16. Della persistenza del patriarcato e del produttivismo

Il fatto di sbloccare i posti per le donne nelle sfere dirigenti non deve servire da alibi per mantenere in vigore, in buona coscienza, un sistema sociale fortemente gerarchizzato e di genere, per il resto della popolazione. L’ obiettivo di fondo è il miglioramento dei salari, degli orari e delle condizioni di lavoro per milioni di cassiere, cameriere, domestiche e decine di altri professioni a forte maggioranza femminile, le quali storicamente, nel pubblico dibattito e nelle mobilitazioni sindacali, non hanno ricevuto la stessa attenzione delle professioni operaie maschili.

da “una breve storia dell’uguaglianza” di Thomas Piketty*

* Di questo libro ho pensato di proporre gradualmente sul blog, a scopo divulgativo, i brani che ritengo più significativi. La pandemia come la crisi politica, economica e ambientale che l’ha preceduta e accompagnata fanno oggi dell’ingiustizia sociale il problema più scottante per l’umanità. Nella sua “breve storia”, di cui raccomando la lettura integrale, Piketty scrive che “l’eguaglianza è una lotta che può essere vinta e nella quale ci sono sempre varie traiettorie possibili, che dipendono dalla mobilitazione, dalle lotte e da ciò che si apprende dalle lotte precedenti”.

**Thomas Piketty, professore dell’École des Haute Études en Sciences Sociale e dell’École d’Économie de Paris, è autore di numerosi studi storici e teorici che gli hanno fatto meritare nel 2013 il premio Yrjö Jahnsson, assegnato dalla European Economic Association. Il suo libro “Il capitale nel XXI secolo (2014) è stato tradotto in 40 lingue e ha venduto 2,5 milioni di copie.

Discriminazione femminile

Storicamente le donne sono state senza dubbio il gruppo più massicciamente e sistematicamente discriminato, nel nord come nel sud, nell’est come nell’ovest del mondo, in tutte le dimensioni su tutte le latitudini.

In Francia, nel 2020, la quota delle donne all’interno della massa salariale raggiunge appena il 38%, contro il 62% per gli uomini, ossia la metà di quanto possono disporre gli uomini…Nel 1970 solo il 20% della massa salariale era appannaggio delle donne, il che ci dice fino a che punto i conti di casa fossero considerati una faccenda da uomini. Tutte le indagini mostrano comunque come, con inclusione delle mansioni domestiche, le donne abbiano sempre fornito più del 50% del tempo lavorativo totale (fuori e dentro la famiglia)….

Le quote

Nel corso degli ultimi decenni si sono moltiplicate le politiche delle quote a favore delle donne, non senza suscitare forti opposizioni….Una serie di leggi votate tre 2011 e 2015 prevede quote per le donne nei consigli di amministrazione delle imprese (20% dei seggi), nelle commissioni e negli organi direttivi delle istituzioni pubbliche.

Il fatto di sbloccare i posti per le donne nelle sfere dirigenti non deve servire da alibi per mantenere in vigore, in buona coscienza, un sistema sociale fortemente gerarchizzato e di genere, per il resto della popolazione. L’ obiettivo di fondo è il miglioramento dei salari, degli orari e delle condizioni di lavoro per milioni di cassiere, cameriere, domestiche e decine di altri professioni a forte maggioranza femminile, le quali storicamente, nel pubblico dibattito e nelle mobilitazioni sindacali, non hanno ricevuto la stessa attenzione delle professioni operaie maschili.

In realtà, l’uscita dal social-patriarcato può passare solo attraverso una trasformazione generale dell’articolazione tra produzione e riproduzione sociale, tra vita professionale e vita familiare e personale.

Risolvere il problema della disuguaglianza di genere spingendo le donne a fare lo stesso non è una soluzione

Risolvere il problema della disuguaglianza di genere spingendo le donne a fare lo stesso non è una soluzione: occorre semmai sviluppare un diverso equilibrio dei tempi collettivi. L’obiettivo è importante (e per giunta più entusiasmante) quanto quello delle quote, anche se sono queste ultime a contribuire alla soluzione più adeguata per uscire dall’auto centrismo.

A lungo contestate, la parità di genere e le quote a beneficio delle donne si sono estese a molti paesi e sono oggi ampiamente accettate. Ma non accade lo stesso per le quote a beneficio di categorie discriminate per ragioni sociali, etniche o religiose, le quali continuano a suscitare forti resistenze.

Discriminazione in India

In India, il paese rimasto a lungo estraneo all’idea delle quote sociali, le “quote riservate” (così si chiamano nel contesto indiano) sono state prima applicate a vantaggio delle scheduled castes(SC) e delle scheduled tribes (ST), vale a dire che gli ex intoccabili e gli aborigeni sono ancora discriminati nella società indù tradizionale.

Dal punto di vista economico, le disuguaglianze che separano le caste inferiori del resto della popolazione restano molto forti, ma dal 1950 in poi si sono ridotte in misura significativa, per esempio in misura superiore alle disuguaglianze tra neri e bianchi negli Stati Uniti… Tutti i partiti si sono sentiti in dovere di promuovere eletti provenienti dalle classi inferiori e le “quote riservate” hanno finito, de facto, per svolgere un ruolo di unificazione e di mobilità sociale.

Nel contesto indiano, le quote a volte sono servite da alibi alle élite per non pagare le imposte necessarie a finanziare quegli investimenti in infrastrutture, istruzione e salute di base che sarebbero stati indispensabili per ridurre davvero le disuguaglianze sociali e consentire a tutte le classi svantaggiate (e non soltanto a una minoranza di esse) di recuperare il gap. Si è scommesso tutto sulle quote, senza chiedere alle classi possidenti di mettere a disposizione le imposte e le proprietà che sarebbero state necessarie per una vera redistribuzione collettiva.

Continua con: 17. Conciliare la parità sociale e la redistribuzione delle ricchezze


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