Noè 2020

(“Noè, un arcobaleno!”, foto Alessandro)
Rannuvolato in volto
taceva il cielo sulle nostre ubbie
per questioncelle vane e dispettose
piccole o grandi cose
che stentavamo ancora a dipanare,
quando dall'alto prese a brontolare
prima in sordina, poi sempre più forte:
nessuno giochi in borsa con la morte ,
per la vita si chiudano le porte.

Tuonava il cielo sulle nostre ubbie
per polemiche vane e dispettose
piccole o grandi cose
che stentavamo ancora a dipanare,
quando dall'alto prese a diluviare
la lavata di capo universale.

(21 dicembre 2020)

Leggi anche:

  • Reader’s 28 gennaio 2023 rassegna web di

    Le “interferenze” tra l’arcipelago massonico e la criminalità organizzata

    Piero Innocenti su Libera Informazione

    Per capire bene le caratteristiche dei mutamenti e delle trasformazioni delle mafie, delle connessioni, comprese quelle istituzionali e della infiltrazione all’interno di associazioni massoniche (o comunque di carattere segreto o riservato), ci sono due importanti documenti da leggere e studiare con attenzione e cioè la “Relazione sulle infiltrazioni di cosa nostra e della ‘ndrangheta nella massoneria in Sicilia e Calabria – Doc. XXIII, n.33” approvato all’unanimità dalla Commissione parlamentare antimafia nella seduta del 21 dicembre 2017 e l’altro, più recente, sui “Rapporti tra la criminalità organizzata e logge massoniche, con particolare riferimento alle misure di contrasto al fenomeno delle infiltrazioni e alle doppie appartenenze” , Sez. XX della Relazione finale, approvato dalla Commissione antimafia nelle sedute del 7 e 13 settembre 2022.

    La legge Spadolini-Anselmi

    Entrambe le relazioni sono state trasmesse al Parlamento con alcune proposte di carattere normativo e talune raccomandazioni, finora inascoltate. Tra i punti sconcertanti quello relativo alla legge “Spadolini-Anselmi” (L. 25 gennaio 1982 n.17) voluta per impedire la formazione delle logge massoniche coperte che, in realtà le tutela come ebbe a confidare il Prof. Paolo Ungari, massone, al Gran Maestro del G.O.I. (Grande Oriente d’Italia) nel 1993.

    Ungari collaborò come tecnico alla predisposizione della norma (art. 1 della legge citata) che consta di due parti; la prima in cui si vietano le logge, la seconda in cui si precisa che sono vietate e condannabili alla sola condizione che tramino contro lo Stato. La brillante carriera del prof. Ungari si è conclusa nel 1999 con la sua morte avvenuta a Roma, in circostanze mai chiarite, in un immobile, all’interno di un ascensore. Dunque una legge scritta da massoni e sulla quale nel 2018 la Commissione Antimafia aveva proposto modifiche che sono diventate proposta di legge allegata alla relazione suindicata del settembre 2022. Fino ad oggi, tuttavia, non risulta nessuna iniziativa ulteriore in Parlamento.

    organizzazioni sedicenti massoniche

    Va anche detto che sulla scorta di testimonianze rese in Commissione da esperti in simbologia ed esoterismo, è stato  sottolineato l’utilizzo “spesso improprio del termine “massoneria” da parte di associazioni ed organizzazioni di dubbia natura esistenti in Italia” contrariamente ad altri Paesi come gli Stati Uniti e l’Inghilterra, dove con apposite leggi è stato disciplinato l’uso del termine “massoneria”.

    Insomma, solo determinate organizzazioni depositarie del marchio “massoneria” possono fregiarsi di essere massoniche. In Italia non vi è una legge al riguardo e ciò avrebbe favorito la proliferazione di moltissime organizzazioni sedicenti massoniche il cui scopo è l’affarismo e non certo “l’arcana sapienza”.

    Meritevole di approfondimento (non c’è mai stato) anche la testimonianza di Carlo Palermo, magistrato a riposo, che indicava l’esistenza di un’altra massoneria (universale, internazionale) diversa da quella comunemente nota “che avrebbe interferito nei fatti oggetto di quasi tutte le più importanti indagini effettuate nel nostro Paese negli ultimi decenni, comprese quelle concernenti il terrorismo stragista”. Di questo Palermo avrebbe presentato a suo tempo un dettagliato esposto all’autorità giudiziaria il cui esito è rimasto ignoto.

    Un contributo di conoscenza sui rapporti tra la massoneria e la mafia siciliana e calabrese è venuto nel processo “’ndrangheta stragista”, dal 1990 al 1993, da Giuliano Di Bernardo, Gran Maestro del G.O.I. una testimonianza collimante con le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia siciliani e calabresi.

    Sistemi criminali occulti

    Il riferimento è a sistemi criminali occulti (massoneria, servizi deviati e appartenenti alla destra eversiva) che avrebbero messo “a disposizione dei vertici di cosa nostra e della ‘ndrangheta un progetto di rinnovamento politico che si snodava attraverso i movimenti autonomisti, espressione di sfiducia verso la vecchia classe politica, ed era rivolto al raggiungimento del comune obiettivo di “impossessarsi dello Stato”.


    Torna Netanyahu e riesplode il Medio Oriente: 9 palestinesi uccisi in Cisgiordania

    da Remocontro

    Il nuovo governo dell’ultra destra religiosa israeliana al potere, si presenta. Israele invade il campo profughi di Jenin ed è un massacro. Nella città cisgiordana nove palestinesi uccisi, tra cui una donna di 61 anni. Un decimo morto ad al Ram. Scene da terza Intifada. E questa volta anche gli Stati uniti chiedono spiegazioni.
    L’esercito israeliano cercava un comandante della milizia sospettato di stare preparando «attacchi multipli», giustifica Netanyahu. 

    ‘Operazione sicurezza’ o massacro?

    Per Israele è stata «un’operazione sicurezza». Per l’Autorità nazionale palestinese e per molta parte dell’opinione pubblica mondiale si è trattato di «un massacro». Di certo il blitz di ieri mattina è stato il più cruento di quelli, ormai quotidiani, realizzati dall’esercito dello Stato ebraico nel campo profughi di Jenin, nel nord della Cisgiordania, considerato una delle roccaforti della Jihad islamica. Nel conflitto andato avanti per tre ore, almeno ventinove palestinesi sono stati, inoltre, feriti, quattro in modo grave, denuncia il ministero della Salute di Ramallah. A quello di Jenin è seguito un ulteriore blitz ad a Ram, vicino a Ramallah, in cui è stato ucciso un 22enne palestinese, portando a dieci il numero di vittime in totale.

    Caccia al capo della Jihad, lutto e rivolta

    Le forze di sicurezza dello Stato ebraico, a motivazione postuma, cercavano un comandante della Jihad sospettato, insieme alla sua cellula, di stare preparando «molteplici attentati terroristici, incluse sparatorie contro militari e civili». Le morti di Jenin e a Ram hanno scatenato la rabbia non solo delle organizzazioni palestinesi radicali, Jihad e Hamas, ma anche della Anp. «Un massacro compiuto dal governo di occupazione israeliano nel silenzio internazionale», il commento del portavoce di Abu Mazen. «L’incapacità e il silenzio internazionale incoraggiano il governo di occupazione a commettere massacri contro la nostra gente di fronte al mondo». Come primo passo, è stato archiviato il molto discusso coordinamento con Israele sulla sicurezza. Mentre Fatah, l’organizzazione politica che sostiene Abu Mazen, ha proclamato lo sciopero generale e proteste in varie città della Cisgiordania.

    Pessimo inizio per il nuovo governo

    Rompendo almeno in parte gli imbarazzati silenzi internazionali sulla irrisolta questione palestinese e sui comportamenti politico-militari israeliani, alcune timide voci. Preoccupazione dal mediatore Onu, Tor Wennesland, mentre gli Usa si sono detti «dispiaciuti per la morte di civili», riferisce Avvenire. Solo per i civili? Secondo il distinguo di chi? Negli ultimi mesi, Israele ha intensificato le operazioni a Jenin poiché considera l’Anp incapace di mantenere il controllo sulle milizie. Dall’inizio dell’anno, giù trenta palestinesi sono stati uccisi. Se si dovesse proseguire con questo ritmo, segnalazione utile ad Onu e Usa, il bilancio annuale potrebbe raddoppiare rispetto al 2022.

    Netanyahu, pronti a tutto

    «Israele non punta ad una escalation ma le forze di sicurezza sono pronte ad affrontare ogni sviluppo sui vari fronti per garantire la sicurezza dei suoi cittadini», ha dichiarato il premier Benyamin Netanyahu al termine della consultazione di governo sulla situazione dopo i fatti di Jenin.

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    Chi vuole alzare il livello (e il rischio) dello scontro diretto con la Russia. Rivelazioni New York Times

    Piero Orteca su Remocontro

    L’Occidente è in guerra anche se molti non erano d’accordo. Usa e Gb e una parte di Nato sono già dall’inizio dei cobelligeranti contro la Russia aggressore, con armi, droni, razzi, satelliti, intelligence e corpi speciali. Per appoggiare l’Ucraina a difendere una parte dei suoi territori, credevamo sino a ieri.
    Adesso dalla Casa Bianca (il Pentagono sconsiglia), il contrordine: ora Kiev può attaccare la Crimea e per il Cremlino, direttamente il territorio russo con armi americane. Per estendere la guerra sino a dove? O per arrivare a trattare da una posizione di forza? E il rischio nucleare, svanito?

    La Crimea che Kiev riconosce Russia come bersaglio

    Per che cosa cercano, incessantemente, nuovi carri armati pesanti gli ucraini? Risposta più ovvia è “per contrastare efficacemente la Russia sul campo di battaglia”. Sembra troppo ovvio, ma non tanto. Perché i 300 tank (quando arriveranno e se saranno realmente tanti) potranno essere decisivi solo se utilizzati in massa, per sfondare in un unico punto. Di cosa stiamo parlando? Di un veloce cambiamento di strategia scaturito lungo l’asse che da Kiev porta alla Casa Bianca. In sostanza, le frenetiche consultazioni tra i funzionari americani e ucraini avrebbero portato a un nuovo e molto più azzardato salto di qualità della guerra: attaccare senza pietà la Crimea e, più specificamente, distruggere senza appello il Ponte di Kerch, la lunghissima bretella di collegamento che unisce la penisola alla Russia.

    I Leopard 2 e i carri Abrams servirebbero egregiamente allo scopo, assieme alle batterie di missili a lunga gittata Himars, che ora Biden si accinge a cedere agli ucraini. Progetto militare che capovolge completamente la linea di ragionata cautela fin qui seguita da Washington.

    Cautela addio con quali certezze? I dubbi militari

    Lo zibaldone strategico è raccontato nei dettagli dal New York Times, che calca la mano su un fatto: al Consiglio per la sicurezza nazionale sono convinti che si tratti di una pericolosa escalation, anche se (forse) il rischio che Putin utilizzi armi nucleari tattiche potrebbe essere inferiore a quello che si pensava. Attenzione: potrebbe essere, perché, anche su tale questione, i pareri divergono. Il NYT non collega il trasferimento dei carri armati all’eventuale offensiva contro la Crimea, ma scrive che gli ucraini (e la coalizione occidentale) dovranno usare una potenza di fuoco notevole, per minacciare le forze russe. Da quello che si è riusciti a capire, l’attacco alla penisola-roccaforte di Putin dovrebbe avere lo scopo, in primis, di tenere sotto pressione la diplomazia moscovita in caso di negoziati. E qui la faccenda si fa ingarbugliata.

    Contraddizioni e vecchie bugie 

    Finora, gli americani hanno sempre parlato di sostenere Zelensky, per aiutarlo a recuperare i territori che gli sono stati sottratti con l’invasione dell’anno scorso. Lo ha ribadito fino a tempi recenti il Segretario di Stato, Antony Blinken. Adesso spunta la Crimea, quasi improvvisamente, a sparigliare le carte della geopolitica internazionale. La sensazione è che Biden, come detto, voglia sfruttare questo nuovo canale strategico al tavolo dei negoziati, mentre per gli ucraini la risposta è più complessa. La governance del Paese, come dimostrano anche recenti incriminazioni ed arresti, probabilmente è più frammentata di quanto sembra. E anche sulla soluzione da dare alla crisi con Mosca, di sicuro esistono diverse posizioni. Tuttavia, è chiaro, anche se non realistico, come Zelensky e tutta la sua popolazione sperino di recuperare il controllo della Crimea, sottratta loro da Putin nel 2014.

    Attacco con armi americane a Crimea e territorio Russo?

    Il punto è che la mossa di attaccare la penisola, con armi americane di ultima generazione, potrebbe configurarsi, agli occhi del Cremlino, come un vero e proprio atto di cobelligeranza, condotto contro un territorio considerato giuridicamente russo. E questo in forza dei referendum di annessione, svoltisi nel 2014. Il New York Times sottolinea come questa valutazione abbia finora bloccato i rifornimenti di armi statunitensi ‘sensibili’. La Crimea e il territorio russo non dovevano essere attaccati, per timore di rappresaglie e di un’escalation della crisi. Ora, evidentemente, il vento è cambiato. Gli ucraini hanno spiegato agli americani che Putin utilizza la Crimea come una vera testa di ponte, capace di rifornire e assistere le sue truppe dalla regione di Odessa fino al Donbass meridionale. Sebastopoli, insomma, è una spina nel fianco di Kiev, che spesso costringe le brigate ucraine a combattere quasi su due fronti.

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    Mistica e filosofia

    di Giovanni Lamagna

    A me, a dire il vero, ha sempre interessato più la mistica che la filosofia. Credo, infatti, che ci sia più verità in un mistico che in un filosofo. Almeno per come intendo io la mistica e il mistico.

    Il filosofo ragiona, il mistico sperimenta. Io sono per un filosofo che sia anche mistico (come Wittgenstein, ad esempio) o per un mistico che sia anche filosofo (come Tommaso d’Aquino, ad esempio).

    Mentre non sempre (anzi quasi mai) chi è filosofo è anche mistico e chi è mistico è anche filosofo. Laddove sarebbe auspicabile che lo fossero. Ne guadagnerebbero sia il filosofo che il mistico.


    Il canto della merla

    Bianco gelo di morte
    avvolge il mondo
    e noi ne siamo lieti.
    Dei fanciulli la festa
    tinge di sangue i volti
    e d’allegria.
    Magie di voci
    riempiono il silenzio
    di una limpida attesa.
    Perché la neve è sogno
    e non dolore?
    La vita mai non muore.
    
    

  • Reader’s – 27 gennaio 2023. Rassegna web di

    La tragedia ucraina fra morti e calcoli folli

    Ettore Giampaolo su Facebook

    Ancora una riunione di oltre 50 Paesi occidentali per decidere, ancora, l'invio di altre armi all'Ucraina affinché questo costringa la Russia, che non se ne convince da 11 mesi, a trattare. Una guerra che coinvolge 50 Paesi è già una guerra mondiale. Ma non basta. Stando ai fatti, questi 11 mesi di guerra hanno aperto una crisi di fondo nelle prospettive economiche di un'Europa privata dell'energia a basso costo che comprava dalla Russia,

    Stando ai fatti, questi 11 mesi di guerra hanno annientato l'Ucraina che si pretende di difendere e che, invece, militarmente, è in campo solo grazie all'invio di armi da parte dei Paesi occidentali; sopravvive, economicamente, solo grazie al continuo invio di risorse da parte di UE e USA; esiste, politicamente, al prezzo dell'assoluta dipendenza da Paesi stranieri, mentre le sue strutture ed infrastrutture sono, di fatto, al lumicino. Unica prova di esistenza in vita, la disperata resistenza di soldati e cittadini

    Ridicoli e tragici esiti

    Dunque è chiaro che a "resistere" sono, di fatto, Nato, USA, UE mentre gli ucraini mettono "solo" decine di migliaia di morti, militari e civili, cinicamente sacrificati alla duplice e speculare follia di risolvere una controversia fra Stati attraverso una violenza che né riesce a respingere l'invasione russa, né consente ai russi di costringere l'Ucraina alla resa.

    Dunque viene naturale chiedersi: ma -qualunque sia la conclusione di questo conflitto- quale sovranità territoriale avranno le migliaia di morti? Ed i sopravvissuti ucraini di quale sovranità godranno con un Paese che dipenderà per annii e per tutto, dalle sovvenzioni - certo non disinteressate né gratuite - fornite da altri Paesi per la ricostruzione?

    E la Russia, a fine conflitto, quale maggiore "tranquillità" avrà, essendo stata, nel frattempo e a causa dell'invasione" circondata da Paesi aderenti alla Nato divenuta più forte ed aggressiva? Per questi ridicoli e tragici esiti, si contano centinaia di migliaia di morti fra le due parti.

    E sono queste morti innocenti a condannare senza appello:opposte velleità imperialistiche, in un mondo ormai multipolare; analoghe “logiche di profitto”, in questo caso per i “complessi militar-industriali”, in un mondo che presenta il conto con una terribile crisi climatica; analoghe manovre geopolitiche che preparano solo un’ulteriore tensione fra i blocchi contrapposti di USA più un’ Europa indebolita e di Cina più una Russia indebolita

    Se l’Europa legasse l’invio di armi agli accordi di Minsk

    Eppure, per evitare il finale tragicomico suggerito dai fatti, sarebbe bastato, e forse ancora basterebbe, che l’Europa, schierandosi con l’Ucraina, ma a concreta difesa di quelle genti, legasse l’invio di armi alla disponibilità, di entrambe le parti, ad accettare la soluzione del conflitto contenuta nei già sottoscrittii accordi di Minsk, (entro i confini dello Stato Ucraino, autonomia amministrative e culturale per le province russofone del Donbass)

    Così facendo l’Europa legherebbe l’aiuto in armi alla spinta verso un concreto accordo, aprirebbe uno spiraglio per la fine del massacro, si darebbe un ruolo autonomo pur nell’alleanza atlantica ed eserciterebbe in concreto il ruolo, che si era data, di garante degli accordi di Minsk i quali, se fatti rispettare per tempo, avrebbero risparmiato migliaia di vite che, per i conclamati valori occidentali, dovrebbero essere più importanti degli affari conclusi vendendo, con questa guerra, armi, gas e petrolio.


    E invece ancora invio di più armi, ancor più micidiali spingendo il conflitto verso la drammatica scommessa di un conflitto nucleare


    Se invadessero una parte dell’Italia

    di Massimo Marnetto

    Nell’articolo di Donatella Di Cesare ”Armi a Kiev: l’ipocrisia si è istituzionalizzata”, l’autrice denuncia l’ambiguità di chi mischia guerra e pace. Giusto. Ma nel suo ragionamento, non cita mai la parola libertà. Si combatte per la libertà, anche se si odia la guerra.

    Io, professoressa Di Cesare, se invadessero una parte dell’Italia, prenderei le armi per difendere la libertà, da chi vuole sopprimerla. Non lo farei volentieri perché sento il valore immenso della pace, ma lo farei.

    Come l’hanno fatto per me i Partigiani uccisi sui monti o a Porta San Paolo sparando in cravatta ai nazisti o impiccati ventenni nei paesi. Professoressa Di Cesare, rispetto il suo punto di vista, ma mi spieghi cosa si deve fare contro il violento che vuole togliere la libertà!

    Sennò tutto finisce nella banale contrapposizione tra guerra brutta (qualsiasi) e pace bella (qualsiasi).


    Fedelta’ al fascismo

    ….E quanti sarebbero oggi nelle medesime circostanze?


    Manicheismo

    Alessandro Gilioli su Facebook

    La decisione del Museo della deportazione di Auschwitz di escludere la Russia dalle celebrazioni del 27 gennaio io la vedo soprattutto come un segno evidente dell’attuale prevalenza subculturale del manichesimo, e il rifiuto della contraddizione che è invece parte della vita, quindi della storia.

    Auschwitz fu liberata dai russi. Insomma da Stalin. Un dittatore sanguinario, un uomo che rappresenta – anche lui – il Male. Eppure furono le sue truppe a liberare Auschwitz. Questo dovrebbe insegnare che la divisione verticale e assoluta tra buoni e cattivi, ecco, è un po’ fragile.

    Che è un po’ la stessa incrinatura provocata da tantissimi altri fatti della Storia – Hiroshima e Nagasaki in testa, a compiere quello spaventoso crimine contro l’umanità sono stati quelli che avevano appena liberato noi dal nazifascismo.

    Oggi, in piena guerra, prevale invece il manicheismo assoluto e sciocco: non si accetta che i buoni possano essere altrove anche i cattivi e i cattivi altrove anche i buoni.


    I fatti sono fatti

    Roberto Seghetti su Facebook

    I fatti sono fatti, anche se nascosti da tante chiacchiere. Leggi i giornali, senti i tg e sembra che la destra non abbia possibile alternativa. Ma questo è vero solo perché gli altri giocano da soli, separati come i polli di Renzo. Dall’ultimo sondaggio di Pagnoncelli oggi sul Corriere: Fdi 30,5; Lega 8,3; Fi 6,8. Totale 45,6. M5S 18,2; PD 16,4; Terzo polo 7,1; Si e Verdi 4,1. Totale: 45,8.

    *. *. *

    Giusto, se non fosse che il terzo pol(l)o si alleerebbe più facilmente con Fi che con Si e Verdi e chissà che prima o poi non ci riesca. Il problema oggi non è quello di allargare l’opposizione ma quello di chiarire le posizioni e far rientrare nella sinistra i tanti che se ne sono andati perché nessuno li ascolta. (nandocan)


  • Reader’s – 26 gennaio 2023 rassegna web

    Più armi occidentali per salvare l’Ucraina. Certi solo i profitti dei produttori

    Massimo Nava su Remocontro

    Sul Corriere della Sera il dubbio ben rappresentato dalla illustrazione di Doriano Solinas. «C’è il pericolo che il gigantesco sforzo finanziario determini profitti per i produttori di armi più che apprezzabili risultati politici e la pace in Ucraina». Massino Nava sull’Europa e l’Occidente nella corsa al riarmo, dopo che Piero Orteca ci ha detto dell’economia russa che va molto meno peggio di quanto vorrebbero i suoi molti nemici. Mentre la nostra di casa paga di più sia le sanzioni che il gas non più russo. Conti economici da brivido, e molti dubbi.

    Difesa europea e scelte industriali

    Il presidente francese Emmanuel Macron ha annunciato nei giorni scorsi un piano di spesa per la difesa di 413 miliardi nei prossimi sette anni. È il più grande investimento dal 1960, da quando il generale de Gaulle decise di dotare la Francia dell’arma nucleare. La Germania ha stanziato 100 miliardi nei prossimi cinque anni, per alzare la spesa militare al 2 per cento del Pil: benché la Bundeswehr avesse effettivamente bisogno di un massiccio ammodernamento, si tratta del più grande investimento dalla Seconda Guerra mondiale. La Polonia punta a spendere per la difesa il 5 per cento del Pil. Già oggi può vantare uno degli eserciti più numerosi ed efficienti d’Europa, grazie anche a moderni aerei e carri armati forniti da Stati Uniti, Corea del Sud e Germania.

    Svizzera neutrale di convenienza e Giappone ex

    La Svizzera difende il principio della neutralità, ma vende a Paesi europei munizioni per carri armati e caccia bombardieri per circa venti miliardi.
    Fuori dai confini europei, è in corso il grande riarmo del Giappone, che ha messo in soffitta l’articolo 9 della Costituzione sul ripudio della guerra e ha raddoppiato il budget per la difesa. L’aggressività della Corea del Nord e le mire cinesi su Taiwan hanno convinto i giapponesi a prepararsi al peggio.

    860 miliardi anno di armi Usa

    Nulla di comparabile naturalmente alla spesa degli Stati Uniti, lievitata quest’anno a 860 miliardi di dollari, dodici volte la spesa della Russia e quattro volte la spesa totale dell’Europa. Le forniture e l’assistenza militare all’Ucraina sfiorano ormai i 40 miliardi di dollari. Il bilancio della difesa Usa è enorme, tanto più se rapportato alla spesa mondiale di tutti i Paesi messi insieme, circa 2.000 miliardi di dollari. (Secondo diverse stime, occorrerebbero circa 300 miliardi per sconfiggere la fame nel mondo entro il 2030).

    Corsa mondiale al riarmo

    Gli investimenti menzionati sono in parte consacrati all’ammodernamento tecnologico, alla ricerca e alla cyber difesa, in parte alla produzione e in parte al ripristino degli stock svuotati per la guerra in Ucraina. Da queste cifre si conferma una corsa mondiale al riarmo secondo uno schema illusoriamente ritenuto superato dalla deterrenza nucleare e dalla fine della guerra fredda. Tenuta in ghiaccio -almeno per ora- l’opzione nucleare, si è riproposta, sia pure con mezzi più moderni e sofisticati, un modello di guerra convenzionale, di cui l’Ucraina e la Siria sono i più tragici e attuali esempi: decine di migliaia di soldati caduti e di vittime civili, distruzioni infinite e milioni di profughi.

    Corsa al riarmo di reazione

    La corsa al riarmo, scattata all’indomani dell’invasione russa, è una scelta quasi obbligata dei governi occidentali in risposta alla politica di Mosca e abbastanza condivisa dalle opinioni pubbliche. L’allargamento della Nato ai Paesi baltici e a nuovi membri nell’Europa dell’Est, il rilancio di un sistema coordinato di difesa europea e un sempre più impegnativo programma di aiuti militari a Kiev sono il corollario fondamentale di questa scelta.

    Ma c’è il forte rischio che il gigantesco sforzo finanziario determini profitti per l’industria militare più che apprezzabili risultati politici, ovvero il contenimento della Russia, la sicurezza dell’Europa, la pace in Ucraina.

    Il controllo delle armi all’Ucraina

    Perché questi obiettivi siano realizzabili, occorre che alcuni problemi vengano affrontati senza indugi. In primo luogo, occorre un rigoroso controllo delle forniture militari all’Ucraina per evitare che una parte, più o meno importante, finiscano in mani sbagliate, nel mercato nero delle mafie e del terrorismo o addirittura in mani russe. L’eroismo degli ucraini non può essere una coltre di silenzio sul livello di corruzione del Paese. È necessario inoltre che le sanzioni siano sempre più efficaci contro la Russia e sempre meno penalizzanti per gli europei.

    Anche Bruxelles e non solo Washington

    In secondo luogo, occorre che il concetto di difesa europea si traduca finalmente in scelte industriali che privilegino le industrie europee. In terzo luogo, occorrono decisioni prese anche a Bruxelles e non soltanto a Washington: il sostegno unanime dei governi all’Ucraina continua a lasciare spazio a troppi distinguo e ipocrisie, come l’assurdo balletto sulla fornitura dei carri armati tedeschi, lasciata alla responsabilità di Berlino, come se la solidarietà a Kiev non dovesse comportare anche un atto di sovranità europea in materia di difesa.

    Le ragioni e i torti a colpi di cannone

    La guerra in Ucraina sta arrivando, o forse è già arrivata, a un punto di non ritorno. Sarà lunga e più sanguinosa. Non si vedono prospettive di negoziato. Parlano carri armati e missili. Possiamo continuare a discutere sui torti della Russia e sulle ragioni dell’Ucraina, ma avrebbe poco senso spendere tanto e ottenere così poco sul piano politico. Tanto più che le sanzioni non colpiscono solo Mosca, ma anche le nostre economie. Con risultati modesti, è inevitabile che la tenuta delle opinioni pubbliche ne risenta.

    La Germania, l’Europa e l’Islanda

    La Germania indecisa è più di un campanello d’allarme. Ci dice che il più forte Paese europeo ha paura che la Russia si spinga oltre ogni limite. E ci dice che l’Europa nel suo insieme non è ancora in grado di decidere a prescindere dai timori tedeschi o dai veti di questo o quel Paese. Altrimenti meglio fare come l’Islanda, membro della Nato, ma senza un esercito dal 1869.

    Tags: armi Ucraina


    La ricerca

    da Facebook

    Un sardo ventenne piccolo e malformato, che vantava lontane origini albanesi («anche Crispi», diceva, «fu educato in un collegio in Albania»), grazie al suo genio e alla sua tenacia nel 1911 vinse una borsa di studio bandita dal Collegio Carlo Alberto di Torino per consentire a 39 studenti senza mezzi usciti dai Licei del Regno di studiare all’Università di Torino.

    Antonio Gramsci da Ales

    Con 55 lire in tasca, a cui aggiunse le altre modestissime 70 della borsa mensile, Antonio #Gramsci da Ales, in provincia di Oristano, battendo i denti dal freddo in misere camere d’affitto, riuscì a seguire le lezioni di economisti quali Achille Loria e Luigi Einaudi e del grande storico dell’arte Pietro Toesca, fino a diventare un leader che cambierà il modo di pensare di intere generazioni. In quella città che per un soffio non era riuscita a diventare stabile capitale d’Italia andava sbocciando un orizzonte di alto profilo, politico, ma soprattutto culturale, fra il socialismo di Gramsci e il pensiero liberale di Piero Gobetti.

    Nel 1917, due anni prima che esca l’articolo di quest’ultimo sulla necessità che la scuola educhi a risolvere i problemi della vita ripensando ai Classici, Gramsci pubblica sulla sua rivista «La città futura» una magnifica pagina intitolata “Contro gli indifferenti”, in cui la stessa idea di Gobetti vibra di intensità morale e civile, pedagogica e politica insieme.

    Il grande nemico è l’indifferenza

    Il grande nemico da combattere e sconfiggere è l’indifferenza, quella stessa che un altro diciottenne, Alberto Moravia, nel suo romanzo del 1929 eleggerà a specchio infranto di un mondo ormai appiattito nel conformismo cinico di chi «non prende parte» perché è già costretto ad essere «parte di un tutto» totalitario e senza differenze interne, senza più vita che non sia il bios ammutolito, inerte. La pagina di Gramsci è ancora una grande lezione di etica democratica:

    Odio gli indifferenti. Credo come Federico Hebbel che “vivere vuol dire essere partigiani”. Non possono esistere i solamente uomini, gli estranei alla città. Chi vive veramente non può non essere cittadino, e parteggiare. Indifferenza è abulia, è parassitismo, è vigliaccheria, non è vita. Perciò odio gli indifferenti. L’indifferenza è il peso morto della storia. È la palla di piombo per il novatore, è la materia inerte in cui affogano spesso gli entusiasmi più splendenti. […] L’indifferenza opera potentemente nella storia. Opera passivamente, ma opera. […]

    Il male che si abbatte su tutti

    Ciò che succede, il male che si abbatte su tutti, il possibile bene che un atto eroico (di valore universale) può generare, non è tanto dovuto all’iniziativa dei pochi che operano, quanto all’indifferenza, all’assenteismo dei molti. Ciò che avviene, non avviene tanto perché alcuni vogliono che avvenga, quanto perché la massa degli uomini abdica alla sua volontà, lascia fare, lascia aggruppare i nodi che poi solo la spada potrà tagliare, lascia promulgare le leggi che poi solo la rivolta farà abrogare, lascia salire al potere gli uomini che poi solo un ammutinamento potrà rovesciare.

    La fatalità che sembra dominare la storia non è altro appunto che apparenza illusoria di questa indifferenza, di questo assenteismo. […] Alcuni piagnucolano pietosamente, altri bestemmiano oscenamente, ma nessuno o pochi si domandano: se avessi anch’io fatto il mio dovere, se avessi cercato di far valere la mia volontà, il mio consiglio, sarebbe successo ciò che è successo? […] Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti.


  • Reader’s – 25 gennaio 2023. Rassegna web

    Titolo e commento del prof. Andrea Zhok appariranno opinabili, ma la sintesi che fa dell’articolo di Lucio Caracciolo, direttore di Limes, su “La Stampa” , come chiunque può verificare andando sull’originale, mi pare corretta (nandocan)

    A che ora è la fine del mondo?

    Andrea Zhok su Facebook

    Oggi ho curiosato sulla stampa mainstream (ogni tanto è utile fare una passeggiata dietro le linee nemiche) e mi sono imbattuto in un titolo interessante su “La Stampa” di Torino:
    TITOLO
    “La Russia ha più uomini, mezzi, risorse; o la Nato entra in campo o Kiev perderà.”
    SOTTOTITOLO
    “Usa ed Europa sono davanti a scelte difficili: l’ipotesi di inviare truppe occidentali non può essere scartata.”

    Questo titolo campeggia su un articolo nientepopodimeno del prestigioso analista Lucio Caracciolo. Ora, leggendo l’articolo, come c’era da aspettarsi, gli argomenti di Caracciolo sono di carattere analitico e descrittivo, pesati attentamente, e presentano

    tre scenari possibili:

    • 1) Ridurre il sostegno militare a Kiev fino a convincere Zelensky dell’impossibilità di vincere, dunque della necessità di compromettersi con Mosca;
    • 2) entrare in guerra per salvare l’Ucraina e distruggere la Russia a rischio di distruggere anche sé stessi;
    • 3) negoziare con i russi un cessate-il-fuoco alle spalle degli ucraini per imporlo agli aggrediti.”

    Queste opzioni vengono considerate da Caracciolo: “Scenari molto improbabili (primo e terzo) o semplicemente assurdi (il secondo).”

    L’articolo di Caracciolo

    L’articolo prosegue e dice cose di buon senso, cose che, spiace per i prestigiosi analisti geopolitici, quelli che sono stati derisi come “complottisti putiniani” hanno sostenuto dal primo minuto del conflitto:

    la Russia non può perdere.

    Questo per due motivi: 1)perché la sua superiorità in termini di risorse, mezzi e uomini è netta nonostante il fiume di armi e denaro fornito dalla Nato, e soprattutto perché si tratta per la Russia di un conflitto esistenziale, un conflitto letteralmente in casa propria, non un remoto conflitto imperialista come quelli che sono abituati a gestire gli USA in terre esotiche (dal Vietnam all’Afghanistan). 2) Una sconfitta in un conflitto del genere vuol dire nel migliore dei casi, un ritorno agli anni orribili di Eltsin, in cui la Russia era impotente terreno di sfruttamento per oligarchi interni ed esterni, nel peggiore la disgregazione civile e il caos.

    Il commento di Andrea Zhok

    Non è bello infierire sui vinti e dunque non ricorderemo la infinita trafila di besuaggini che le testate nazionali – quelle “serie”, mica la controinformazione “complottista” – ci ha ammannito da nove mesi a questa parte.
    Non ricorderemo perciò come la Russia abbia già esaurito i missili una ventina di volte, come Putin sia in fin di vita dalla nascita, come i soldati russi siano dopati con tutte le droghe pazze che tipicamente usano gli Imperi del Male nei film di Hollywood, come la politica ucraina incarni esemplarmente i valori europei (invero chi potrebbe negare che il NASDAP sia stato un prodotto europeo), come la Russia sia isolata sul piano internazionale e distrutta su quello economico, come da questo conflitto l’Europa uscirà più forte di prima, e via delirando in caduta libera.

    Sul titolo de “La Stampa”

    No, lasciamo stare tutto questo, tralasciamo i primi segni di ingresso della realtà nella fantanarrativa ufficiale, e concentriamoci invece sul titolo.
    Già, perché come tutti sanno il titolo degli articoli sui giornali è scelto dal titolista, non dall’autore. E il titolo dice – come al solito – una cosa che nell’articolo non c’è: dice che un ingresso diretto in guerra della Nato (dunque anche dell’Italia) è la strada che dovremmo prendere, se non vogliamo che l’Ucraina perda (e noi non vogliamo che perda, nevvero?)

    Per chi avesse bisogno di un chiarimento, ci troviamo di fronte all’auspicio della Terza Guerra Mondiale, cui l’opinione pubblica deve trovarsi preparata.
    Ora, dopo gli anni della pandemia, in cui abbiamo imparato che l’unica regola affidabile della stampa mainstream è quella di mentire strumentalmente sempre, niente ci dovrebbe più stupire.

    E tuttavia un titolo di una testata nazionale che auspica serenamente un’opzione che nel migliore dei casi significherebbe una strage europea senza precedenti, nel peggiore la fine del mondo, rimane qualcosa su cui meditare.
    Fino a che punto, fino a quale livello di irresponsabilità sono disposti ad arrivare i sedicenti “professionisti dell’informazione” mainstream? Esiste ancora un limite morale non in vendita?


    Intercettazioni anche per i reati ”minori” – Lettera aperta al ministro Nordio

    di Massimo Marnetto

    Ministro Nordio, 

    grazie alle intercettazioni sono stati scoperti gli abusi inflitti a degenti psichiatrici in una struttura di Foggia. Reati che non rientrano né nella mafia, né nella corruzione. Quindi fattispecie ”minori”, per le quali lei intende vietare l’uso di intercettazioni. Immagino che – davanti alle agghiaccianti notizie della struttura di Foggia – lei si sia immediatamente preoccupato della violazione della privacy degli aguzzini. Un vero garantista, infatti, non si lascia andare nemmeno davanti alla negazione dell’umanità e della dignità.  

    Ministro Nordio,

    anch’io sono garantista. Ma vorrei che la violenza contro i più indifesi – quelli che subiscono i reati ”minori” – continuasse ad essere scoperta anche con le intercettazioni. Ci pensi con calma prima di escludere questo potente strumento, da quelli usati per la tutela dei cittadini. La sofferenza degli ultimi porta consiglio.

    Con vigilanza democratica,


    Ora anche la guerra doganale: ma tra Europa e Stati Uniti

    La lite è sempre per la coperta e, tira di qua e tira di là, spesso si finisce strappando tutto. Al di là dei sorrisi di circostanza, alle continue professioni di amicizia e ai richiami rivolti ai sempiterni valori dell’Alleanza atlantica, le cose, tra Stati Uniti ed Europa, non vanno poi così lisce. Anzi.
    Gli Stati Uniti a caccia di imprese ‘verdi’ europee. E Bruxelles reagisce indignata, minacciando la guerra doganale.

    Milioni di posti di lavoro in ballo

    Il nuovo scontro diplomatico tra Washington e Bruxelles è di quelli pesanti, perché coinvolge milioni di posti di lavoro, settori ad alta tecnologia e il futuro di due continenti. In pratica, sfruttando i generosi stanziamenti messi a disposizione dall’«Inflation Reduction Act», gli Stati Uniti stanno giocando sporco, offrendo sussidi e facilitazioni anche alle aziende europee che andranno a produrre ‘verde’ oltreoceano. Insomma, come spiegheremo ora nei dettagli, fanno da aspirapolvere. Anzi, da idrovora, succhiando tutto il meglio della tecnologia che esiste dalle nostre parti, in cambio di migliori condizioni fiscali.

    Energie ambientali rinnovabili

    Aziende tedesche, francesi, italiane o spagnole che operano nel settore delle energie ambientali rinnovabili o che si occupano, in qualche modo, di salvaguardia dell’ambiente, potranno così trasferirsi in massa in America. Facendola diventare la prima potenza economica ‘verde’ del pianeta e lasciando l’Europa nel bitume. In termini tecnici, quello che sta facendo Biden si chiama ‘concorrenza sleale’, perché mette in moto tutto questo meccanismo di esproprio grazie ai 370 miliardi di dollari della legge approvata ad agosto dal Congresso. Parte di questa somma viene destinata a contributi, bonus, esenzioni fiscali e mille altri vantaggi che renderanno appetibilissimo il mercato americano delle ‘rinnovabili’. A quella, che potremmo maliziosamente definire la ‘Befana di Biden’, sono invitate a prendere parte anche le imprese europee.

    Sempre ‘America First’

    Fin dall’estate, è apparso chiaro, alla Commissione di Bruxelles, che alla Casa Bianca stavano badando solo al loro tornaconto. Furibondo, il responsabile del Commercio, Valdis Dombrovskis, che aveva subito messa in guardia l’Amministrazione democratica, invitandola a correggere l’interpretazione dell’IRA, palesemente punitiva nei confronti dell’Europa. Ma le minacce, evidentemente, non sono servite a niente, perché nelle settimane passate e perfino al forum di Davos si è presentato un battaglione di politici statunitensi. Ma sarebbe meglio dire di intermediari o, addirittura, di ‘talent scout’, che hanno ‘agganciato’ imprenditori, esponenti della finanza e rappresentanti dei governi locali. Il motivo? Semplice: li hanno invitati tutti a trasferirsi, con le loro aziende, negli Stati Uniti, promettendo evidentemente molto, ma molto di più, di quanto possa offrire attualmente l’Europa.

    In Svizzera, si sono viste delegazioni in arrivo dall’Ohio, dal Michigan, dalla Virginia, dalla Georgia e dall’Illinois. Tutti questi ‘piazzisti’ di alto bordo hanno magnificato le occasioni di investimento che offrono i soldi stanziati con la scusa della lotta all’inflazione.

    Inflaction Reduction Act come inizio

    Proprio questo attivismo americano, che va nella direzione opposta a quella auspicata dall’Unione, ha fatto dire alla Von der Leyen che l’Europa reagirà. In primo luogo, studiando un sistema di facilitazioni fiscali per il settore, tale da convincere gli imprenditori a rimanere nel Vecchio continente. In seguito, pare di capire, che se la Casa Bianca dovesse continuare nella sua politica di muro contro muro, rompendo tutte le regole del libero mercato, si potrebbe anche scatenare una guerra commerciale tra le due sponde dell’Atlantico, che toccherebbe in primis i dazi doganali. La verità è che dietro la piratesca tattica americana, si cela una strategia molto più sofisticata e di lungo periodo, come un bersaglio diverso.

    Environment, social, governance

    Già da anni gli Stati Uniti hanno abbracciato la filosofia ESG, ‘Environment, social, governance’, che detta tempi e metodi delle imprese produttive del Terzo millennio, che devono ispirarsi alla tutela ambientale, alla difesa dei diritti civili e devono avere un management efficiente e, se il caso lo richiede, anche ‘controllabile’. In questo guazzabuglio di buone intenzioni, anche chi non è uno specialista capisce che l’economia c’entra fino a un certo punto e che il modo di produrre deve riflettere, come uno specchio, una sorta di ispirazione politica. Dovete sapere, infatti, che il modello ESG ha un ‘ranking’ e assegna dei punteggi.

    Classifica commerciale Usa dei Buoni e dei Cattivi

    Chi è ‘basso’ in questa speciale classifica, dovrebbe essere evitato dai consumatori, perché produce solo per accumulare ricchezza. Un nome a caso? La Cina, l’incubo notturno di Biden che si materializza ancora una volta, con il suo ingombrante (e inquietante) programma, teso a farla diventare entro il 2030 la prima potenza economica del mondo. E se l’ipotetica crisi di Taiwan non basta a tenere buona Pechino e se la deglobalizzazione e il ‘disaccoppiamento’ hanno colpito i cinesi, ma non più di tanto, allora bisogna giocare su altri tavoli.

    Inquinamento e diritti umani come fattori discriminanti di un’economia buona, veramente “sociale”. Un nome a caso? Gli Stati Uniti. E pazienza se l’Europa, come le capita sempre più spesso, resta col cerino acceso tra le dita.


    Io, l’Altro e gli altri

    di Giovanni Lamagna

    Se non ci apriamo all’Altro, non ritroveremo mai davvero noi stessi, il nostro vero Sé.

    Il nostro vero Sé, infatti, è intrinsecamente duale: è fatto non solo di un Io, come si è naturalmente portati a pensare, ma di un Io e di un Tu; dunque di un Sé e di un Altro da sé. E tuttavia – sia chiaro – l’Altro da sé non è l’altro, non sono gli altri. Ma è l’Altro dentro di sé, con il quale l’Io si relaziona, prima di instaurare qualsiasi altra relazione fuori di sé. Ricercare, dunque, gli altri fuori di sé senza aver prima ricercato e trovato l’Altro dentro di sé, è fuorviante, rappresenta una scorciatoia.In questo caso gli altri sono, finiscono per essere, un surrogato inadeguato dell’Altro.

    Se non troveremo prima l’Altro (dentro di noi), non saremo manco capaci di instaurare veri, sani, positivi rapporti con gli altri (fuori di noi). Tutt’al più ci aggrapperemo agli altri, ne diventeremo dipendenti, se non succubi. O ne diventeremo padroni, proprietari, tiranni, che è poi un altro modo (anche se paradossale) di essere dipendenti dagli altri.

    L’Altro non è l’altro, ma è la pienezza dell’Io, che è (o, meglio, dovrebbe essere) già una relazione in sé: l’Io che si rapporta al Tu. Senza l’Altro l’Io è monco, mancante, lobotomizzato. Occorre, dunque, prima trovare l’Altro (dentro di sé), stabilire con l’Altro un colloquio interiore stabile, costante, profondo, e poi si possono cercare e trovare davvero gli altri (fuori di sé).

    In questo caso non ci si aggrapperà agli altri, non si dipenderà da loro, ma ci si relazionerà a loro, in un rapporto, in un incontro, di interdipendenza (che è altra cosa dalla dipendenza) reciproca. Un incontro che avverrà grazie a un movimento dell’uno verso l’altro, sullo stesso piano, cioè su un piano di parità, sincronicità, senza asimmetrie. Ovverossia non dall’alto verso il basso o, viceversa, dal basso verso l’alto, come invece, purtroppo, accade spesso, se non nella maggior parte dei rapporti umani.


  • Reader’s – 24 gennaio 2023. Rassegna web

    Sanremo terapia

    di Massimo Marnetto

    Come il salariato aspetta il fine settimana per recuperare le forze, così l’intero Paese aspetta Sanremo per allontanare le brutte notizie per una settimana. E concentrarsi sui nuovi emergenti (questo farà strada, ma con quei tatuaggi però…), vecchie glorie che tornano (”sì, ma non lo vedi che è tutta rifatta?..”) e un Amadeus scacciapensieri (”sì però senza Fiorello…”).

    Ora sembra che a turbare un intero popolo da questa terapia distensiva ci sia l’intervento di Zelenski. Sono contrario: Zelenski intervenga in un tg o in un talk, ma non a Sanremo, dove un tema così duro come quello della guerra finirebbe per banalizzare le canzoni e viceversa. La leggerezza dell’Ariston per molti è una prestazione sanitaria antistress a cui sono abituati. Non va stravolta: l’evasione è una cosa seria.


    Intercettazioni, Lorusso: «Basta bavagli ai giornalisti

    Il segretario generale Fnsi torna sul tema dialogando con l’Ansa. «Il diritto a essere informati prevale sul segreto di indagine. Se la notizia è di rilevanza pubblica il cronista ha il dovere di pubblicarla», ribadisce.

    «Chi vuole cogliere il pretesto della riforma della giustizia per mettere un bavaglio alla stampa, dovrebbe mettere il naso fuori dai confini nazionali e vedere come molti media europei stanno raccontando il Qatargate, basandosi sui materiali delle indagini portate avanti dall’autorità giudiziaria belga: non c’è nulla di diverso rispetto a quello che fanno i giornalisti italiani. È pretestuoso dire che c’è un’anomalia italiana, non c’è alcuna anomalia», dice Raffaele Lorusso, segretario della Federazione nazionale della Stampa italiana, intervenendo sul tema intercettazioni.

    il diritto dei cittadini a essere informati prevale anche sul segreto di indagine


    «Se la notizia è di rilevanza pubblica – riflette Lorusso – e può essere utile all’opinione pubblica anche per esercitare consapevolmente i diritti di cittadinanza, e se il giornalista ne entra in possesso lecitamente, ha il dovere di pubblicarla, indipendentemente dal fatto se sia un atto di indagine coperto o meno dal segreto, checché ne pensi qualche esponente della classe politica italiana. C’è una giurisprudenza costante della Corte europea dei diritti dell’uomo su questo: il diritto dei cittadini a essere informati prevale anche sul segreto di indagine».

    Le intercettazioni restano «uno strumento di indagine importante, ed è chiaro che i giornalisti, qualora ne entrino in possesso, debbano farne un uso responsabile. Quello che rileva è la notizia, non bisogna certo fare il copia e incolla e darne in pasto ai lettori. Le notizie – sottolinea – vanno estrapolate e spiegate tenendo conto del contesto generale in cui maturati i fatti».

    Il diritto dei cittadini a essere informati prevale anche sul segreto di indagine

    L’auspicio del segretario Fnsi è che «tutto questo venga tenuto in debita considerazione da chi pensa a introdurre nuove forme di bavaglio, visto che ce ne sono già tante: penso alle querele temerarie, tema che dal 2002 è all’attenzione del Parlamento, ma chissà perché non si fanno passi avanti e intanto i media vengono minacciati da chi vuole impedire loro di occuparsi di determinati temi con richieste enormi di risarcimento danni pretestuosi. Così come non si fanno passi avanti sul tema del segreto professionale e delle fonti, anzi vengono compiute azioni spettacolari nei confronti dei giornalisti, come perquisizioni, sequestri di strumenti di lavoro, pedinamenti. Questo indebolisce il diritto di cronaca e la libertà di stampa nel nostro paese.

    È sufficiente consultare il rapporto sullo Stato dell’Unione dell’Ue del luglio scorso per trovare tutte queste criticità, insieme con una condizione lavorativa sempre più precaria. Ecco, mi aspetterei che la classe politica discuta di questo piuttosto che di dover combattere contro l’introduzione di ulteriori bavagli. Prevedere eventuali sanzioni per chi pubblica notizie vere, contenute in atti giudiziari come intercettazioni, farebbe fare all’Italia un ulteriore passo indietro nelle classifiche internazionali, allontanando il nostro Paese dalle democrazie liberali occidentali per avvicinarlo a Paesi come l’Ungheria». (Ansa)


    Dal disegno di legge Alfano alla riforma della giustizia Cartabia in discussione ora al Parlamento, il tentativo di impedire la pubblicazione anche parziale e controllata, come già deciso con precedenti disposizioni legislative, delle intercettazioni di pubblico interesse, viene riproposto dalla destra (ma non solo) a più riprese, come potete vedere e ascoltare nello spettacolo-manifestazione che segue, da me ripreso in video e diffuso su youtube nel giugno del 2009 (nandocan).

    In galera! Gli articoli che non vorrebbero farci scrivere più

    SECONDA PARTE: LE SCALATE DI RICUCCI (RCS) E CONSORTE(BNL) Un pezzo di storia italiana che non avremmo mai conosciuto se il disegno di legge Alfano sulle intercettazioni, ora all’esame del Senato, fosse già entrato in vigore. Dagli intrighi con la Banca d’Italia dei “furbetti del quartierino” alle penose telefonate di Berlusconi col direttore di RAI fiction, Saccà, dallo scandalo di Calciopoli alla cinica gestione della clinica “Santa Rita”.

    Nelle quattro puntate del video, registrate durante lo spettacolo-manifestazione del 23 giugno 2009 al teatro Ambra Jovinelli di Roma, alcune tra le intercettazioni più sconvolgenti degli ultimi anni, lette da attori professionisti e commentate dai più noti cronisti giudiziari. Per scongiurare questo ulteriore attacco alla democrazia e al diritto dei cittadini di conoscere la faccia oscura del potere,i giornalisti sono pronti allo sciopero e alla disobbedienza civile, certi di poter contare sulla solidarietà attiva di tutti gli italiani.

    Altri video sullo spettacolo possono essere viste sulla mia pagina Youtube


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