge elettorale, che Enrico Letta si è premurato quasi subito di rinnegare. Garantendo, seduto accanto a Giorgia Meloni sul palco della festa nazionale di Fratelli d’Italia, che non avrebbe mai messo in discussione il sistema maggioritario. Sistema in virtù del quale, pure in assenza di una reale avanzata in termini di consensi nel paese, la destra può oggi godere di una maggioranza più che solida in parlamento, sfiorando il 60% in entrambe le Camere. Tutto prevedibile e previsto.

    Non previsto – continua Milisciani avviandosi alla conclusione – “il voto di popolo al Movimento 5 Stelle e a Giuseppe Conte” così come la sconfitta della “strategia del voto utile e della inesistente contrapposizione bipolare che il PD ha artificiosamente cercato di imporre a una campagna elettorale“.

    L’ennesimo bivio

    Il Movimento 5 Stelle e Giuseppe Conte hanno il merito di avere impedito che quel popolo perduto, irrecuperabile da un centro-sinistra strutturalmente e culturalmente inadeguato a rappresentarlo, ingrossasse le fila o di un astensionismo già su livelli drammatici o di una destra regressiva ma evidentemente più credibile di chi le ha spianato la strada verso il governo”. Per mettersi “alla guida di un’opposizione che tenga alte le parole d’ordine della sua campagna elettorale e le coniughi con un progetto di modernizzazione del paese” avrà bisogno “di culture e strutture che al Movimento 5 Stelle oggi mancano

    Ma, davanti all’ennesimo bivio e all’ennesimo “che fare” che ci interroga, dovremo tutti ricordare che non c’è nulla di significativo e di utile, a sinistra, che possa ricostruirsi in laboratorio, a partire da astratti enunciati di principio, dichiarazioni di intenti o vacue operazioni di restyling.

    Non c’è nulla che possa avere un futuro, a sinistra, se resta lontano da quel popolo che è l’unica base reale su cui sia pensabile una rifondazione”.


    Post-PD

    di Massimo Marnetto

    La manifestazione della Cgil dell’8 ottobre può diventare la prima pietra della costruzione di una nuova sinistra. Andrò per sostenere questa iniziativa, perché condivido i punti che Landini ha messo giù per difendere gli ultimi, candidandosi così ad essere uno dei fondatori del post-PD. La piazza sarà la placenta che nutrirà la nascita di un nuovo soggetto di sinistra, perché il PD è morto con Renzi e da allora sopravvive con trasfusioni di voto utile.

    Poi occorrerà anche il contributo di intellettuali, comunicatori e attivisti per rendere il nuovo partito accogliente per giovani ambientalisti, amministratori innovativi, mondo del volontariato. Perché gli ultimi per riemergere hanno bisogno di giustizia sociale. Quel difficile equilibrio che possono costruire solo persone colte, con una competenza maturata sul campo e vertebrate da ideali.


  • Reader’s 29 settembre 2022. Rassegna web

    Ha vinto il sistema

    di Raniero La Valle

    Cari Amici,
    la sciagura è alla fine arrivata. Ha vinto la destra-destra; molti la chiamano fascismo. Anche la satira si è presentata il giorno dopo in camicia nera, come a dire: “ormai è fatta”. Arriva la prima donna, una sola, al comando, a sostituire l’ultimo uomo, che era tanto piaciuto a tutti, aveva occhi di drago (draghi e tigri tanto amati da Letta). E ora tutti piangono, perfino “La Stampa”, che è pentita, ed “Otto e mezzo”. Temono un governo come non ne avevamo dal 25 luglio 1943, per fortuna di mezzo c’è la Costituzione, non lo Statuto albertino.

    Ma non ha vinto il fascismo. Ha vinto il sistema che con tanto trasporto e accanimento e falso messianismo, abbiamo creato. Il sistema che si fonda e si conserva costruendo il nemico: sul piano internazionale e sul piano interno, perché non ci può essere su un piano se non c’è anche sull’altro.

    Abbiamo esorcizzato le idee per un sistema “a vocazione maggioritaria”

    Sul piano interno il sistema lo abbiamo restaurato quando, con la fine del comunismo, temevamo di perderlo. Prima di tutto abbiamo esorcizzato le idee (dette ideologie) e sciolto i partiti: col pretesto che non avevano le mani pulite, abbiamo fatto sì che non avessero più mani (ci fu anche un libro di poesie intitolato così). Poi abbiamo licenziato pluralismo e proporzionale e abbiamo messo sugli altari un sistema “a vocazione maggioritaria”, come diceva il versatile Veltroni. Chi vince vince tutto, chi perde perde tutto, e il suo istituto fondatore fu battezzato con un nome inglese (come è d’obbligo), ed è lo “spoil system” (la divisione delle spoglie), senza pensare che la maggioranza se la potevano prendere gli altri.

    Il Partito Democratico e l’Ulivo che avevano messo insieme, senza altre spiegazioni, le due antropologie che più si erano combattute e cimentate in un dialogo foriero di “cose nuove” e di un “uomo inedito”, si acconciarono a fare una delle due parti, senza una cultura , la parte che alzando le braccia al cielo Berlusconi, alla fine della campagna elettorale, esecra come “la sinistra!”.

    E così, di Porcellum in Porcellum siamo arrivati a questa bella legge elettorale offertaci e mai ripudiata dal Partito Democratico, che fa fuggire i non rappresentati dai seggi e dà la maggioraza assoluta (quasi i due terzi!) a chi è minoranza nel Paese e crea un Parlamento, sfoltito di molti seggi perchè non sia troppo d’intralcio al governo.

    Ma le due parti sono poi così diverse?

    Ma le due parti sono poi tanto diverse? Tutte e due vogliono le stesse cose, un’economia che uccide, come la chiama il Papa, e disoccupati senza reddito di cittadinanza, e il Nemico esterno. Quest’ultimo è il grande unificatore di governo e opposizione, lo combatte uno schieramento che si chiama atlantista e si pretende, e non é, europeista, (almeno per una certa “idea di Europa”).

    Adesso il nemico è Putin, perché proditoriamente ha invaso l’Ucraina, la cui indipendenza è tanto amata da Blinken e dagli Stati Uniti, che una volta si volevano prendere perfino Grenada, un’isoletta però più vicina. Ma Putin non è diventato il Nemico ora, come sarebbe plausibile, lo è da molto prima. Da quando gli Stati Uniti la NATO e l’Occidente hanno erroneamente pensato che non potevano sussistere senza un Nemico così persuasivo come l’Unione Sovietica, comprese le sue armi nucleari. E dopo un idillio brevissimo vissuto con Eltsin (dati i suoi meriti di rottamatore dell’URSS), hanno adottato la Russia come Nuovo Nemico (ma anche antico, con Dostoewski e i suoi libri tolti dalle biblioteche).

    Ci sono solo due Parti, quella giusta e quella sbagliata

    Lo ha raccontato Putin, quando non era così cattivo che un americano non ci potesse neanche parlare, e lo rivelò al regista americano Oliver Stone. C’era Clinton in visita al Cremlino e Putin gli disse “tra il serio ed il faceto”, che la Russia poteva entrare nella NATO, Clinton non lo escluse, ma la delegazione americana ne fu “terrorizzata”, perché senza nemico non si poteva stare, cioè fuori da un sistema su misura della NATO in cui, come spiegò Putin, ci sono solo due opinioni, “quella americana e quella sbagliata”, e ci sono solo due Parti, quella giusta e quella sbagliata, e una delle due è destinata a soccombere.

    Fratelli al modo di Caino

    È questo sistema che ha vinto in Italia e l’alternativa è molto evidente. Da una parte ci sono i “Fratelli d’Italia”, quelli che sono fratelli tra loro, e fratelli con quelli che, benché stranieri, sono simili a loro. Ma sono fratelli al modo di Caino, o al modo dell’inno di Mameli, con in testa l’elmo di Scipio e il mito della vittoria sugli altri intesi come “schiavi”, o come paria, così come Biden dice che devono essere i russi nella sua società internazionale pensata come una società divisa in caste, in cui i paria, i fuori casta, sono esclusi, perché sono meno che uomini.

    L’alternativa: Fratres omnes

    Dall’altra parte l’alternativa è molto chiara, e si dice in sole due parole: Fratres omnes, fratelli sono tutti, anche russi, americani e cinesi e anche cristiani e musulmani e credenti di ogni fede, come si è visto in Kazakhstan, col Papa in mezzo agli altri, non primo e non solo (chi sono io?) e anche con Giorgia Meloni, con tutta la sua classe dirigente che non c’è. Non ci vuole tanto a capirlo, basta essere “internazionalisti”, l’accusa più infamante che gli assassini di mons. Romero in Salvador imputarono a Marianella Garcia Villas, prima di ammazzare anche lei.

    Benvenuta sorella Giorgia nel piccolo club delle donne potenti

    Essere internazionalisti questo significa, e dar mano a una Costituzione della Terra. Ma per arrivarci bisogna esserlo prima, adesso, non dopo, altrimenti non resterà che una pallida utopia. Benvenuta sorella Giorgia nel piccolo club delle donne potenti, con l’augurio che non sia come altre, Thatcher, Golda Meir, Ursula, molto “sbagliate”.
    Con i più cordiali saluti,


    Noi e i social

    di Giovanni Lamagna 

    Sento spesso dire con atteggiamento snobistico: “Io non frequento i social…”; e talvolta con espressione ancora più drastica e severa: “Io schifo i social!”. Non condivido né l’uno atteggiamento né l’altra espressione.

    I social sono null’altro che delle “piazze”, che la moderna tecnologia ci mette a disposizione: piazze virtuali, che si sono aggiunte da qualche anno a quelle reali, da tempo immemorabile luogo abituale di incontro e frequentazione tra persone di vario tipo e livello. Dire “io non frequento i social” o, addirittura, “io schifo i social” equivale a dire “io non scendo mai per strada e non vado mai in piazza, perché schifo le persone che le frequentano”. Come se tutte le persone che frequentano strade e piazze fossero lo stesso tipo di persone; mentre non è così.

    Nelle strade, nelle piazze, nei bar si incontrano persone che non sanno fare altro che parlare di sport o fare pettegolezzi, le classiche e banali “quattro chiacchiere da bar”. Ma ci sono e si incontrano anche persone che leggono libri oltre che giornali, che sono attente agli altri ed hanno sviluppato una sensibilità interiore, che sono capaci di una conversazione profonda e stimolante, oltre che educata, persino, gentile e garbata.

    La stessa, analoga cosa avviene anche sui social: vi si incontrano persone banali, superficiali, astiose, rabbiose, che spesso insultano ed aggrediscono i loro interlocutori. Ma vi si incontrano anche belle persone: sensibili, intelligenti, persino colte, che sono disposte ad ascoltare ed imparare e dalle quali è possibile apprendere cose nuove e a volte molto interessanti e stimolanti.

    Si possono incontrare persone come il cantante rapper Federico Lucia (in “arte” Fedez) e la sua compagna, l’imprenditrice e blogger Chiara Ferragni, che utilizzano i social, per fare mostra frivola e volgare del loro privato, come si usa fare ne “Il grande fratello”, al puro scopo di promuovere sé stessi ed ottenere, quindi, facile arricchimento.

    Ma si possono incontrare anche persone di spessore e grande livello umano e culturale, quali (faccio solo tre nomi) Franco Arminio (poeta), Vito Mancuso (filosofo) e Massimo Recalcati (psicoanalista), dei quali leggo spesso cose interessantissime, a volte addirittura sublimi.

    Frequentando i social non ci si condanna, quindi, ad incontrare solo persone cretine e negative; si ha anche la possibilità di incontrare persone positive e intelligenti. Basta saperle scegliere; proprio come si fa nel mondo delle amicizie reali.


    Nord Stream, tagliato l’ultimo cordone che legava Mosca all’Europa

    Alberto Negri sul Manifesto

    Usa e Russia si accusano di avere fatto saltare le pipeline NordStream 1 e 2. La sola certezza al momento è politica: «Il cordone ombelicale che legava Mosca all’Europa sul gas ora è un relitto», scrive Alberto Negri sul Manifesto.
    «Sotto l’acqua ribollente di metano nel Baltico c’è uno dei motivi dell’escalation della guerra mossa da Putin all’Ucraina e ora al punto di non ritorno».

    Alle origini della guerra Ucraina

    Gli Usa e la Russia si accusano, più o meno a vicenda di avere fatto saltare le due pipeline del Nord Stream 1 e 2 che collegano la Russia alla Germania. In realtà i due gasdotti (il secondo non è mai entrato in funzione) erano già da tempo al centro del conflitto.

    Un’unica certezza

    Sia a Est che a Ovest sanno che niente sarà più come prima: ovvero il cordone ombelicale che legava la Russia all’Europa sul gas è spezzato e ora galleggia in alto mare, forse destinato ad affondare per sempre nella ruggine del tempo, tra i flutti, come un relitto.

    Un addio annunciato

    Il 7 febbraio scorso, poco più di due settimane prima dell’invasione dell’Ucraina, il presidente Biden aveva affermato, in presenza del cancelliere Olaf Scholz in visita nella capitale Usa, che la politica energetica tedesca non veniva più decisa a Berlino ma a Washington: «Se la Russia – disse – dovesse invadere, cioè se carri armati e truppe attraverseranno di nuovo il confine dell’Ucraina, il Nord Stream 2 non esisterebbe più. Vi metteremo fine».

    Immaginate come avrebbe reagito la Casa Bianca se la Germania avesse minacciato di “mettere fine a una grande pipeline americana in caso di invasione dell’Iraq».

    Gli interessi Usa-Ue a confliggere

    Il caso Nord Stream 2 è emblematico di come confliggevano gli interessi americani ed europei. Non si trattava soltanto di una questione economica ma strategica. Voluto fortemente dalla ex cancelliera Angela Merkel, il Nord Stream era la vera leva politica ed economica che tratteneva Putin da azioni dissennate come la guerra in Ucraina (c’era ancora l’accordo di Minsk 2). Molti non lo avevano capito perché attribuivano al gas russo una valenza soltanto economica: aveva invece un enorme valore politico per tenere agganciata Mosca all’Europa.

    Il valore politico del gas tagliato

    Il Nord Stream 2 era stato completato il 6 settembre 2021 per trasportare il gas naturale dai giacimenti russi alla costa tedesca, si estende per 1230 km sotto il Mar Baltico ed è il più lungo gasdotto del mondo. Era stato ideato per potenziare il gas già fornito dalla Russia all’Europa raddoppiando il tracciato del Nord Stream 1 che corre parallelo al nuovo progetto. L’infrastruttura costata 11 miliardi di dollari è di proprietà della russa Gazprom. La società possiede anche il 51% del gasdotto originale Nord Stream.

    Il valore strategico per Mosca

    Perché per Mosca aveva un valore strategico? Prima della costruzione dei due gasdotti Nord Stream, il gas russo passava via terra, attraverso i territori di Ucraina e Bielorussia. Una volta in funzione il Nord Stream 2 avrebbe consentito a Mosca di trasportare verso la Germania ulteriori 55 miliardi in metri cubi di gas naturale all’anno.

    Quel pezzo di Europa nemica antica di Mosca

    Il progetto Nord Stream nasce nel 1997, quando la situazione geopolitica di quel periodo già prevedeva che il gasdotto non attraversasse né i paesi baltici né Polonia, Bielorussia e Ucraina. Nazioni escluse da eventuali diritti di transito e che non avrebbero potuto intervenire sul percorso per sospendere la fornitura di gas all’Europa e mettere sotto pressione negoziale la Russia.

    Colpo doppio

    La posa della prima conduttura Nord Stream venne completata il 4 maggio 2011 e il 6 settembre dello stesso anno entrava in funzione, inaugurato l’8 novembre dello stesso anno dall’allora presidente russo Medvedev, dal primo ministro francese Fillon e dalla cancelliera Angela Merkel. Viene poi costruita una seconda linea del gasdotto Nord Stream che entra in funzione nell’ottobre 2012. E poco dopo si comincia a passare a un ulteriore potenziamento: nasce così il progetto di Nord Stream 2.

    La strategia Usa senza la Merkel

    Uscita di scena Angela Merkel, gli Usa hanno avuto campo libero. La guardiana di Putin e del gas non c’era più e gli americani hanno capito che il presidente russo era diventato più pericoloso ma anche più vulnerabile. Per due mesi gli Usa hanno avverto (?) dell’invasione dell’Ucraina perché sapevano che contestando, come hanno fatto, il Nord Stream 2 si apriva una falla. I gasdotti avevano legato Mosca all’Unione all’europea, la dipendenza dava a Putin un senso di sicurezza, lo strumento per condizionare gli europei e renderli più docili e interessati alle sorti della Russia.

    Da subito è stata la guerra del gas

    Quando Mosca ha capito che con Scholz il Nord Stream 2 non sarebbe stato al sicuro ha cominciato le minacce all’Ucraina, che in precedenza russi e tedeschi avevano pagato perché non protestasse troppo per la realizzazione del gasdotto, assai temuto dalla Polonia in quanto visto come uno strumento di espansione dell’influenza Putin. Gli americani per altro avevano già messo alle corde anche Merkel, obbligandola ad acquistare quantitativi di gas liquido americano di cui Berlino, allora, non aveva alcun bisogno. E che ora il segretario di stato Usa Blinken ci offre «per passare l’inverno» e che saremo costretti a pagare caro, posto che i produttori americani ne abbiano abbastanza da venderci.

    I due errori dell’Unione europea

    Il primo ridurre frettolosamente la dipendenza dal gas russo (45%) senza avere soluzioni alternative. L’Algeria di gas, da venderci, oltre a quello che già scorre nel Transmed, ne ha poco, meno ancora la Libia destabilizzata, cui ci lega il Greenstream di Gela.

    Il secondo errore è stato mettere in crisi economie e governi, per cui sarà più difficile assegnare eventuali risorse all’Ucraina. Come si capisce bene in questa guerra, partita anche dal gas, a perderci saremo in molti.


  • Reader’s – 28 settembre 2022. Rassegna web

    Probabile sabotaggio del gasdotto Nord Stream. Guerra di chi per arrivare a cosa?

    di Ennio Remondino

    Nord Stream, l’ipotesi di un attacco ai gasdotti. Secondo fonti del governo tedesco, «un incidente è altamente improbabile»: per Berlino entrambe le linee sarebbero state «attaccate». Da chi e per ottenere cosa? «All’origine dell’agguato potrebbe esserci l’Ucraina o un suo alleato. Oppure un’operazione russa sotto falsa bandiera, per alimentare insicurezza e far salire ulteriormente i prezzi del gas».
    I danni sono avvenuti contemporaneamente su tre linee offshore di Nord Stream in un solo giorno e «sono senza precedenti», ha dichiarato l’operatore della rete Nord Stream e riporta l’agenzia russa Ria Novosti.
    Il prezzo del gas sale del 20% poi si stabilizza al 10% dal prezzo giù esplosivo di ieri.

    Nord Stream, «Danni senza precedenti»

    Il «forte calo di pressione» annunciato lunedì 26 settembre dall’operatore di Nord Stream sarebbe stato causato da un attacco ai gasdotti 1 e 2. A sostenerlo sono fonti del governo tedesco, secondo le quali «un incidente è altamente improbabile»: per Berlino entrambe le linee sarebbero state «attaccate». Lo riporta il quotidiano tedesco Tagesspiegel.

    Due esplosioni sottomarine

    La rete sismica nazionale svedese ha comunicato poi di aver rilevato ieri, due esplosioni nell’area interessata dalla fuga di gas. Una delle due ha avuto una magnitudo di 2,3 gradi ed è stata registrata in ben 30 stazioni di misurazione nel sud della Svezia. La prima esplosione è stata registrata alle 2.03 di notte e la seconda alle 19.04 di lunedì.

    Il Mar Baltico che ribolle

    Bolle in superficie sul Mar Baltico. I ribollimenti al largo dell’isola danese di Bornholm hanno un diametro che va da 200 a 1.000 metri, annuncia l’esercito danese. Secondo le autorità, gli incidenti non hanno conseguenze per la sicurezza o la salute dei residenti delle vicine isole danesi di Bornholm e Christianso. Inoltre, l’approvvigionamento energetico del paese non è coinvolto.

    Ipotesi attacco sottomarino

    Sabotaggio. La pista ritenuta più plausibile dagli esperti, può essere stata commessa soltanto da uno Stato, con sommozzatori o con un sommergibile. Secondo il quotidiano Tagesspiegel, da fonte governativa a Berlino, si dibatte su due ipotesi principali: «All’origine dell’agguato potrebbe esserci l’Ucraina o qualche suo alleato. Oppure un’operazione russa sotto falsa bandiera, per alimentare maggiore insicurezza e far salire ulteriormente i prezzi del gas».

    I sospetti della Russia

    Sulla questione è intervenuta la Russia, che ha parlato di «una situazione senza precedenti che richiede un’indagine urgente». Mosca non esclude che i danni al gasdotto Nord Stream possano essere frutto di un sabotaggio. «Adesso nessuna singola opzione può essere esclusa», ha detto il portavoce del presidente russo, con maggiore prudenza di altre fonti.

    Ucraina all’attacco

    «La fuga di gas dal Nord Stream 1 non è altro che un attacco terroristico pianificato dalla Russia e un atto di aggressione nei confronti dell’Ue», spara su Twitter Mykhailo Podolyak, consigliere del presidente ucraino. «La migliore risposta e investimento per la sicurezza è fornire «carri armati all’Ucraina. Soprattutto quelli tedeschi…», il messaggio incrociato a due bersagli. 

    Poco prima del ‘Baltic Pipe’

    Poche ore prima dell’inaugurazione di ‘Baltic Pipe’, che da ottobre trasporterà il gas norvegese a Danimarca e Polonia, segnala Limes, suggerendo altre ipotesi contrastanti. Queste fughe di gas creano un danno oggi nullo ma che domani può risultare grave. L’Europa dà per scontata la prossima interruzione dei flussi di gas russo e sta cercando alternative. Il danno maggiore è il rischio di un’escalation delle tensioni, ‘narrazioni confliggenti’, che se ne possono fare. Esempio immediato le forzature da Kiev e Varsavia.

    Russia contro tutti?

    La Russia ha già dimostrato di voler usare il gas come arma per fare pressione sui paesi europei e in particolare sulla Germania: «Il calcolo sinora errato del presidente Vladimir Putin che l’impennata dei costi dell’energia sia dovuta all’interruzione dei flussi gasieri e per le sue ricadute industriali e sociali induca Berlino e il resto dell’Ue a un ripensamento sulle sanzioni contro Mosca», la premessa di Limes.

    Sabotare i gasdotti sarebbe inutile per i russi dal punto di vista pratico – basterebbe continuare a non inviare gas – salvo non immaginare una sorta di ‘strategia della tensione’ per spaventare gli europei, annota Niccolò Locatelli.

    Lettura occidentale

    Se avesse la certezza che si è trattato di un sabotaggio russo, sarebbe il segnale della disponibilità a colpire infrastrutture strategiche dei paesi dell’Unione e a spezzare anche fisicamente i legami tra Mosca ed Europa (nel consorzio proprietario di Nord Stream Gazprom è in maggioranza, ma il 49% è in mano a imprese tedesche, olandesi e francesi). E la concomitanza tra i guasti a Nord Stream e l’inaugurazione di Baltic Pipe non sarebbe una coincidenza, ma un avvertimento.

    Domande e dubbi

    «Da qui una serie di domande inaggirabili», propone Locatelli. «Putin è pronto anche a colpire i convogli che trasportano armi occidentali all’Ucraina? O addirittura i gasdotti che trasportano gas non russo? Interrogativi che potrebbero portare alla conclusione che sia attualmente impossibile pensare a negoziare e si debbano piuttosto aumentare il sostegno all’Ucraina e la pressione sulla Russia».

    I dubbi letti dal Cremlino

    • Il Cremlino può rovesciare il ragionamento. Visto che il danneggiamento di Nord Stream non porta alcun beneficio pratico a Mosca, i sabotatori vanno cercati altrove. 
    • Per esempio in quella stessa Polonia che avversa non solo la Russia ma anche qualsiasi intesa russo-tedesca che non preveda il transito del gas sul suo territorio. 
    • O in quella Danimarca che arma l’Ucraina (l’incidente al Nord Stream 2 è avvenuto appena fuori dalle acque territoriali danesi). 
    • Oppure direttamente negli Stati Uniti, protettori di Varsavia e Copenaghen, esplicitamente contrari a Nord Stream 2 in quanto nemici giurati di Mosca (e sommessamente dell’asse Mosca-Berlino), e in prima linea nel sostegno a Kiev.

    Complotto a stelle e strisce

    Il sabotaggio e la successiva attribuzione della responsabilità alla Russia sarebbero dunque l’ennesimo complotto a stelle e strisce. Questa ricostruzione aiuterebbe a giustificare il proseguimento dell’invasione e la rottura totale dei rapporti con l’Occidente; potrebbe essere inoltre diffusa tra i filorussi d’Occidente per incrinare il fronte anti-putiniano.

    Un’alternativa a questo conflitto di narrazioni sarebbe ridimensionare il sabotaggio per evitare l’escalation; questa alternativa implicherebbe la rinuncia a capitalizzare geopoliticamente l’ondata emotiva generata da episodi così allarmanti.


    Sempre lui! La camicia nera culturale e politica

     Antonio Cipriani su Remocontro

    Anche se indossano il doppiopetto, o la divisa, oppure vestono Prada e si dichiarano democratici, gratta gratta viene fuori la camicia nera culturale, quel modo spiccio e feroce di essere cristiani fregandosene del prossimo, di onorare di nascosto il busto del Duce, tollerando la goliardia che si esprime una volta con le mani a paletta nelle rievocazioni nostalgiche, un’altra nelle curve dove buona parte dell’universo ultras aderisce alla fascisteria dei modi, come mentalità e risentimento.

    Per non parlare della venerazione per il decisionismo che scava scava è sempre depositato in fondo al cuore pavido dell’italiano medio, razzista, qualunquista, ignorante e quindi votato naturalmente a diverse forme di fascismo del terzo millennio, che siano quelle tragiche caricaturali, o che siano quelle drammatiche, tecnocratiche, ciniche, spietate e senza dare nell’occhio.

    Fascisterie democratiche nei modi, trucide nei fatti

    Fascisterie democratiche nei modi, trucide nei fatti: tipo far morire in mare i disperati, farli rinchiudere nei lager, dare al decoro delle città un’impronta maschia e definitiva, fatta di poveracci senza casa sgomberati a calci e idranti. O anche godere della distruzione della natura, perché chi prova a pensare in modo ecologico è un gretino,favorire la devastazione del paesaggio perché sopravvalutato, pestare se protestano i lavoratori che perdono il lavoro, dopo orripilanti e legali delocalizzazioni, inventare leggi elettorali talmente poco democratiche che verrebbe voglia di accettare la sconfitta. Che è sempre culturale e quindi politica.

    Affonda le sue radici nella mentalità, in una parte della storia che dovrebbe aiutarci a capire e che invece viene ignorata. Così ci troviamo sempre a discutere degli effetti, delle emergenze, delle paure, dimenticando ogni passo fatto, di fronte alla nostra indifferenza, per arrivare a questa deriva oscena.

    Noi continuiamo a fare del pensiero un’azione, a chiedere a tutti di tornare a occuparsi di cultura, di territorio, di politica; di non delegare acriticamente, ma criticamente stimolare discussioni e azioni, semplici, non virtuali, nel corpo vivo delle nostre comunità. Nei partiti, nelle associazioni, nelle istituzioni, sulle soglie del nostro abitare. Per riprendere il filo interrotto. Per non arrendersi all’evidenza che ci priva di democrazia.


    Tra centro e sinistra

    Enrico, stai sereno!

    di Massimo Marnetto

    Il PD è in cerca di donne per reagire allo smacco di genere della Meloni. E in tempo di funghi, sbuca l’autocandidatura della De Micheli, nuova come una Panda. La Schlein rimane in silenzio per capire quale reazione stia maturando nel partito: se una semplice rinfrescata alle pareti o l’abbandono della terrazza per scendere in strada. Il congresso sarà duro e una scissione quasi certa. 

    Il PD – di centro e di sinistra – potrebbe decidere di definirsi in uno di questi aspetti e perdere l’altra componente. Se prevarrà quella di sinistra (Emiliano/Schlein), il nuovo corso si aprirà a Sinistra, Verdi e 5 Stelle. Se invece prevarrà la continuità (Bonaccini/De Micheli) è probabile il rientro di Calenda e Renzi, nel nome di un centrismo eclettico non più da nascondere. In entrambe le ipotesi, vedo difficile la convivenza sotto lo stesso tetto di chi perderà il congresso.


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